Robert Silverberg - La città labirinto

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Le talpe elettroniche e i robot ricognitori vengono stritolati, inceneriti, polverizzati, uno dopo l’altro: mandibole d’acciaio, laghi roventi, trabocchetti fotoelettrici, schermi deformanti, pareti di fuoco, fulminei marciapiedi a tagliola inghiottono e dilaniano i volontari. Ma ogni errore, ogni nuova vittima fa guadagnare qualche metro nella millenaria città-labirinto: al centro, inavvicinabile, c’è Richard Muller, l’unico abitatore, l’uomo che da nove anni vive d’odio e di ricordi, e che bisogna ad ogni costo convincere a uscire dal suo esilio e ad accettare una missione da cui dipende la sopravvivenza della specie.

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«Perché non mi racconti niente di te?» chiese infine Muller. «Sei più sveglio di quanto non sembri. Un po’ timido, forse, ma con un’ottima intelligenza nascosta dietro le tue virtù da collegiale. Dove vuoi arrivare, Ned? Che cosa ti offre l’archeologia?»

Rawlins lo guardò fisso. «La possibilità di ricostruire milioni di vicende passate. Sono avido quanto voi. Voglio studiare, conoscere la storia delle civiltà. Non solo del sistema solare, ma di tutte le civiltà conosciute.»

«Ben detto!»

«Avrei anche potuto intraprendere la carriera diplomatica, come avete fatto voi. Invece ho scelto questa, e credo che mi ripagherà. C’è molto da scoprire qui e dappertutto: abbiamo appena cominciato a cercare.»

«Nelle tue parole si sente la forza di un ideale. Anch’io parlavo così.»

«E perché non pensiate che io sia esageratamente disinteressato, devo precisare che sono spinto dalla curiosità, più che dall’amore astratto per la conoscenza.»

«Comprensibilissimo, e perdonabile. Non siamo molto diversi, noi due, a parte i quarant’anni e più di differenza. Non preoccuparti troppo dei motivi che ti spingono, Ned. Vai sulle stelle, guarda, godi, agisci. Alla fine, la vita ti schiaccerà come ha schiacciato me, ma c’è ancora tempo.»

Rawlins sentiva il calore dell’uomo, adesso, il vibrare di sentimenti autentici. Tuttavia c’era ancora l’onda portante di quell’incubo, l’emozione continua che proveniva dalle profondità dell’anima, attenuata, a quella distanza, ma inconfondibile. Trattenuto dalla pietà, Ned non aveva il coraggio di dire quello che ormai era necessario dire. Boardman lo incitava, irritato: Avanti, ragazzo. Coraggio. Deciditi.

«Sembri distratto» disse Muller.

«Sto pensando che è molto triste questa sfiducia nei vostri simili, questo vostro atteggiamento negativo nei confronti dell’umanità.»

«Sono stato costretto ad assumerlo.»

«Ma non è necessario che passiate il resto della vostra vita in questo labirinto. C’è una via d’uscita.»

«Non voglio uscirne.»

«Ascoltatemi.» Rawlins respirò profondamente, e la sua faccia s’illuminò di un sorriso limpido. «Ho parlato del vostro caso al medico della spedizione, specialista in neurochirurgia. Dice che ci sarebbe la possibilità di risolvere il vostro problema, adesso. È una scoperta recente, degli ultimi due anni, e blocca ogni emanazione. Vi riporteremo sulla Terra per farvi operare, Dick… Guarirete.»

La parola inattesa gli arrivò fluttuando in un torrente di suoni banali e penetrò a fondo in Muller. Guarirete. Sbarrò gli occhi. Gli edifici scuri gli rimandarono l’eco. Guarirete! Guarirete! Guarirete! Muller sentì il veleno della tentazione rodergli l’anima. «No» disse. «Sono tutti imbrogli. Non posso guarire.»

«Come fate a esserne tanto sicuro?»

«Lo so.»

«La scienza fa progressi, in nove anni! Adesso si sa come funziona il cervello, si conosce la natura delle onde cerebrali. Hanno costruito un enorme cervello in uno dei laboratori lunari e l’hanno studiato nei minimi particolari.»

«Hai un’aria così angelica» disse Muller «coi tuoi occhi azzurri e i capelli d’oro! A che gioco stai giocando, Ned? Perché mi dici tutte queste sciocchezze?»

«Non sono sciocchezze.»

«Non ti credo. E non credo nella tua cura.»

Ci fu un lungo silenzio.

Muller era perso in un labirinto di pensieri. Lasciare Lemnos… Essere finalmente libero dalla maledizione… Potere stringere ancora tra le braccia una donna… Sentirne il calore… Ricostruire la propria carriera… Solcare nuovamente il cosmo… Scuotersi di dosso nove anni di angoscia… Credere? Partire?

«Ma c’è davvero una possibilità di guarigione?»

«Il medico ha detto di sì.»

«Sono certo che menti, ragazzo.»

«E che cosa ci guadagnerei, mentendo?»

«Questo non lo so.»

«E va bene, allora. Avete ragione voi» disse Rawlins brusco. «È impossibile aiutarvi. Parliamo d’altro.»

«Perché mi hai raccontato questa storia, se non è vera?»

«Vi ho detto di cambiare discorso.»

«Supponiamo per un momento che sia vero» insisté Muller. «Cioè che tornando sulla Terra potrei curarmi e guarire. Premetto che la cosa non m’interessa minimamente: ormai ho conosciuto la vera natura degli uomini. Mi hanno preso a calci quando ero laggiù. Non scherzavano, Ned. Sono loro che puzzano. Erano contenti di quello che mi era successo.»

«Non è vero!»

«Come fai a saperlo? Eri un bambino, tu. Mi hanno trattato in quel modo schifoso perché io rappresentavo, fisicamente, quello che loro, ognuno di loro, aveva dentro. Ero lo specchio della loro anima. Perché dovrei tornare tra gli uomini? Li ho visti come sono veramente, in quei pochi mesi passati sulla Terra dopo il mio ritorno da Beta Hydri IV. Il loro sguardo, i sorrisi imbarazzati mentre si ritraevano da me. Si, signor Muller. Ma certo, signor Muller. Soltanto, non avvicinatevi troppo, signor Muller! Ragazzo mio, vieni qui a trovarmi di notte, qualche volta, e ti mostrerò le costellazioni che si vedono da Lemnos. Le ho battezzate io. C’è il Pugnale, lungo, acuminato, che sta per affondare nel Dorso. Poi c’è il Dardo. E si vedono anche la Scimmia e il Rospo. Queste ultime sono congiunte: la stessa stella forma la fronte della Scimmia e l’occhio sinistro del Rospo. E c’è il Sole, mio amico; una stella gialla, piccola e brutta. E i pianeti sono abitati da minuscole creature sgradevoli che si sono sparse per la galassia, nell’Universo.»

«Posso dirvi una cosa che potrebbe anche offendervi?» chiese Rawlins.

«Non riuscirai a offendermi. Comunque, prova.»

«Secondo me, avete una visione sbagliata delle cose. Non riuscite più a vedere niente nella prospettiva giusta. Detestate l’umanità perché è… umana. Non è facile accettare uno come voi. Se foste al mio posto, e io al vostro, capireste. È una sofferenza. Anche adesso sento il dolore stiracchiarmi i nervi. Se vi avvicinaste ancora un poco, scoppierei a piangere. Non potete aspettarvi che la gente si abitui in fretta a uno come voi. Nemmeno chi vi ama…»

«Nessuno mi ama.»

«Eravate sposato.»

«Divorziato.»

«Amici?»

«Sono scappati tutti, come razzi.»

«Non gli avete dato tempo.»

«Di tempo ne hanno avuto fin troppo.»

«No» disse Rawlins. «Ora sto per dirvi qualcosa che vi ferirà davvero, Dick. Mi spiace, ma devo farlo. Le vostre parole mi ricordano i discorsi che sentivo all’università. Cinismo da matricola. Dite che il mondo è disgustoso: male… marcio… schifo dappertutto. Avete scorto la vera natura dell’uomo e non volete avere più niente a che fare con lui! Tutti parlano così, a diciott’anni, ma è una fase transitoria. Superata la crisi, ci accorgiamo che il mondo è un luogo decente, che la gente cerca di fare del suo meglio, che siamo imperfetti, è vero, ma non abominevoli…»

«Un diciottenne non ha il diritto di affermare cose del genere! Io invece parlo per esperienza: ho pagato di persona.»

«Ma perché continuate a ostinarvi? Sembra che vi gloriate della vostra miseria. Liberatevi, scuotetevela di dosso! Tornate sulla Terra con noi e dimenticate il passato. O almeno, perdonate.»

«Non voglio perdonare e non voglio dimenticare.» Muller si rabbuiò. Un tremito di paura lo scosse. E se fosse vero? La guarigione. Lasciare Lemnos? Si sentiva incerto, turbato. Il ragazzo l’aveva colpito nel vivo con quell’accenno al cinismo da matricola. Aveva ragione. Lui, Muller, era davvero un misantropo? Macché, tutta una posa. Ned l’aveva obbligato ad assumerla, e adesso lui si sentiva soffocare nella propria caparbietà. No, non c’era nessuna cura… Ma il ragazzo sembrava sincero. No, mentiva. E perché? Voleva ingannarlo, attirarlo sulla sua nave. E se invece fosse stato vero? Perché non tornare? Muller lo sapeva, il perché. Aveva paura. Paura di rivedere i suoi simili, d’inserirsi di nuovo nella corrente della vita. Nove anni trascorsi su un’isola deserta… Aveva paura.

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