Rorbert Jordan - Memoria di luce

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«Sono venuto ad aiutarvi!» disse Mat. «Contro il mio dannato miglior giudizio!»

«Non puoi combattere i Segugi Neri, Mat» disse Perrin mentre gli si accostava a cavallo. «Io posso, e così l’Ultima Caccia.» Inclinò la testa, poi guardò verso il suono del Corno.

«No,» disse Mat «non l’ho suonato io. Quel dannato fardello è passato a qualcuno che sembra divertircisi davvero.»

«Non è quello, Mat.» Perrin gli si avvicinò, allungando una mano e prendendolo per il braccio mentre era in sella. «Mia moglie, Mat. Per favore. Lei aveva il Corno.»

Mat abbassò lo sguardo, con aria cupa. «Il ragazzo ha detto... Luce, Perrin. Faile era a Merrilor e ha guidato i Trolloc lontano da Olver affinché lui potesse scappare con il Corno.»

«Allora potrebbe essere ancora viva» disse Perrin.

«Sì. Certo, potrebbe» replicò Mat. Che altro poteva dire? «Perrin, c’è qualcos’altro che devi sapere. Fain è qui, su questo campo di battaglia.»

«Fain?» ringhiò Perrin. «Dove?»

«È in quella nebbia! Perrin, ha portato Mashadar, in qualche modo. Non lasciare che ti tocchi.»

«Cero anch’io a Shadar Logoth, Mat» disse Perrin. «Ho un debito da saldare, con Fain.»

«E io no?» disse Mat. «Io...»

Perrin sgranò gli occhi. Fissò il petto di Mat.

Un piccolo nastro bianco di nebbiolina argentea — la nebbia di Mashadar — aveva trafitto Mat da dietro, trapassandogli il petto. Mat lo guardò, sussultò una volta, poi ruzzolò giù da cavallo.

47

Osservare il flusso contorcersi

Aviendha arrancava su per i pendii della valle di Thakan’dar, cercando di evitare lo schermo di Spirito che Graendal stava tentando di insinuare al suo posto. Un flusso come un laccio che sfidava i suoi tentativi di prendere l’Unico Potere. Non riusciva a reggersi in piedi, tanto erano rovinati. Giaceva in preda al dolore, capace a malapena di muoversi.

Lo respinse, ma di poco.

La Reietta era appoggiata contro le rocce del costone, già da un po’ di tempo, borbottando tra sé. Dal suo fianco fuoriusciva sangue rosso vivo. Sotto di loro, nella valle, infuriava la battaglia. Una tempesta bianco-argentea passava sui morti e alcuni vivi.

Aviendha cercò di strisciare verso il passaggio. Era ancora aperto e, attraverso di esso, poteva vedere il fondovalle. Qualcosa doveva aver indotto Cadsuane e le altre ad allontanarsi... Oppure Aviendha aveva creato il passaggio per il punto sbagliato.

Il bagliore di saidar circondò Graendal di nuovo. Altri flussi; Aviendha li recise, ma ritardò così i suoi progressi verso il passaggio.

Graendal gemette, poi si rimise dritta. Barcollò in direzione di Aviendha, anche se la donna pareva stordita dalla perdita di sangue.

Aviendha poteva fare poco per difendersi, anche lei indebolita per l’emorragia. Era inerme.

Tranne...

Il flusso per il passaggio, quello che aveva legato. Era ancora sospeso lì e teneva aperto il portale. Nastri di un laccio.

Con attenzione, esitante ma disperata, Aviendha si protese mentalmente e slacciò uno dei filamenti nel passaggio. Poteva farlo. Il flusso tremolò e scomparve.

Era qualcosa che le Aiel facevano, ma che le Aes Sedai ritenevano terribilmente pericoloso. I risultati potevano essere imprevedibili. Un’esplosione, una piccola pioggia di scintille... Aviendha poteva essere quietata. O forse non sarebbe successo proprio nulla. Quando Elayne ci aveva provato, aveva causato un’esplosione devastante.

A lei sarebbe andato bene. Se fosse morta portando con sé una dei Reietti, sarebbe stata una morte stupenda.

Doveva tentare.

Graendal si fermò vicino ad Aviendha e borbottò tra sé, a occhi chiusi. Poi li aprì e iniziò a tessere un altro flusso. Coercizione.

Aviendha lavorò più rapidamente, tirando via due, tre, mezza dozzina di fili dal passaggio. Quasi... quasi...

«Cosa stai facendo?» domandò Graendal.

Aviendha andò ancora più veloce e, nella fretta, tolse il filo sbagliato. Rimase immobile, osservando il flusso contorcersi, facendo esplodere quelli accanto.

Graendal sibilò e iniziò ad appoggiare la coercizione su Aviendha.

Il passaggio scoppiò in un lampo di luce e calore.

Shaisam occupava il campo di battaglia, la nebbia che si faceva strada fra quei lupi e quegli uomini che pensavano di sbarrargli la strada per al’Thor.

Sì, al’Thor. Colui che avrebbe ucciso, distrutto, divorato. Sì, al’Thor!

Qualcosa tremolò a margine dei suoi sensi. Shaisam esitò, accigliandosi fra sé. Cosa c’era di sbagliato lì? Un pezzo di lui... Un pezzo di lui aveva smesso di sentire.

Questo cos’era? Fece scorrere la sua forma fisica per il terreno attraverso la nebbia. Sgocciolava sangue dalle sue dita, martoriate dal pugnale che portava, il seme meraviglioso, l’ultimo frammento della sua vecchia identità.

Si imbatté in un cadavere, uno che era stato ucciso dalle sue nebbie. Shaisam si accigliò e si piegò. Quel corpo sembrava familiare...

La mano del cadavere si allungò e afferrò Shaisam per la gola. Lui annaspò, dibattendosi, e il cadavere aprì l’occhio.

«Una volta ho sentito una cosa bizzarra sulle malattie, Fain» sussurrò Matrim Cauthon. «Quando prendi una malattia e sopravvivi, non puoi prenderla di nuovo.»

Shaisam si dibatté in preda al panico. No. No, non era così che sarebbe dovuta andare una rimpatriata con un vecchio amico! Artigliò la mano che lo tratteneva, poi si rese conto con orrore che aveva lasciato cadere il pugnale.

Cauthon lo spinse giù, sbattendolo a terra. Shaisam chiamò le sue propaggini. Troppo tardi! Troppo lento!

«Sono venuto a ridarti il tuo dono, Mordeth» bisbigliò Cauthon. «Considero il nostro debito ripagato appieno.»

Cauthon conficcò il pugnale dritto tra le costole, nel cuore di Shaisam. Legato a questa pietosa forma mortale, Mordeth lanciò un grido. Padan Fain ululò e avvertì la carne sciogliersi dalle ossa. Le nebbie tremolarono, iniziando a mulinare e agitarsi.

Assieme morirono.

Perrin traslò nel sogno del lupo e trovò Gaul seguendo l’odore di sangue. Non avrebbe voluto lasciare Mat con Mashadar, ma era fiducioso — da un’occhiata che Mat gli aveva scoccato dopo essere caduto — che il suo amico potesse sopravvivere alla nebbia e che sapesse cosa stava facendo.

Gaul si era nascosto bene, infilato in una fenditura nella roccia appena fuori dal Pozzo del Destino. Gaul portava ancora una lancia e aveva reso più scuri i suoi vestiti perché si adattassero alle rocce attorno.

Si stava appisolando quando Perrin lo trovò. Non solo Gaul era ferito, ma si trovava nel sogno del lupo da troppo tempo. Se Perrin provava una spossatezza dolorosa, per Gaul doveva essere peggio.

«Vieni, Gaul» disse Perrin, aiutandolo a uscire dalle rocce.

Gaul pareva frastornato. «Nessuno mi ha superato» borbottò. «Ho montato la guardia, Perrin Aybara. Il Car’a’carn è al sicuro.»

«Hai agito bene, amico mio» replicò Perrin. «Meglio di quanto chiunque avrebbe potuto aspettarsi. Hai molto onore.»

Gaul sorrise mentre si appoggiava alla spalla di Perrin. «Mi sono preoccupato... Quando i lupi sono spariti, mi sono preoccupato.»

«Continuano a combattere nel mondo della veglia.» Perrin aveva avvertito l’esigenza di tornare. Trovare Gaul era stato solo parte del motivo, ma c’era qualcos’altro, un impulso che non riusciva a spiegare.

«Tieniti forte» disse Perrin, afferrando Gaul attorno alla vita. Li traslò al Campo di Merrilor, poi fuori dal sogno del lupo, e comparve al centro dell’accampamento dei Fiumi Gemelli.

La gente notò immediatamente Perrin e si levarono delle urla. «Luce, Perrin!» disse un uomo lì vicino. Grady accorse, con pesanti borse sotto gli occhi. «Per poco non ti incenerivo, Lord Occhidoro. Come hai fatto a comparire a quel modo?»

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