Rorbert Jordan - Memoria di luce
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Il coltello si conficcò nel petto di Alanna.
Nynaeve lo guardò, atterrita. Non era una ferita che si poteva guarire con punti ed erbe. Quella lama aveva colpito il cuore.
«Rand! Mi serve l’Unico Potere!» urlò Nynaeve.
«È tutto... a posto...» sussurrò Alanna.
Nynaeve guardò gli occhi della donna. Era lucida. L’andilaia, si rese conto Nynaeve, ricordando l’erba che aveva usato per dar forza alla donna. L’ha riscossa dal torpore. L’ha svegliata.
«Posso...» disse Alanna. «Posso lasciarlo andare...»
La luce svanì dagli occhi di Alanna.
Nynaeve guardò Moridin e Rand. Rand lanciò un’occhiata alla donna morta con pietà e tristezza, ma Nynaeve non vide rabbia nei suoi occhi. Alanna aveva lasciato andare il legame prima che Rand potesse avvertire gli effetti della sua morte.
Moridin tornò a voltarsi verso Rand, un altro coltello nella sinistra. Rand sollevò Callandor per eliminare Moridin.
Moridin lasciò cadere la spada e si pugnalò la destra con il coltello. Rand fu colto da uno spasmo improvviso e Callandor cadde dalla sua stretta come se la sua mano fosse stata ferita in qualche modo dall’attacco di Moridin.
Il bagliore che emanava dalla lama si spense e l’arma cristallina tintinnò colpendo il suolo.
Perrin non si tratteneva nello scontro con l’Assassino.
Non cercava di fare distinzioni tra lupo e uomo. Finalmente dava libero sfogo a tutto quanto: ogni frammento di rabbia verso l’Assassino, ogni frammento di dolore per le morti nella sua famiglia, pressioni che erano cresciute inosservate dentro di lui per mesi.
Vi diede sfogo. Luce, lasciò andare tutto. Come quella notte quando aveva ucciso quei Manti Bianchi. Fin da allora, aveva tenuto ben strette in una morsa le sue emozioni. Proprio come aveva detto Mastro Luhhan.
Adesso, in un momento congelato, riusciva a capirlo. Il gentile Perrin, sempre timoroso di far del male a qualcuno. Un fabbro che aveva appreso il controllo. Di rado permetteva a sé stesso di colpire con tutta la sua forza.
Tolse il guinzaglio al lupo. Non era mai stato quello il suo posto.
La tempesta si conformava alla sua rabbia. Perrin non cercò di trattenerla. Perché avrebbe dovuto? Si adattava alla perfezione alle sue emozioni. Il suo martello calava come un rombo di tuono, i suoi occhi dardeggiavano come saette. I lupi ululavano assieme al vento.
L’Assassino cercava di controbattere. Saltava, traslava, pugnalava. Ogni volta Perrin era lì. Gli balzava addosso come un lupo, menava fendenti come un uomo, lo respingeva come la tempesta stessa. L’Assassino assunse un’espressione inferocita negli occhi. Sollevò uno scudo, cercando di frapporlo tra sé e Perrin.
Perrin attaccò. Senza pensarci, ora, divenne solo istinto. Perrin ruggì, sbattendo il martello contro quello scudo più e più volte. Assalendo l’Assassino davanti a lui. Percuotendo lo scudo come un ostinato pezzo di ferro. Martellando senza sosta per la rabbia, per la furia.
Il suo ultimo colpo gettò indietro l’Assassino e fece volar via lo scudo dalle mani dell’uomo, facendolo ruotare per cento piedi in aria. L’Assassino colpì il suolo e rotolò, con il fiatone. Giunse a fermarsi nel mezzo del campo di battaglia, delle figure indistinte si sollevavano tutt’attorno a lui e morivano mentre combattevano nel mondo reale. Guardò Perrin spaventato, poi scomparve.
Perrin traslò nel mondo della veglia per seguirlo. Comparve in mezzo alla battaglia, Aiel contro Trolloc in uno scontro furibondo. I venti erano sorprendentemente forti da questo lato e, sopra Shayol Ghul, che si levava in cielo come un dito storto, turbinavano nuvole nere.
Gli Aiel lì vicino quasi non lo notarono. Corpi di Trolloc e umani giacevano in cumuli per tutto il campo di battaglia e quel posto puzzava di morte. Un tempo qui il terreno era polveroso, ma ora ribolliva di fango creato dal sangue dei caduti.
L’Assassino si spinse tra un gruppo di Aiel nelle vicinanze, ringhiando e vibrando il lungo coltello. Non si guardò indietro, e non pareva sapesse che Perrin lo aveva seguito nel mondo reale.
Una nuova ondata di Progenie dell’Ombra si spinse giù dal pendio, fuori da una nebbia bianco-argentea. La loro pelle pareva strana, butterata, gli occhi di un bianco latteo. Perrin li ignorò e si precipitò dietro l’Assassino.
Giovane Toro! Lupi. I Fratelli dell’Ombra sono qui! Combattiamo!
I Segugi Neri. I lupi odiavano tutta la Progenie dell’Ombra: un intero branco sarebbe morto per abbattere un Myrddraal. Ma temevano i Segugi Neri.
Perrin si guardò attorno per individuare le creature. Gli uomini normali non potevano combattere i Segugi Neri, la cui semplice saliva era mortale. Lì vicino, le forze degli umani si infransero davanti a una marea di lupi delle dimensioni di cavalli. La Caccia Selvaggia.
Luce! Quei Segugi Neri erano enormi. A decine quei lupi nerissimi e corrotti si fecero largo tra le linee difensive, scagliando in giro soldati tairenensi e domanesi come se fossero bambole di pezza. I lupi attaccavano i Segugi Neri, ma era tutto inutile. Uggiolavano e ululavano mentre morivano.
Perrin alzò la sua voce assieme ai loro latrati di morte, un aspro grido di rabbia. Per il momento, non poteva aiutarli. I suoi istinti e le sue passioni lo guidavano. L’Assassino. Lui doveva sconfiggere l’Assassino. Se Perrin non l’avesse fermato, quell’uomo avrebbe traslato nel Mondo dei Sogni e avrebbe ucciso Rand.
Perrin si voltò e corse tra gli eserciti in conflitto, inseguendo la figura distante più avanti. L’Assassino aveva ottenuto un vantaggio grazie alla distrazione di Perrin, ma aveva rallentato un poco. Non si era ancora reso conto che Perrin poteva lasciare il Mondo dei Sogni.
Più avanti, l’Assassino si fermò ed esaminò il campo di battaglia. Si guardò indietro e vide Perrin, poi sgranò gli occhi. Perrin non riuscì a sentire le sue parole sopra il trambusto, ma poté leggere le labbra dell’Assassino mentre sussurrava: «No. No, non può essere.»
Sì, pensò Perrin. Ora posso seguirti, ovunque scappi. Questa è una caccia. E tu, finalmente, sei la preda.
L’Assassino scomparve e Perrin traslò nel mondo del sogno dietro di lui. Le persone che combattevano lì attorno divennero sagome nella polvere, esplodevano e si riformavano. L’Assassino urlò di paura nel vederlo, poi traslò di nuovo nel mondo della veglia. Perrin fece lo stesso. Poteva fiutare la pista dell’Assassino. Lustro di sudore, in preda al panico. Nel sogno, poi di nuovo nel mondo della veglia. Nel sogno, Perrin correva a quattro zampe, come Giovane Toro. Nel mondo della veglia era Perrin, il martello in alto.
Traslò avanti e indietro fra i due mondi, con la stessa frequenza con cui sbatteva le palpebre, inseguendo l’Assassino. Quando andava a sbattere contro un gruppo di corpi che lottavano, balzava nel sogno del lupo e passava tra le figure di sabbia e polvere soffiata dal vento, poi traslava di nuovo nel mondo della veglia per seguire la pista. Iniziò ad accadere così in fretta che Perrin guizzava tra i due mondi a ogni battito di cuore.
Thump. Perrin sollevò il martello, balzando giù da un piccolo costone dopo la sagoma che correva più avanti.
Thump. Giovane Toro ululò, chiamando il branco.
Thump. Perrin era vicino ora. Solo pochi passi di distanza. L’odore dell’Assassino era penetrante.
Thump. Gli spiriti dei lupi comparvero attorno a Giovane Toro, ululando la brama di caccia. Nessuna preda l’aveva mai meritata quanto questa. Nessuna preda aveva mai fatto più male ai branchi. Nessun uomo era mai stato più temuto.
Thump. L’Assassino barcollò. Si rigirò mentre cadeva, inviandosi nel sogno del lupo di riflesso.
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