Edward Gibbon - Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 13

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Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 13: краткое содержание, описание и аннотация

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A. D. 1404-1413

Nel catalogo degli Eroi sogliono d'ordinario vedersi uniti i nomi di Giovanni Uniade e di Scanderbeg 39 39 Ser Guglielmo Temple nel suo pregevole Saggio sulle virtù eroiche (vol. III, p. 385 delle sue Opere) collegò Uniade e Scanderbeg ai sette uomini che ad avviso di lui meritarono, senza averla cinta, una Corona; Belisario, Narsete, Gonzalvo di Cordova, Guglielmo I, Principe d'Orange, Alessandro, Duca di Parma, Giovanni Uniade e Giorgio Castriotto, o Scanderbeg. ; e veramente sono meritevoli della contemporanea nostra attenzione, per avere entrambi date tai brighe all'Impero ottomano, che può dirsi essere stata differita per essi la rovina del greco Impero. Giovanni Castriotto, padre di Scanderbeg, Sovrano ereditario 40 40 Bramerei trovare alcuni Comentarj semplici ed autentici scritti da un amico di Scanderbeg, ove mi venissero dipinti a dovere il luogo, l'uomo ed i tempi. La vecchia Storia nazionale di Marino Barletti, prete di Scodra ( De vita, moribus et rebus gestis Georgii Castrioti , ec., lib. XIII, p. 367, Strab. 1537, in fol. ), non cel dà a divedere che avvolto in bizzarri panni e carico di menzogneri ornamenti. V. Calcocondila, l. VII, p. 185; l. VIII, p. 229. di una piccola Signoria dell'Epiro, o della Albania, posta fra le montagne e il mare Adriatico, vedendosi troppo debole per resistere al poter del Sultano, comperò la pace col sottomettersi alla sgradevole condizione di tributario. Diede per ostaggi, o mallevadori, i suoi quattro figli, che vennero circoncisi, educati nell'Islamismo, nella politica e nelle discipline de' Turchi 41 41 Marino tratteggia appena e con ripugnanza tutto quanto si riferisce alla educazione e alla circoncisione di Scanderbeg (l. I, p. 6-7). . I tre figli maggiori rimasti confusi tra la folla degli schiavi, perirono, dicesi, di veleno; ma la Storia non somministra prove che ci mettano in istato di ricusare, o ammettere una siffatta imputazione; sembra per altro improbabile per chi faccia attenzione alle cure e alle sollecitudini colle quali venne allevato Giorgio Castriotto, il quartogenito dei giovani Principi albanesi, che diede a divedere fin dalla più verde età il vigore e l'intrepido animo di un soldato. Tre vittorie successive da lui riportate sopra un Tartaro e due Persiani che aveano sfidati i guerrieri della Corte ottomana, gli meritarono il favore di Amurat, e il nome turco di Scanderbeg, Iskender Beg , ossia Alessandro Signore, attesta ad un tempo la gloria e la servitù del giovine Castriotto. Benchè il Principato del padre suo venisse ridotto in turca provincia, gli furono conceduti in ricompensa il titolo e il grado di Sangiacco, il comando di cinquemila uomini a cavallo, e tale condizione che prometteagli le prime Dignità dello Impero. Militò con onore nelle guerre dell'Europa e dell'Asia; nè possiamo starci dal sorridere sullo artifizio, o la credulità dello Storico, che pretende avere Scanderbeg, in tutti gli scontri, risparmiati i Cristiani, scagliandosi poi a guisa di folgore sopra tutti que' nemici che professavano la religione maomettana. – La gloria di Uniade è scevra di taccia; combattè questi per la sua patria e per la sua religione; e gli stessi nemici, che dovettero lodare i meriti del valoroso Ungarese, non risparmiarono al rivale di Uniade gli epiteti ignominiosi di traditore e di apostata. Agli occhi de' Cristiani la ribellione di Scanderbeg trova scusa ne' torti che il padre di lui aveva ricevuti, nella morte, sospetta, de' tre fratelli, nella schiavitù della patria e persino nell'invilimento cui si volea farlo soggiacere. Questi ammirano lo zelo generoso, benchè venuto tardi, con cui Scanderbeg difese la Fede e la independenza de' suoi antenati; ma, dall'età di nove anni, questo guerriero professava la dottrina del Corano, nè conoscea l'Evangelio. L'autorità e la consuetudine decidono della religion di un soldato, e ci sarebbe assai difficile lo spiegare come una nuove luce sopravvenisse a rischiararlo in età di quarant'anni 42 42 Se Scanderbeg morì nel 1466, compiendo il sessantesimoterzo anno della sua età (Marino, l. XIII, p. 270 ), ne deriva che nacque nel 1403. Se in età di nove anni, novennis (Mar. l. I, pag. 1-6), fu dai Turchi rapito ai genitori, sarà ciò accaduto nel 1412, vale a dire nove anni prima che Amurat II salisse il soglio: questo Principe ereditò dunque, non comprò egli lo schiavo albanese. Spondano ha osservata questa contraddizione (A. D. 1341, n. 31; A. D. 1443, n. 14). . Men sospetti d'interesse, o di vendetta, ci parrebbero i motivi che guidarono l'Albanese, se avesse infrante le catene nei primi istanti che ne sentì il peso; ma una sì lunga dimenticanza de' suoi diritti, gli avea non v'ha dubbio scemati; ed ogni anno di sommessione e di ricevuti premj, afforzava i mutui vincoli che univano insieme il Sultano ed il suddito. Se Scanderbeg, convertito alla Fede cristiana, meditava da lungo tempo il disegno di ribellarsi contra il proprio benefattore, qual'anima timorata potrà lodare una vile dissimulazione di cui si valeva per meglio tradire le promesse, che erano altrettanti spergiuri, e strumenti operosi alla rovina temporale e spirituale di tante migliaia d'uomini cui si protestava fratello? Scuseremo noi la corrispondenza segreta che, comandando l'antiguardo ottomano, egli mantenea con Uniade? O l'avere abbandonati gli stendardi, e tolta per tradimento la vittoria di mano al suo protettore? In mezzo alla confusione prodotta da una sconfitta, Scanderbeg seguì cogli occhi il Reis Effendi, o Segretario principale, e raggiuntolo, gli presentò un pugnale al petto costringendolo a scrivergli un firmano o chirografo di Governatore dell'Albania; indi temendo nocevole ai suoi disegni una troppo pronta scoperta, fece trucidare con tutto il seguito l'innocente complice del suo inganno. Traendosi dietro alcuni venturieri istrutti di questo disegno, si trasportò in fretta e col favore delle tenebre dal campo della battaglia ai suoi paterni dirupi. Alla vista del Firmano, Croia gli aperse le porte; e appena si vide padrone della Fortezza, svestì la maschera della dissimulazione, e abbiurata pubblicamente la Fede al Profeta e l'obbedienza al Sultano de' Turchi, si chiarì vendicatore della propria famiglia e del proprio paese. I nomi di religione e di libertà suscitarono una generale sommossa; la guerriera stirpe degli Albanesi giurò unanimemente di vivere e di morire col suo principe ereditario, nè alle guernigioni ottomane rimase altra scelta che del battesimo o del martirio. Convocatisi gli Stati dell'Epiro, Scanderbeg fu eletto condottiero della guerra contro i Turchi, obbligandosi tutti i confederati a somministrare il loro contingente in combattenti e soldati. Queste contribuzioni, le entrate de' suoi dominj, e le ricche saline di Selina, procurarono a Scanderbeg un'annuale rendita di dugentomila ducati 43 43 Per buona sorte Marino ci ha istrutti delle rendite di Scanderbeg (l. II, p. 44). , che egli, non distraendone alcuna parte ne' bisogni di lusso, per intero impiegò al pubblico servigio. Affabile ne' modi, nella disciplina severo, bandì dal suo campo tutti i vizj che avrebbero ammollito il coraggio de' suoi, e col dar esempio di pazienza, mantenne la sua autorità. Da esso condotti gli Albanesi, si credettero invincibili, e tali ai nemici sembrarono. Tratti dallo splendor di sua fama, i più prodi venturieri francesi e alemanni corsero sotto le sue bandiere, e vi furono ben accolti. Le sue truppe ordinarie sommavano ad ottomila uomini a cavallo e a settemila fanti: piccoli i cavalli, solerti i guerrieri; fu abilissimo nel calcolare i rischi e i vantaggi che le sue montagne offerivano; accese torcie additavano i siti pericolosi; tutta la nazione veniva distribuita ne' posti inaccessibili. Con queste impari forze, Scanderbeg resistè per ventitre anni a tutta la possanza dell'Impero ottomano, e due conquistatori, Amurat II, e il figlio di Amurat, più grandi del padre, trovarono sempre mala fortuna contro un ribelle che perseguivano con simulato disprezzo e con astio implacabile. Amurat, entrato nell'Albania a capo di sessantamila uomini a cavallo e di quarantamila giannizzeri, potè, non v'ha dubbio, devastar le campagne, occupare le città aperte, trasformare le chiese in moschee, circoncidere i giovanetti cristiani, immolare i prigionieri inviolabilmente fermi nella loro religione; ma le sue conquiste si limitarono alla piccola Fortezza di Seftigrado, il cui presidio dopo avere durato costantemente contro tutti gli assalti, fu vinto da un grossolano artificio e dagli scrupoli della superstizione 44 44 Vi erano due Dibras, Dibras Superiore, e Dibras Inferiore, uno nella Bulgaria, l'altro nell'Albania. Il primo distante settanta miglia da Croia (l. I, pag. 17) era contiguo alla Fortezza di Sfetigrado, i cui abitanti ricusarono di attinger l'acqua ad un pozzo, ove era stata usata la perfidia di gettare un cane morto (l. V, pag. 139-140). Una buona carta dell'Epiro ne manca. . Ma dopo avere perduta molta gente dinanzi Croia, Fortezza e residenza de' Castriotti, fu costretto a levarne vergognosamente l'assedio, e difendersi sempre, e nell'andata e nella tornata, contro un nemico quasi invincibile che incessantemente lo tribolava 45 45 Si paragoni il racconto del turco Cantemiro colla prolissa declamazione del prete Albanese (l. IV, V, VI), copiata da tutti quelli che vennero dopo. . Vuolsi che il cordoglio sofferto pel cattivo esito di una tale spedizione contribuisse ad accorciare i giorni del Sultano 46 46 Ad onore del suo Eroe, il Barletti (l. VI, p. 188-192) fa morire il Sultano sotto le mura di Croia, di malattia per dir vero; ma questa ridicola favola è smentita dai Greci e dai Turchi, che convengono unanimemente sul tempo e sulle circostanze della morte di Amurat avvenuta dopo. . In mezzo alla gloria delle sue conquiste, nemmeno Maometto II potè trarsi questa spina dal seno, ridotto a permettere ai suoi Luogotenenti di negoziare una tregua; sotto i quali aspetti il Principe d'Albania merita di essere riguardato come un abile e zelante difensore della libertà della sua patria. L'entusiasmo della religione e della cavalleria hanno collocato il nome di Scanderbeg fra quelli di Alessandro e di Pirro, i quali certamente non vergognerebbero di un concittadino sì intrepido; ma la debolezza del suo potere, e la picciolezza dei suoi Stati, lo mettono ad una distanza ben segnalata dagli Eroi che trionfarono dell'Oriente e delle legioni romane. Appartiene ad una sana critica il librare su giuste lanci il racconto luminoso delle imprese di Scanderbeg, dei Pascià e degli eserciti vinti, dei tremila Turchi che di propria mano immolò. Nell'oscura solitudine dell'Epiro e contro un ignorante nemico, i biografi di Scanderbeg poterono permettere alla loro parzialità tutte quelle agevolezze che agli scrittori de' Romanzi sogliono essere concedute. Ma la Storia d'Italia gettò sulle loro finzioni il lume della verità. Che anzi ne insegnano eglino stessi a diffidare della sincerità delle loro relazioni, col racconto favoloso delle imprese di Scanderbeg, allor che questi passando il mare Adriatico a capo di ottocento uomini andò in soccorso del Re di Napoli 47 47 V. le sue imprese in Calabria, ne' libri IX, X di Marino Barletti, ai quali può contrapporsi la testimonianza, o il silenzio del Muratori ( Ann. d'Ital. t. XII, p. 291) e dei suoi Autori originali (Giovanni Simoneta, De rebus Francisci Sfortiae , in Muratori, Script. rerum Ital. , tom. XXI, p. 728, ed altrove). La cavalleria albanese divenne ben tosto famosa in Italia sotto il nome di Stradiotti ( Mém. de Comines , l. VIII, c. 5). . Avrebbero potuto confessare senza offuscar per questo la gloria del loro Eroe, che fu finalmente costretto di cedere alla Potenza ottomana. Ridotto a stremo, chiese un asilo al Pontefice Pio V, e convien dire che tutte le speranze gli fossero mancate, perchè morì fuggitivo a Lissa, isola spettante alla Repubblica veneta 48 48 Lo Spondano, fondato sopra ottime autorità e giudiziose considerazioni, ha ridotto il colosso di Scanderbeg a proporzioni ordinarie (A. D. 1461, n. 20; 1463, n. 9; 1465, n. 12, 13; 1467, n. 1). Le lettere che lo stesso Scanderbeg scriveva al Papa e la testimonianza di Franza, riparatosi a Corfù, vicino al luogo dell'asilo sceltosi dall'Albanese, ne dimostrano le angustie cui si vide questi ridotto, angustie che Marino cerca palliare con poco garbo (l. X). . Ne violarono indi il sepolcro i Turchi, impadronitisi di questo paese, ma la pratica superstiziosa de' giannizzeri che portavano le ossa di Scanderbeg incastrate, a guisa di reliquia, ne' lor braccialetti, era una tacita confessione del rispetto in cui tenevano il suo valore; anche la rovina dell'Albania che seguì immediatamente dopo la morte di Scanderbeg, è per esso un monumento di gloria: ma, se avesse giudiziosamente bilanciate le conseguenze della sommessione e della resistenza, un più generoso amante della sua patria rinunziava forse ad una lotta ineguale, il cui successo dalla vita e dalla morte di un uomo sol dependea. Probabilmente lo confortò la speranza, ragionevole benchè illusoria, che il Pontefice, il Re di Napoli e la Repubblica di Venezia si unirebbero in difesa di un popolo libero e cattolico, vero guardiano delle coste del mare Adriatico e dell'angusto intervallo che disgiunge dalla Italia la Grecia. Il figlio di Scanderbeg, ancora fanciullo, fu salvato dal disastro che il minacciava: i Castriotti 49 49 V. intorno alla famiglia de' Castriotti il Ducange ( Fam. Dalmat. , XVIII, p. 548-550). ottennero un Ducato nel Regno di Napoli, e il loro sangue si è trasfuso fino ai dì nostri nelle più ragguardevoli famiglie di questo Reame. Una colonia di fuggitivi albanesi ottenne possedimenti nella Calabria, ove conservano tuttavia la lingua e i costumi de' lor maggiori 50 50 Colonia d'Albanesi citata dal sig. Swinburne nel suo viaggio alle Due Sicilie (vol. I, p. 350-354). .

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