A tutti i presenti nella stanza risultò ovvio che Barlennan faceva del suo meglio per mantenere un’espressione neutra e distante mentre formulava la domanda. Le zampe erano immobili e rilassate e le protuberanze che reggevano le chele rimanevano vicino al corpo con le pinze leggermente dischiuse. La testa si trovava proprio all’altezza giusta, né troppo vicino al pavimento né troppo rialzata, e gli occhi fissavano intensamente schermo e telecamera. Nessuno poteva sapere cosa gli passava per la testa, ma i mescliniti sapevano che stava dando a quella domanda un’importanza maggiore del solito. Qualcuno si domandò perché si preoccupava di controllarsi così, dato che era difficile credere che un umano potesse afferrare le sottigliezze del loro comportamento. Ma quelli che lo conoscevano meglio sapevano che non avrebbe mai rischiato di far trapelare i suoi pensieri più profondi. Dopotutto gli umani erano una razza evoluta, e fra loro vi erano soggetti come Easy Hoffman capaci di parlare stennita e di afferrare al volo il punto di vista dei figli di Mesklin, anche se con tutte le limitazioni della sua razza aliena.
Tutti osservarono lo schermo con interesse, domandandosi se l’umano avrebbe dato mostra di qualche reazione verso l’atteggiamento del comandante, poi la sua risposta arrivò. Tutto il personale del centro di comunicazioni conosceva le espressioni facciali degli umani e la maggior parte di loro riusciva a riconoscere almeno una mezza dozzina di persone diverse basandosi solo sulla faccia o sulla voce, anche perché il comandante aveva tempo prima espresso un forte desiderio affinché queste abitudini venissero coltivate. Barlennan, con gli occhi che avevano abbandonato lo schermo per osservare a uno a uno i presenti nella stanza, si divertiva delle loro espressioni quasi quanto si annoiava del suo atteggiamento scontato. Si chiese come avrebbero reagito alla risposta di Easy, qualunque fosse; ma non ebbe il tempo di scoprirlo.
La donna umana aveva evidentemente ricevuto il suo ultimo messaggio e stava per iniziare a rispondere quando la sua attenzione venne richiamata da qualcosa d’altro. Per molti secondi ascoltò evidentemente un altro umano e i suoi occhi si distrassero dalla telecamera. Poi la sua attenzione tornò a Barlennan.
— Comandante — disse. — Abbiamo appena ricevuto un rapporto da Dondragmer. La Kwembly si è arenata, o perlomeno sta per arenarsi sulla terraferma. Il vento però li spinge ancora: le correnti non sono cessate. Hanno toccato terra, ma le ruote non fanno presa sulla superficie sotto di loro. Comunque, se il vento non li disincaglia sono destinati a fermarsi anche perché Dondragmer afferma che il livello dell’acqua sta scendendo.
4
Chiacchierata confidenziale
Beetchermarlf provava un’insolita sensazione di inutilità. Il timone della Kwembly era connesso alle ruote direzionali da un semplice sistema di cinghie e pulegge. Persino i muscoli dei mescliniti non bastavano a smuovere le ruote quando il veicolo era immobile e anche se mentre avanzavano era possibile compiere una svolta, manovrare lo scafo non era certo semplice. Ma in quel momento la Kwembly galleggiava con le ruote direzionali fuori dall’acqua, mentre il timone si muoveva debolmente in risposta alle sollecitazioni provenienti dal moto inerte dello scafo. In teoria la Kwembly era manovrabile sul mare, ma per uscire di lì sembrava necessario installare delle pale sui pneumatici, cioè un’operazione molto complicata da svolgere in acqua. Dì primo acchito Dondragmer aveva in effetti pensato di mandar fuori qualcuno in tuta spaziale per cercare di riuscirci, ma poi aveva abbandonato l’idea ritenendola troppo pericolosa anche legando gli improvvisati operai alla Kwembly con delle funi di sicurezza. Pareva probabile che lo scafo fosse destinato a venir trascinato verso l’imboccatura della pianura trasformatasi in un lago, e le funi di sicurezza potevano servire a ben poco se la Kwembly si fosse disincagliata mentre la squadra era fuori.
Gli stessi pensieri attraversarono la mente del timoniere fermo al suo posto, che però evitò di esprimerli ad alta voce. Beetchermarlf era giovane, ma non tanto giovane da non riuscire a capire che tutti comprendevano l’ovvio. Era tra l’altro molto convinto della competenza e della preparazione del suo capitano.
Man mano che passavano i minuti però cominciò a preoccuparsi. Dondragmer rimaneva chiuso in un impenetrabile silenzio. Qualcosa si doveva pur tentare; non poteva accettare passivamente di venir spinto tanto a est. Lanciò un’occhiata alla bussola; sì, il vento soffiava verso est, senza ombra di dubbio. Da quella parte doveva trovarsi una catena di colline, secondo uno dei rapporti ricevuti dai ricognitori aerei, le stesse colline che delimitavano la pianura innevata e che risultavano ogni tanto visibili in lontananza all’orizzonte. La catena era lunga circa cinquemila chilometri e a giudicare dal suo colore doveva esser composta di roccia e non di ghiaccio. Se l’acqua su cui galleggiava la Kwembly proveniva semplicemente dallo scioglimento della neve della pianura, la terraferma non doveva trovarsi lontana. Beetchermarlf non aveva idea della velocità a cui il vento li spingeva, ma la sua fiducia nella resistenza della Kwembly era pari a quella nel suo capitano. Ciononostante, l’idea di incagliarsi sugli scogli di Dhrawn lo attirava quanto quella di incagliarsi sugli scogli di Mesklin.
In ogni caso, la loro velocità non doveva essere eccessiva vista la densità dell’aria. La sommità della Kwembly era leggermente ricurva e le sue linee spezzate dal ponte, mentre la presenza delle ruote sotto lo scafo li rallentava senza dubbio in modo notevole. Secondo i rapporti dei palloni sonda la pianura era priva di dislivelli, per cui l’acqua in sé stessa non doveva essere in movimento. A questo proposito, la pressione atmosferica poteva confermare o smentire le osservazioni dei palloni sonda. Forse era meglio dare una controllatina. Il timoniere si mosse, alzò lo sguardo verso il capitano, esitò per un attimo e infine parlò.
— Signore, che ne pensa di controllare la pressione atmosferica? Se ci muoviamo anche per l’effetto delle correnti, stiamo per forza di cose scendendo. La pressione atmosferica potrebbe anche smentire… — disse Beetchermarlf, ma fu interrotto dal suo capitano.
— I volatori però non hanno segnalato alcun dislivello… no, ha ragione lei: è meglio controllare — disse, sollevandosi fino a raggiungere i tubi acustici per chiamare il laboratorio. — Borndender, che mi dice della pressione? La sta tenendo sotto controllo, vero?
— Naturalmente, capitano. Sia il pallone di prua sia quello di poppa hanno continuato a espandersi da quando ci siamo mossi. Direi che siamo scesi di almeno sei lunghezze corporee… stavo giusto per immettere altro argon.
Dondragmer ringraziò, poi si rivolse nuovamente al timoniere.
— Aveva ragione, e io avrei dovuto pensarci prima. Questo significa che veniamo trasportati anche dalla corrente oltre che dal vento, e che tutte le nostre congetture su dove, quando e come ci saremmo fermati vanno riviste. Non può esistere corrente se non esiste una pendenza, e in tal caso l’acqua di questo altopiano deve pur defluire da qualche parte!
— Siamo in grado di resistere a lungo qui dentro, signore, e possiamo tenerci pronti per un eventuale impatto. Non vedo cos’altro si possa fare…
— Una sola cosa — mormorò cupamente Dondragmer, sollevandosi di nuovo fino ai tubi acustici e richiamando l’attenzione generale con quel suo lungo ululato a sirena. Una volta sicuro che tutti lo stavano ascoltando, mosse indietro di qualche decina di centimetri per sistemarsi alla stessa distanza da tutti i tubi e iniziò a parlare a voce alta per farsi sentire in modo chiaro.
— Voglio che tutto l’equipaggio indossi immediatamente le tute spaziali. Abbandonate pure i vostri posti, pronti però a tornarvi non appena le avrete indossate — ordinò. Poi si abbassò sulla piattaforma di comando e si rivolse a Beetchermarlf. — Vada a prendere la mia e la sua tuta spaziale, svelto.
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