Rorbert Jordan - Memoria di luce

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Era necessario che qualcuno lo facesse. Questa almeno era una prova che Rand non avrebbe dovuto affrontare. Era un fardello che Perrin poteva portare per il suo amico.

Alzò lo sguardo verso Rand. «Va’» bisbigliò Perrin. «Fa’ quello che devi fare. Come sempre, ti guarderò le spalle.»

I sigilli si sgretolarono. Il Tenebroso fu libero.

Rand lo tenne stretto.

Pieno del Potere, dentro una colonna di luce. Rand tirò il Tenebroso dentro il Disegno. Solo qui esisteva il tempo. Solo qui l’Ombra stessa poteva essere uccisa.

Quella forza nella sua mano, che era allo stesso tempo vasta eppure minuscola, tremolò. Le sue urla erano i suoni dei pianeti che si frantumavano.

Una cosa pietosa. All’improvviso Rand ebbe come l’impressione di tenere in mano non una delle forze primordiali dell’esistenza, ma una cosa che si contorceva, giunta dalla mota del recinto delle pecore.

Tu in realtà non sei nulla, disse Rand, conoscendo completamente i segreti del Tenebroso. Non mi avresti mai dato riposo come hai promesso, padre delle menzogne. Mi avresti schiavizzato, così come avresti fatto con gli altri. Non puoi dare l’oblio. A te non appartiene il riposo. Solo il tormento.

Il Tenebroso tremolò nella sua stretta.

Tu, minuscolo essere spregevole, disse Rand.

Rand stava morendo. La sua forza vitale stava scorrendo via e, oltre a quello, la quantità di Potere che tratteneva presto l’avrebbe consumato.

Teneva il Tenebroso in mano. Iniziò a stringere, poi si fermò.

Conosceva tutti i segreti. Poteva vedere quello che il Tenebroso aveva fatto. E Luce, Rand capiva. Molto di quello che il Tenebroso gli aveva mostrato erano menzogne.

Ma la visione che Rand stesso aveva creato — quella senza il Tenebroso — era la verità. Se avesse fatto come desiderava, avrebbe lasciato gli uomini non meglio del Tenebroso stesso.

Che sciocco sono stato.

Rand urlò, scagliando il Tenebroso di nuovo nel pozzo da dove era venuto. Spinse le braccia di lato, afferrando pilastri gemelli di saidar e saidin con la mente, ammantati con il Vero Potere attinto attraverso Moridin, che era inginocchiato sul pavimento, gli occhi aperti e così tanto Potere che gli scorreva attraverso da non potersi nemmeno muovere.

Rand scagliò i Poteri in avanti con la mente e li intrecciò. Saidin e saidar assieme, il Vero Potere a circondarli e formare uno schermo sul Foro.

Intessé qualcosa di maestoso, un motivo di saidar e saidin mescolati nelle loro forme pure. Non Fuoco, non Spirito, non Acqua, non Terra, non Aria. Purezza. La Luce stessa. Questo non riparò, non rattoppò: forgiò di nuovo.

Con questa nuova forma del Potere, Rand ricompose lo squarcio che era stato creato molto tempo prima da uomini stolti.

Finalmente comprese che il Tenebroso non era il nemico.

Non lo era mai stato.

Moiraine afferrò Nynaeve accanto a lei, strisciando, poiché quella luce era abbagliante.

Tirò in piedi Nynaeve. Assieme corsero. Lontano dalla luce ardente dietro di loro. Su per il corridoio, arrancando. Moiraine uscì all’aria aperta senza rendersene conto e per poco non corse giù dall’orlo del sentiero, che l’avrebbe mandata a ruzzolare per il pendio ripido. Qualcuno la afferrò.

«Ti tengo» disse la voce di Thom mentre crollava tra le sue braccia, completamente esausta. Nynaeve cadde per terra lì accanto, rantolando.

Thom voltò Moiraine dal corridoio, ma lei si rifiutò di distogliere lo sguardo. Aprì gli occhi, anche se sapeva che la luce era troppo intensa, e vide qualcosa. Rand e Moridin, in piedi nella luce mentre questa si espandeva verso l’esterno per consumare l’intera montagna nel suo bagliore.

L’oscurità di fronte a Rand era sospesa come un buco, risucchiando tutto dentro di sé. Lentamente, pezzo per pezzo, quel buco si rimpicciolì finché non fu altro che una capocchia di spillo.

Scomparve.

Epilogo

Vedere la risposta

Rand scivolò sul suo sangue.

Non poteva vedere. Portava qualcosa. Qualcosa di pesante. Un corpo. Arrancò su per il cunicolo.

Chiudendo, pensò. Si sta chiudendo. Il soffitto si abbassava come fauci che si chiudevano, pietra strusciava contro pietra. Con un rantolo, Rand raggiunse l’aria aperta mentre le rocce crollavano dietro di lui, serrandosi come denti stretti.

Rand inciampò. Il corpo tra le sue braccia era pesante. Scivolò a terra.

Poteva... vedere, debolmente. Una figura era inginocchiata accanto a lui. «Sì» sussurrò una donna. Lui non riconobbe la voce. «Sì, va bene. È quello che devi fare.»

Sbatté le palpebre, la vista sfocata. Quelli erano abiti aiel? Una donna anziana, con i capelli grigi? La sua forma indietreggiò e Rand si protese verso di lei, non volendo restare solo. Voleva spiegarsi. «Ora vedo la risposta» mormorò. «Ho posto la domanda sbagliata agli Aelfinn. Scegliere è il nostro destino. Se non hai scelta, non sei affatto un uomo. Sei una marionetta...»

Delle urla.

Rand si sentì pesante. Piombò nell’incoscienza.

Mat si alzò in piedi mentre la nebbia di Mashadar evaporava da lui e scompariva. Il campo era disseminato dei corpi di quei sinistri Trolloc butterati. Guardò in alto attraverso i fili di nebbia che svanivano e trovò il sole proprio sopra la sua testa.

«Be’, questa sì che è una bella sorpresa» gli disse. «Dovresti uscire più spesso. Hai una bella faccia.» Sorrise, poi abbassò lo sguardo sull’uomo morto ai suoi piedi. Padan Fain assomigliava a un fagotto di rametti e muschio, la carne gli scivolava via dalle ossa. L’oscurità del pugnale si era diffusa nella sua pelle in decomposizione. Puzzava.

Mat allungò la mano verso il pugnale... Quasi. Poi sputò. «Per una volta,» disse «è un azzardo che non voglio compiere.» Voltò le spalle al pugnale e si allontanò.

A tre passi di distanza trovò il cappello. Sorrise, lo raccolse e se lo mise in testa, poi iniziò a fischiettare mentre appoggiava l’ashandarei sulla spalla e se ne andava via. I dadi avevano smesso di sbatacchiargli nella testa.

Dietro di lui, il pugnale, rubino e tutto il resto, si fuse nel caos che era stato Padan Fain.

Perrin entrò a passi stanchi nell’accampamento che avevano montato alla base di Shayol Ghul dopo che il combattimento era cessato. Lasciò cadere la giacca. L’aria gli dava una bella sensazione contro il petto nudo. Ripose Mah’alleinir nel suo posto alla cintura. Un bravo fabbro non trascurava mai i propri attrezzi, nonostante a volte trasportarli potesse dargli l’impressione di trascinarlo nella tomba.

Pensava di poter dormire cento giorni filati. Ma non ancora. Non ancora.

Faile.

No. Nel profondo sapeva di dover sapere notizie di terribili su di lei. Ma non ancora. Per il momento, spinse via quella preoccupazione, quel terrore.

Gli ultimi spiriti dei lupi svanirono nuovamente nel sogno del lupo.

Addio, Giovane Toro.

Che tu possa trovare ciò che cerchi, Giovane Toro.

La caccia termina, ma noi cacceremo ancora, Giovane Toro.

Perrin avanzò tra file di Aiel e uomini feriti che celebravano la sconfitta della Progenie dell’Ombra. Alcune tende erano piene di gemiti, altre di urla di vittoria. Gente di ogni tipo correva per la valle di Thakan’dar ora in fiore, alcuni in cerca di feriti, altri che gridavano di gioia ed esultavano incontrando amici che erano sopravvissuti agli ultimi momenti bui.

Gli Aiel chiamarono Perrin. «Ehi, fabbro, unisciti a noi!» Ma non si aggregò ai loro festeggiamenti. Cercò le guardie. Qualcuno da queste parti doveva essere abbastanza assennato da preoccuparsi di qualche Myrddraal o Draghkar solitario che potesse approfittare di quell’opportunità per prendersi una piccola vendetta. Come previsto, trovò un anello di difensori al centro del campo, a guardia di una grossa tenda. Che ne era di Rand?

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