Aveva dovuto camminare per un’ora nella foresta di alberi che parevano funghi giganteschi, prima d’imbattersi in qualche indigeno. Gli alberi raggiungevano altezze di centinaia di metri, forse per via della gravità, che lì era poco meno della metà di quella terrestre. I tronchi non parevano molto robusti; probabilmente il sottile strato esterno di legno ricopriva una polpa satura di umidità. Le «cappelle» si incontravano al di sopra della sua testa, formando un baldacchino ininterrotto, ed escludevano quasi completamente la luce dal suolo della foresta. Poiché lo strato di nubi da cui era avvolto il pianeta lasciava filtrare soltanto una luce color perla e anche questa veniva intercettata dalle piante, là sotto l’atmosfera era davvero cupa.
Quando Muller incontrò gli alieni, fu sorpreso di constatare che erano alti circa tre metri. Per un po’, rimase tranquillo, circondato dagli sconosciuti e torcendo il collo verso l’alto per incontrare il loro sguardo. Poi, con voce pacata, disse: «Mi chiamo Richard Muller. Vengo, ambasciatore di pace, dai popoli della Sfera Culturale Terrestre.»
Dopo di che s’inginocchiò e tracciò il Teorema di Pitagora sul terreno umido e molle.
Quando ebbe finito alzò gli occhi e sorrise. «È un concetto fondamentale della geometria. Uno schema universale di pensiero» disse.
Le narici verticali degli Hydrani tremarono leggermente, le teste si inclinarono. Muller pensò che stessero scambiandosi occhiate perplesse: dato che erano dotati di occhi disposti a corona, in realtà non avevano bisogno di cambiare posizione per osservare alcunché. Allora tracciò una linea, sempre sul terreno. Poco più in là, ne tracciò altre due. Ancora più distante, tre. Poi aggiunse i segni, nel modo seguente: I + II = III.
«Capito?» disse. «Noi la chiamiamo addizione.»
Le membra snodate ondeggiarono, e due degli spettatori si toccarono. Muller ricordò come avessero distrutto l’obiettivo del ricognitore, non appena scoperto, senza la minima esitazione: era pronto per affrontare una simile eventualità. Invece quelli ora ascoltavano, e la cosa gli parve di buon auspicio. Si alzò di nuovo e indicò i segni che spiccavano sul terreno.
«Tocca a voi, adesso» disse forte. Sorrise e soggiunse: «Mostratemi di avere capito, parlatemi nel linguaggio universale della matematica.»
Dopo una lunga pausa, uno degli Hydrani avanzò, ondeggiando, allungò una zampa e la tenne sospesa sopra il terreno. Il piede a forma di sfera si mosse senza scatti, e le linee scomparvero, l’una dopo l’altra, lasciando il suolo perfettamente liscio.
«Bene» disse Muller. «Adesso disegnate voi qualcosa.»
Ma l’Hydrano tornò al suo posto, in mezzo agli altri.
«Be’» disse ancora Muller «c’è un’altra lingua universale. Spero che questa non offenda le vostre orecchie.» Estrasse di tasca un flauto e lo portò alle labbra. Era difficile usarlo attraverso il foglio filtrante, comunque riuscì a suonare la scala diatonica. Le membra degli esseri sconosciuti ondeggiarono lievemente: evidentemente potevano udire o comunque percepire le vibrazioni.
«Mi sentite?» chiese.
Sembrò che quelli confabulassero tra loro. Poi se ne andarono.
Lui cercò di seguirli, ma non riuscì a tenergli dietro e presto li perse di vista nella foresta scura e nebbiosa. Tuttavia continuò a cercarli. E infine li trovò. Ma quando si avvicinava, quelli ricominciavano a muoversi; lo condussero, così, fino alla loro città.
Muller si nutriva di alimenti sintetici, perché l’analisi chimica aveva dimostrato che era pericoloso mangiare quello che il pianeta offriva.
Disegnò molte volte il Teorema di Pitagora, abbozzò un discreto numero di procedimenti matematici, suonò Schönberg e Bach, costruì triangoli equilateri, affrontò la geometria solida. Cantò e parlò in francese, russo e inglese per dimostrare la diversità delle varie lingue umane. Mostrò loro la tavola dei numeri periodici. Dopo sei mesi di permanenza sul pianeta, era ancora allo stesso punto di quando era atterrato. Gli abitanti tolleravano la sua presenza, ma non gli dicevano niente.
Alla fine gli Hydrani si stancarono dei suoi tentativi, e passarono all’azione.
Andarono da lui, ma lui dormiva.
Solo molto più tardi si accorse di quello che gli avevano fatto mentre stava dormendo.
Aveva avuto tempo nove anni per rinfrescarsi la memoria. Aveva riempito di ricordi alcuni mnemocubi; questo, però, all’inizio del suo esilio, quando temeva che il ricordo del suo passato gli sfuggisse. Ma poi aveva scoperto che, col trascorrere del tempo, i ricordi si facevano più vividi. Forse era l’allenamento. Poteva rievocare immagini, suoni, gusti, odori, ricostruire interi dialoghi. Riuscì perfino a citare i testi completi dei trattati che lui stesso aveva negoziato.
Era costretto ad ammettere che, se gliene avessero offerto la possibilità, ora sarebbe tornato sulla Terra. Tutto quello che aveva detto non lo pensava veramente. Non era riuscito a ingannare né Rawlins, né se stesso: provava davvero un profondo disprezzo per il genere umano, ma non desiderava prolungare l’isolamento. Aspettò avidamente il ritorno di Ned, e per ingannare l’attesa mandò giù parecchie coppe di liquore. Poi andò a caccia e uccise una gran quantità di animali, facendo così una provvista di carne che non sarebbe riuscito a smaltire neanche in un anno. E intanto ragionava concitatamente tra sé, sognando la Terra.
Rawlins arrivò correndo. Muller, in piedi dentro la zona C, lo vide attraversare l’entrata, ansante e congestionato.
«Non devi correre, qui dentro» disse Muller. «Neanche nelle zone più sicure. Non si può assolutamente…»
Rawlins si lasciò cadere accanto a una vasca di calcare e cercò di prendere fiato. «Datemi da bere» disse. «Quel vostro liquore…»
Muller andò a una fontana poco distante e riempì una fiaschetta del liquore che Ned desiderava. Poi si avvicinò per darglielo, e l’altro non si scompose: sembrava che non avvertisse più le emanazioni. Avidamente, convulsamente, vuotò la fiaschetta, incurante dei rivoletti di liquore che gli colavano lungo il mento e imbrattavano gli abiti. Poi chiuse gli occhi.
«Aspettate. Lasciatemi riprendere fiato. Ho corso sempre, dalla zona F.»
«Puoi dirti fortunato di essere ancora vivo, allora.»
Muller lo guardava, perplesso. Il cambiamento del ragazzo era stato troppo repentino e sconvolgente, non lo si poteva attribuire a stanchezza soltanto. Rawlins era sconvolto, congestionato, con la faccia contratta, lo sguardo che vagava sperduto in cerca di chissà cosa. Ubriaco? Malato? Drogato?
Dopo un po’, Muller disse: «Ho ripensato alla nostra ultima conversazione, sai, e mi sono convinto di avere agito in modo insensato.» S inginocchiò e cercò di scrutare negli occhi sfuggenti del giovane. «Ehi, Ned! Guardami. Ritiro tutto quello che ho detto. Sono disposto a tornare sulla Terra per farmi curare: anche se la cura è ancora in fase sperimentale, tenterò!»
«Non c’è nessuna cura» disse Rawlins, cupo.
«Nessuna…»
«No. È stata tutta un’invenzione.»
«Già… Naturalmente.»
«L’avevate capito anche voi» disse Rawlins. «Mi avevate detto che mentivo e vi siete chiesto che cosa ci guadagnassi. Mentivo, davvero, Dick.»
«Mentivi.»
«Sì.»
«Ma io avevo cambiato idea» mormorò Muller. «Ero pronto per tornare sulla Terra…»
«Non ci sono speranze di guarigione per voi.»
Rawlins si alzò lentamente e si passò le dita tra i capelli. Si rassettò gli abiti in disordine, raccolse la fiaschetta, si avvicinò alla fontana che gettava liquore e la riempì. Poi tornò indietro e porse la fiaschetta a Muller, che bevve.
Alla fine, Muller chiese: «Vuoi spiegarmi questa storia?»
«Non siamo archeologi. Siamo venuti qui appositamente per cercare voi. Non è stato un caso: sapevamo che eravate qui. Vi hanno spiato fin da quando avete lasciato la Terra, nove anni fa.»
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