Edward Gibbon - Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 13

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Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 13: краткое содержание, описание и аннотация

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A. D. 1440-1448

Minacciati d'una prossima distruzione la città e l'impero di Costantinopoli, fondavano un'ultima speranza sull'unione della madre e della figlia, sulla tenerezza materna di Roma, e sulla obbedienza filiale di Costantinopoli. Nel Concilio di Firenze, i Greci e i Latini si erano abbracciati, avevano sottoscritto; avevano promesso; ma perfide e vane essendo queste dimostrazioni di amicizia 5 5 Stando all'originale e sincero racconto di Siropulo (pag. 312-351), lo scisma de' Greci si manifestò la prima volta che ufiziarono a Venezia, e venne confermato dall'opposizione generale del Clero e del popolo di Costantinopoli. , tutto l'edifizio dell'unione sfornito di fondamento disparve come un sogno 6 6 Quanto allo scisma di Costantinopoli, V. Franza (l. II, c. 17), Laonico Calcocondila (l. VI, p. 155-156) e Duca (c. 31). L'ultimo di questi si esprime con franchezza e libertà. Fra i moderni meritano distinzione il Continuatore del Fleury (t. XXII, p. 238-401, 402 ec.), e lo Spondano (A. D. 1440, n. 30) Ma quando si parla di Roma e di religione, il retto sentire di quest'ultimo annega entro un mare di pregiudizj e di pretensioni. . L'Imperatore e i suoi prelati partirono sulle galee di Venezia; ma nelle fermate che fecero ai lidi della Morea, alle isole di Corfù o di Lesbo, udirono alte querele sull'unione pretesa, che dovea servire soltanto, diceasi, di nuovo strumento alla tirannide. Sbarcati sulla riva di Bisanzo, li salutarono, o a meglio dire li soprappresero le doglianze generali di una popolazione malcontenta e ferita nel più vivo de' suoi sentimenti, nello zelo religioso. Dopo i due anni che l'assenza della Corte era durata, il fanatismo fermentò nell'anarchia di una Capitale priva di Capi civili ed ecclesiastici; i turbolenti frati, che governavano la coscienza delle femmine e de' devoti, predicavano ai lor discepoli l'odio contro ai Latini, come sentimento primario della natura e della religione. Innanzi di partire per l'Italia, l'Imperatore avea fatto sperare ai suoi sudditi un pronto e possente soccorso; mentre il Clero, altero della sua purità ortodossa, o della sua scienza, riprometteasi, e aveva assicurata al proprio gregge una facile vittoria sui ciechi pastori dell'Occidente. Allorchè si trovarono delusi in questa doppia speranza, i Greci si abbandonarono alla indegnazione; i Prelati, che avevano sottoscritto, sentirono ridestarsi i rimorsi della loro coscienza: il momento del disinganno era venuto; e maggior soggetto aveano di paventare gli effetti del pubblico sdegno, che di sperare la protezione del Papa, o dell'Imperatore. Lungi dal profferire un accento di scusa sulla condotta che tennero, confessarono umilmente la loro debolezza e il lor pentimento, implorando la misericordia di Dio e de' lor compatriotti. A quelli che in tuono di rimprovero lor domandavano qual fosse la conclusione, quali i vantaggi riportati dal Concilio d'Italia, rispondeano con lagrime e con sospiri, «noi abbiam composta una nuova Fede, abbiamo barattata la pietà nell'empietà, abbiurato l'immacolato sagrifizio, siam divenuti azzimiti ». Chiamavansi azzimiti coloro che si comunicavano con pane azzimo, o senza lievito, e qui potrei essere costretto a ritrattare, o a schiarir meglio l'elogio che alla rinascente filosofia di quei tempi testè tributai. «Oimè! continuavano essi, ne ha vinti la miseria: ne hanno sedotti la frode, i timori e le speranze di una vita transitoria. Noi meritiamo ne venga troncata la mano che ha suggellato il nostro delitto, ne venga strappata la bocca che ha recitato il simbolo de' Latini». La sincerità del qual pentimento convalidarono prestandosi con maggiore zelo alle più minute cerimonie e al sostegno dei dogmi più incomprensibili. Segregatisi dalla comunione degli altri, non parlavano nemmeno coll'Imperatore, il contegno del quale fu alquanto più decente e ragionevole. Dopo la morte del Patriarca Giuseppe, gli Arcivescovi di Eraclea e di Trebisonda ebbero il coraggio di ricusare la sede rimasta vacante, intanto che il Cardinal Bessarione preferiva l'asilo utile e agiato offertogli dal Vaticano. L'Imperatore ed il Clero elessero, che altra scelta ad essi non rimanea, Metrofane di Cizico; ma quando veniva consagrato in S. Sofia, rimase vuota la chiesa. I vessilliferi della Croce abbandonarono il servigio dell'altare, e la contagione essendosi comunicata dalla città ai villaggi, Metrofane usò invano le folgori della Chiesa contro un popolo di scismatici. Gli sguardi dei Greci si volsero a Marco d'Efeso, difensore del suo paese, e riguardato come santo confessore, i cui patimenti vennero ricompensati con tributo d'applausi e di ammirazione. Ma il suo esempio e i suoi scritti propagarono la fiamma della religiosa discordia, benchè egli soggiacesse ben presto al peso degli anni e delle infermità; perchè l'evangelio di Marco non era un evangelio di tolleranza; onde fino all'estremo anelito chiese non si ammettessero ai suoi funerali i partigiani di Roma che dispensò dal pregare per l'anima sua.

Lo scisma non si ristette fra gli angusti limiti del greco Impero; tranquilli sotto il governo dei Mammalucchi, i Patriarchi di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme adunarono un numeroso Sinodo, ove negarono la legittimità de' loro rappresentanti a Ferrara e a Firenze, condannando il Sinodo e il Concilio de' Latini, e minacciando l'Imperatore di Costantinopoli delle censure della Chiesa d'Oriente. Tra i settarj della comunione greca, i Russi erano i più potenti, i più ignoranti e superstiziosi: il loro primate, Cardinale Isidoro, corse rapidamente da Firenze a Mosca 7 7 Isidoro era Metropolitano di Chiovia, ma i Greci, sudditi della Polonia, hanno trasportata questa residenza dalle rovine di Chiovia a Lemberg o Leopold (Herbestein, in Ramusio , t. II, p. 127); d'altra parte i Russi si posero sotto la dependenza spirituale dell'Arcivescovo, divenuto, dopo il 1588, Patriarca di Mosca. Levesque, ( Hist. de Russie , tom. III, p. 188-190), compilazione d'un manoscritto di Torino, Iter et labores archiepiscopi Arsenii . per ridurre sotto l'autorità del Pontefice questa independente nazione: ma i Vescovi russi aveano attinta la loro dottrina fra le celle del monte Atos, e il Sovrano, non men dei sudditi, seguiva le opinioni teologiche del proprio Clero. Il titolo, il fasto, e la croce latina del Legato, amico di quegli uomini empj, così li chiamavano i Russi, che si radeano la barba e celebravano il divin sagrifizio colle mani coperte dai guanti, e le dita cariche di anelli, divennero altrettanti soggetti di scandalo a quella nazione. Condannato Isidoro da un Sinodo, e rinchiuso in un Monastero, non si sottrasse che con grande stento al furore d'un popolo feroce e fanatico 8 8 Il singolare racconto del Levesque ( Storia di Russia , t. II, p. 242-247) è tolto dagli archivj del Patriarcato. Gli avvenimenti di Ferrara e di Firenze vi sono descritti con altrettanta imparzialità ed ignoranza. Ma si può credere ai Russi intorno a quanto riguarda i lor pregiudizj. . I Russi inoltre negarono il passo ai Missionarj di Roma che voleano trasferirsi a convertire i Pagani al di là del Tanai 9 9 Il Cammanismo , ossia l'antica religione de' Cammari , o Ginosofisti , è stata respinta ai deserti del Nord dalla religione più popolare dei Bramini dell'India; e una Setta di filosofi che andavano affatto ignudi, si vide costretta ad avvilupparsi in pellicce. Coll'andar del tempo tralignarono in una Setta di astrologhi o ciarlatani. I Morvan , o Tsceremissi della Russia europea, professarono questa religione formata sul modello terrestre di un Re, o di un Dio, de' suoi Ministri, o Angeli, e degli spiriti ribelli, che al governo di questo superiore si oppongono. Poichè queste tribù del Volga non ammettono le immagini, poteano a miglior diritto rinversar sui Latini il nome d'idolatri, che ad essi davano i Missionarj. (Levesque, Storia dei popoli sottomessi alla dominazione de' Russi , t. I, p. 194-237, 423-460). , fondando il loro rifiuto sulla massima che il delitto d'idolatria è men condannevole di quel dello scisma. L'avversione che i Boemi mostrarono al Papa, rendè meritevoli di scusa i loro errori appo il Clero greco che mandò con una deputazione a chiedere in Lega questi sanguinarj entusiasti 10 10 Spondano ( Annal. eccles. , t. II, A. D. 1451, n. 13). L'epistola de' Greci colla traduzione latina trovasi tuttavia nella Biblioteca del Collegio di Praga. . Intanto che Eugenio giubilava della conversione de' Greci, divenuti ortodossi, i partigiani di lui nella Grecia, vedeansi confinati entro le mura, o piuttosto nella reggia di Costantinopoli. Lo zelo di Paleologo eccitato dall'interesse, fu ben tosto raffreddato dalla resistenza, e temè cimentare la propria Corona e la vita, se avesse violentata la coscienza di una nazione, cui non sarebbero mancati soccorritori stranieri e domestici per sostenerla in una santa ribellione. Il Principe Demetrio, fratello dell'Imperatore, il quale soggiornando in Italia, avea serbato un silenzio che era conforme alla prudenza, e che pubblico favore gli conciliò, minacciava d'impugnar l'armi in difesa della religione; intanto l'apparente buon accordo de' Greci e dei Latini cagionava gravi timori al Sultano de' Turchi.

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