«La regina non vuole essere disturbata» ribadì ser Mandon lentamente, quasi che Tyrion fosse un povero idiota che non lo aveva udito la prima volta.
Una volta suo fratello Jaime gli aveva detto che Moore era il più pericoloso di tutti i cavalieri della Guardia reale — eccetto lui, era chiaro — poiché niente, nel suo volto, dava indicazioni su quale sarebbe stata la sua mossa successiva. In quel frangente, però, a Tyrion non sarebbe affatto dispiaciuto avere qualche indizio. Se la cosa fosse sfociata nel confronto alla lama, Bronn e Timett sarebbero certamente stati in grado di uccidere il cavaliere. Per contro, inaugurare il suo arrivo tagliando la gola a uno dei protettori di Joffrey poteva non essere il gesto più conciliatorio. Al tempo stesso, se lui l’avesse data vinta a Moore, andandosene, che fine avrebbe fatto la sua autorità?
«Ser Mandon, credo che tu non abbia fatto la conoscenza con i miei compagni.» Tyrion s’impose di sorridere. «Questo è Timett figlio di Timett, mano rossa degli Uomini Bruciati. E quest’altro è Bronn. Forse tu ricordi ser Vardis Egen, comandante della Guardia di lord Jon Arryn?»
«Conosco ser Vardis.» Gli occhi di ser Mandon erano grigio chiaro, spenti e senza vita.
«Conoscevi» precisò Bronn con un mezzo sorriso.
Ser Mandon non si degnò di dar segno di aver udito.
«Sia come sia» riprese Tyrion. «È molto importante, cavaliere, che io veda mia sorella e le consegni questa lettera. Ora, vorresti essere così gentile da aprirci la porta?»
Il cavaliere in bianco non rispose. Tyrion era ormai sul punto di tentare di entrare con la forza, quando improvvisamente ser Mandon si fece di lato: «Tu puoi entrare. Loro no».
“Una piccola vittoria” gongolò il Folletto. “Piccola ma dolce.” Il primo esame era superato. Tyrion Lannister oltrepassò il portale sentendosi quasi alto. I cinque uomini che componevano il Concilio ristretto del re cessarono all’istante di discutere.
«Tu.» Fu sua sorella la regina Cersei a parlare, in un tono a metà tra stupefazione e disgusto.
«Adesso capisco da chi Joffrey ha imparato le sue buone maniere.»
Tyrion si soffermò per un momento ad ammirare la coppia di sfingi di Valyria che montavano la guardia sulla porta della sala del Concilio ristretto, ostentando un’aria di rilassata sicurezza di sé. Cersei era infatti in grado di sentire il tanfo della debolezza nello stesso modo in cui un cane percepisce quello della paura.
«Che cosa ci fai qui?» Gli splendidi occhi verdi della sorella lo studiarono senza la benché minima luce di affetto.
«Consegno una lettera del lord nostro padre.» Tyrion si accostò al tavolo e collocò una pergamena arrotolata di fronte alla regina.
Varys l’eunuco prese la pergamena e la rigirò tra le dita delicate, perfettamente incipriate. «Quale cortesia da parte di lord Tywin. E la cera del suo sigillo ha una così squisita sfumatura dorata» Varys esaminò il sigillo con la massima attenzione. «All’aspetto, sembra proprio autentica.»
«Ma certo che è autentica.» Cersei gli strappò la pergamena dalle mani, poi spezzò il sigillo e srotolò il documento.
Tyrion rimase a osservarla mentre lo leggeva. Sua sorella si era impossessata dello scranno del re — evidentemente Joffrey non partecipava spesso alle riunioni del Concilio, non più di quanto avesse fatto suo padre, il defunto re Robert — per cui Tyrion si arrampicò sulla sedia del Primo Cavaliere. Nulla infarti gli sembrò più appropriato.
«Ma questo… è assurdo.» La regina alzò lo sguardo dal documento. «Il lord mio padre ha inviato mio fratello Tyrion a prendere il suo posto nel Concilio. Ci chiede di accettare Tyrion quale Primo Cavaliere del re fino a quando lui stesso non sarà in grado di assumere di nuovo quel ruolo.»
Il gran maestro Pycelle si accarezzò la fluente barba bianca e annuì vigorosamente: «Si direbbe che un benvenuto sia d’uopo».
«Senz’altro.» Janos Slynt, con la sua pappagorgia e il cranio calvo, sembrava un rospo, un gracchiante animaletto che si era elevato un po’ troppo dalla palude. «Abbiamo un disperato bisogno di te, mio signore. Rivolte ovunque, il cupo presagio nel cielo, disordini nelle strade della città…»
«E di chi è la colpa dei disordini, lord Janos?» sibilò Cersei. «Sono le tue cappe dorate ad aver l’incarico di mantenere l’ordine. E per quanto riguarda te, Tyrion, potresti esserci di maggiore aiuto sul campo di battaglia.»
«Già stato, mi è bastato.» Tyrion rise. «Io ho chiuso con i campi di battaglia, grazie tante. Sto più comodo su una sedia che in sella, e al sollevare un’ascia da combattimento preferisco di gran lunga alzare una coppa di vino. Tutto quel rullare di tamburi, quello scintillare di armature, tutti quei magnifici destrieri che nitriscono e scalpitano… Ebbene, i tamburi mi fanno venire il mal di testa, il sole che riverberava sull’armatura mi ha stracotto come un’anatra nella festa del giorno del raccolto e quei magnifici destrieri cacano proprio dappertutto. Non che io mi lamenti, intendiamoci. Al confronto dell’ospitalità di cui sono stato fatto oggetto alla valle di Arryn, tamburi, merda di cavallo e punture di zanzare sono una vera manna.»
«Ben detto, Lannister» commentò ridendo Ditocorto. «Un uomo che capisco con tutto il cuore.»
Tyrion sorrise a sua volta, ma non si era scordato una certa daga dall’impugnatura di osso di drago e dalla lama di acciaio di Valyria. “Di quella dovremo parlare a quattr’occhi, e anche molto presto.” Si domandò se il caro lord Petyr avrebbe trovato anche quell’argomento altrettanto divertente.
«Vi prego.» Tyrion apostrofò l’intero Concilio. «Permettete che vi sia d’aiuto, per quanto modesto possa essere.»
Cersei lesse la lettera una seconda volta. «Quanti uomini hai portato con te?»
«Poche centinaia. Sono miei uomini, per la gran parte. Nostro padre detestava l’idea di indebolire le sue forze. Dopo tutto, sta combattendo una guerra.»
«E di quale utilità saranno quelle poche centinaia di uomini se Renly decidesse di marciare sulla città, o se Stannis volesse far vela dalla Roccia del Drago? Io chiedo un esercito e mio padre mi manda… un nano. Inoltre, è il re a nominare il Primo Cavaliere, con il consenso del Concilio. E Joffrey ha nominato il lord nostro padre.»
«E il lord nostro padre ha nominato me.»
«Questo non può farlo. Non senza l’approvazione di Joff.»
«Lord Tywin si trova a Harrenhal insieme al suo esercito» ribatté Tyrion in tono conciliante. «Perché tu e Joffrey non andate da quelle parti a verificare di persona?»
«Miei lord» continuò poi il Folletto con cordialità «potreste concedermi la grazia di poter parlare in privato con mia sorella?»
Varys fu il primo a scivolare in piedi, sorridendo in quel suo modo untuoso: «Quanto dev’esserti mancato il suono della dolce voce di tua sorella. Miei lord, vi prego, diamo loro qualche momento insieme. I guai del nostro travagliato regno aspetteranno».
Janos Slynt si alzò con esitazione, e anche il gran maestro Pycelle, con gravità. Tutti si alzarono. Ditocorto fu l’ultimo: «Vuoi che dica all’attendente di farti preparare l’alloggio nel Fortino di Maegor?».
«I miei ringraziamenti, lord Petyr, ma intendo sistemarmi nelle stanze che erano state di lord Stark, nella Torre del Primo Cavaliere.»
«Sei più coraggioso di me, Lannister.» Ditocorto rise di nuovo. «Tu sei al corrente di che fine hanno fatto i due Primi Cavalieri che ti hanno preceduto, non è vero?»
«Solamente due? Se stai cercando di farmi paura, perché non dire quattro?»
«Quattro?» Ditocorto inarcò un sopracciglio. «Vuoi dire che anche i Primi Cavalieri antecedenti a lord Arryn incontrarono un fato avverso nella torre? Temo di essere stato troppo giovane per prestare attenzione alla loro sorte.»
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