— Credi in ciò che dice? — chiese Keller, cercando di mantenersi neutrale.
— A proposito delle pietre? — Teresa si strinse nelle spalle. — Non lo so.
— Tu ne hai fatto l’esperienza.
— Per me è sempre stato qualcosa di più personale — disse lei, con calma. Il sole era tramontato e il cielo sopra la città era di un azzurro intenso e luminoso. — È possibile, Ray? È possibile guardare qualcosa di alieno come una pietra dei sogni, concentrandoti più che puoi, e arrivare a vedere la tua immagine riflessa?
Lui ricordò quello che gli aveva raccontato Byron. Teresa in una stazione di servizio nella Città Galleggiante, che vendeva i suoi lavori per comperare le encefaline. Non pensare che io sia così fragile , aveva detto. Eppure a lui sembrava che lo fosse. Fragile come il cristallo… se non fosse stato per quell’energia che le veniva da dentro, dalla sua inquietudine.
Avvertì una fitta di paura per lei, e questo era un male. Adhyasa , pensò. Il peccato degli Angeli. Si alzò in fretta. — Domani prendiamo l’autobus per Cuiaba — le ricordò. — È meglio andare a dormire.
Sopra il profilo scuro del planalto cominciavano a comparire le prime stelle.
Ma lei non dormì. Troppo caffè, pensò. Troppe cose su cui riflettere. Andò con Byron a fare una passeggiata, nella speranza di stancarsi.
Brasilia era silenziosa, di notte. Si udiva il ronzio discontinuo dei vecchi lampioni a potassio e, ogni tanto, il rombo di qualche lontano automezzo. Per strada non c’era nessuno, a parte qualche turista smarrito e un gruppetto di prostitute sedute sul bordo di una fontana. Le antiche torri bianche, ora vuote, sembravano quasi irreali.
Chiese a Byron perché avesse portato Keller con loro.
— Ne abbiamo già parlato. Lui conosce la zona. Può tornare utile…
— È affidabile? — chiese Teresa. — Tu ti fidi?
— Sì. — Ma il suo tono era più cauto.
— È un Angelo.
— E allora? Anch’io ero un Angelo.
— Ma hai cambiato vita.
Lui la prese sottobraccio. Sopra la loro testa, alla luce debole dei lampioni, si potevano vedere le nuvole che si spostavano velocemente.
— Avrei potuto essere come lui — disse Byron. — So come ci si sente.
— Come?
— Ti importa molto?
Lei si strinse nelle spalle.
— È come camminare su una nuvola — spiegò Byron. — Sei al di sopra di tutto. Della paura e persino del tuo corpo. Diventi una macchina, ti muovi e vai dove ci si aspetta che tu vada. Tutto è molto chiaro, estremamente lucido, perché non c’è più né il bene né il male, né il meglio né il peggio. Devi solo guardare. Ogni cosa è quella che sembra. Niente di più e niente di meno.
Quelle parole le suscitarono un ricordo. — Mi sembra di capire che può essere un’esperienza piacevole.
— Sì. Ma ti stanca. È qualcosa di freddo, come stare sulla cima di una montagna. Ti spaventa il fatto di essere così in alto rispetto a tutti gli altri. Hai paura di non riuscire mai più a scendere. E, infatti, succede.
— Anche a Ray?
— Forse sì.
— Ma hai detto che ti fidavi di lui.
Byron si strinse nelle spalle. — Credo che per lui sia sempre stata una scelta difficile. Si portava dietro dei brutti ricordi che risalivano al tempo di guerra e probabilmente è stata questa la spinta. Aveva bisogno di distaccarsene. La mia impressione è che una parte di lui continui a voler tornare indietro. Anche dopo tutto questo tempo. — Si voltò a guardarla. — È importante per te?
— Ero curiosa.
Tornarono verso l’albergo. — Non sarebbe una buona cosa se ti importasse troppo di Ray Keller — disse Byron.
Teresa alzò le spalle.
Quella notte sognò ancora la bambina sconosciuta con la tuta stracciata e le scarpe da tennis.
La bambina la fissava dal profondo dei suoi immensi occhi scuri. Come sempre, Teresa fu contagiata dall’impazienza di quello sguardo. Il buio l’avvolgeva come una cortina di fumo, e l’angoscia le palpitava intorno.
— Sei quasi a casa, ora — disse la bambina con voce appena udibile. — Sei quasi a casa.
Keller aveva dieci anni quando la scoperta degli oneiroliti nel Bacino delle Amazzoni riempì le testate dei giornali internazionali. Nel ricordo, era affacciato alla finestra dell’unica camera nell’appartamento sopra l’officina di suo padre, e puntava un fucile giocattolo verso il profilo marrone delle colline, mentre la televisione blaterava di "oggetti di origine extraterrestre". Era sabato e il ministero dei Lavori Pubblici aveva consentito l’erogazione dell’acqua. Suo padre, in cortile, insaponava la carrozzeria in fibra di vetro di alcune macchine. Il ragazzo prestava scarsa attenzione allo schermo televisivo, perché era convinto che tutta quella faccenda fosse una bugia.
Gliel’aveva detto suo padre la sera prima. Dalla grande poltrona in cui era seduto, al centro di una stanza squallida, aveva commentato: «Tutta merda, Ray. Credi a me!»
Keller aveva pensato che suo padre sembrava stranamente piccolo in quella poltrona enorme che sottolineava la sua magrezza, il gonfiore artritico delle dita e dei gomiti e i capelli ormai radi.
«Pietre provenienti dallo spazio, figurarsi!» La sua voce di adulto era carica di disprezzo e di autorità. Era emigrato dal Colorado prima della nascita del figlio, per condurre una vita, come lui aveva capito sin d’allora, infelice e anonima. «Cristo onnipotente, che fesserie!» Chi poteva dubitarne?
Il suo scetticismo ebbe vita breve. Venne presto sostituito dalla noia, che fu in generale la reazione dell’intero paese. Negli anni successivi gli oneiroliti permisero la scoperta di molte cose interessanti, ma tutte estremamente astruse: una nuova matematica, una cosmologia più sofisticata. Cose importanti, ma poco spettacolari. Le domande più difficili, da dove erano venute le pietre?, chi le aveva lasciate?, rimasero senza risposta. E con il tempo, nessuno si preoccupò più di cercarla. Le congetture vennero lasciate ai cultori, agli scrittori di fantascienza e ai rotocalchi. Nella vita quotidiana c’erano faccende più importanti di cui preoccuparsi. I russi, per esempio, contrabbandavano missili telecomandati e software militari per destabilizzare i posseiros nel Bacino delle Amazzoni. Dove volevano arrivare?
«Merda di prima categoria» aveva borbottato il padre di Keller dal profondo della sua poltrona. Il ragazzo aveva assentito tra sé, puntando pensierosamente il fucile verso il tronco di una palma nana. Zing , aveva fatto il fucile.
Dieci anni più tardi aveva imparato a usare un fucile vero in una foresta altrettanto vera. Tra le truppe che combatteva in Brasile circolavano liberamente molte rozze riproduzioni in cristallo degli oneiroliti. La prima volta che Keller ne aveva vista una ne era rimasto impressionato; era una macchina, si era detto, uno strano apparecchio proveniente da un altro mondo. Ma quando l’aveva presa in mano era stato riportato immediatamente indietro nell’appartamento polveroso, impregnato dell’odore di benzina e di vernice che saliva dalla finestra, e aveva risentito l’eco della voce stridula di suo padre che diceva, credi a me! Suo padre era morto di cancro tre anni prima ma l’immagine era straordinariamente vivida, quasi una resurrezione. Keller aveva lasciato cadere la pietra di scatto come l’avesse sentita pulsare di vita propria nel palmo della mano, e si era ritratto, con un sussulto.
Non avrebbe mai immaginato che un ricordo potesse risultare tanto inquietante.
La strada per Cuiaba era disseminata di relitti di guerra. Teresa vide le sagome deformate di varie macchine belliche in alcune valli verdi di fianco alla strada, e sentì l’eco della violenza che doveva aver squassato la zona.
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