Robert Silverberg - La città labirinto

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La città labirinto: краткое содержание, описание и аннотация

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Le talpe elettroniche e i robot ricognitori vengono stritolati, inceneriti, polverizzati, uno dopo l’altro: mandibole d’acciaio, laghi roventi, trabocchetti fotoelettrici, schermi deformanti, pareti di fuoco, fulminei marciapiedi a tagliola inghiottono e dilaniano i volontari. Ma ogni errore, ogni nuova vittima fa guadagnare qualche metro nella millenaria città-labirinto: al centro, inavvicinabile, c’è Richard Muller, l’unico abitatore, l’uomo che da nove anni vive d’odio e di ricordi, e che bisogna ad ogni costo convincere a uscire dal suo esilio e ad accettare una missione da cui dipende la sopravvivenza della specie.

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I morsi e i graffi intanto si moltiplicavano.

Durante i primi cinque minuti non ebbe quasi il tempo di respirare, ma riuscì a sbarazzarsi di almeno venti assalitori. In fondo alla gabbia, si era formato un mucchio di bestie morte, che i compagni si disputavano per ricavarne i bocconi più teneri. Infine, tutti gli animali vivi che ancora c’erano nella gabbia furono occupati sul mucchio di carogne. Fuori non se ne vedevano altri, e Rawlins ebbe un momento di respiro. Si aggrappò a una sbarra con entrambe le mani e alzò la gamba sinistra per esaminare i danni subiti. Chissà se conferiscono la Croce Stellare anche a chi muore di rabbia galattica? si chiese. La gamba sanguinava da migliaia di piccole ferite, non gravi, ma dolorose. A un tratto capì perché quei divoratori di carogne si erano precipitati su di lui. In quella breve pausa, aveva avuto il tempo di inspirare profondamente e aveva sentito il puzzo caratteristico della carne in putrefazione. Gli sembrava quasi di vedere una grossa carogna, col ventre squarciato a mostrare i visceri rossi e appiccicosi.

Ma lì non c’era niente di marcio. Rawlins capì di essere vittima di qualche illusione sensoriale: un trabocchetto per l’olfatto messo in azione dalla gabbia, che diffondeva il puzzo di carne in decomposizione. Perché? Evidentemente per attirare all’interno l’orda di «spazzini». Una forma raffinata di tortura. O forse era opera di Muller, che aveva liberato l’odore da poco distante.

Un altro branco di animali attraversava correndo la piazza, dirigendosi verso la gabbia. Erano un po’ più grossi dei precedenti, ma anche questi riuscivano a passare tra le sbarre, e le loro zanne luccicavano minacciose sotto la luna. Rawlins agguantò tre o quattro delle bestie ancora vive che gli stavano intorno e le lanciò fuori, a sette, otto metri di distanza. Bene. I nuovi venuti si fermarono di colpo, slittando sul selciato, e balzarono sui corpi che si dibattevano negli spasimi dell’agonia. Soltanto pochi si preoccuparono di entrare nella gabbia, ma non tutti insieme, e Rawlins ebbe modo di afferrarli a uno a uno e ributtarli fuori. Se le cose continuavano così, sarebbe forse riuscito a sbarazzarsi di tutti. Ma bisognava che non ne giungessero altri di rincalzo.

Finalmente, non ci furono altri arrivi. Ned aveva già ucciso un’ottantina di animali, ormai, e l’odore del sangue fresco copriva il lezzo artificiale di carne in decomposizione, le gambe gli dolevano per lo sforzo di quella carneficina, i pensieri gli turbinavano vorticosamente nel cervello. Ma infine la notte tornò tranquilla. I corpi, alcuni ancora coperti di pelliccia, altri ridotti ormai a scheletri spolpati, giacevano in ampio arco davanti alla gabbia. Una pozza di sangue denso e scuro si allargava per una decina di metri quadrati. Gli ultimi sopravvissuti, rimpinzati e soddisfatti, se n’erano andati senza degnare di uno sguardo il prigioniero. Stanco morto, esausto, con una gran voglia di piangere e al tempo stesso di ridere, Rawlins si aggrappò ancora alle sbarre. La gamba insanguinata gli pulsava. Sentì il fuoco diffondersi in tutto il suo corpo e immaginò microorganismi sconosciuti che partivano all’assalto, trasportati dal suo sangue.

Tre grossi animali puntarono sulla gabbia da tre direzioni diverse. Avevano l’andatura del leone e la corporatura del cinghiale, le zampe tozze, il dorso a punta, e dovevano pesare almeno un quintale. La testa era allungata, con una forma piramidale, la bocca era piccola e bavosa, gli occhi sembravano fessure, ed erano quattro, due per parte, appena sotto l’attaccatura delle orecchie irregolari. Le zanne superiori, ricurve, sporgevano verso il basso, incrociandosi coi due canini acuminati che spuntavano dalle mascelle poderose. Gli animali annusarono per un poco i cadaveri sparsi attorno, ma si capiva chiaramente che non erano abituati a cibarsi di carogne: cercavano carne viva, disprezzando i corpi mutilati e inanimati. Quando ebbero terminata la loro ispezione, si girarono per fissare Rawlins. Per la prima volta, Ned apprezzò la sicurezza della gabbia. Sarebbe stato terribile trovarsi fuori, esausto com’era, e con quelle tre fiere che vagavano per la città in cerca di cibo.

Ma in quell’istante, c’era da aspettarselo, le sbarre cominciarono a scorrere.

19

Muller, sopraggiunto in quel preciso momento, afferrò in un colpo d’occhio la scena. «A terra!» urlò.

Rawlins fece quattro passi verso sinistra, scivolò sul pavimento viscido di sangue e finì sopra un mucchio di carogne sul bordo della strada. Nel medesimo istante, Muller sparò. Tre colpi rapidi e precisi abbatterono i «cinghiali»; poi Muller fece per avvicinarsi a Ned, ma proprio allora comparve uno dei ricognitori inviati dal campo della zona F. L’uomo imprecò sottovoce, estrasse di tasca il globo disintegratore e ne puntò l’apertura rettangolare verso il robot, che istantaneamente si disintegrò.

Rawlins intanto si era rialzato. «Non dovevate distruggerlo!» disse. «Veniva per aiutarmi.»

«Non c’era nessun bisogno di aiuto. Puoi camminare?»

«Credo di sì.»

«Sei ferito gravemente?»

«Sono tutto pieno di morsi. Ma è meno peggio di quello che sembra.»

«Vieni con me.» Già alcuni divoratori di carogne cominciavano ad arrivare nella piazza, richiamati dalla misteriosa telepatia del sangue, e si mettevano al lavoro sopra i tre cinghiali uccisi. Dimenticandosi delle sue radiazioni, Muller afferrò Ned per un braccio. Il giovane balzò all’indietro con una smorfia di pena, poi, pentendosi, si avvicinò di nuovo. Attraversarono insieme la piazza.

«Qui» disse Muller, brusco.

Entrarono nel locale esagonale dove l’uomo teneva il suo diagnosticatore, poi Muller chiuse la porta, e Ned si lasciò cadere sul pavimento nudo.

«Da quanto tempo lottavi?»

«Da quindici, venti minuti, credo. Ce n’erano cinquanta, cento… Ho continuato a spezzare schiene. Poi la gabbia si è aperta.» Rise, istericamente. «Quella è stata la trovata migliore. Avevo appena finito di liberarmi di quei bastardi, e stavo riprendendo fiato, quando sono venuti avanti gli altri e le sbarre sono scomparse…»

«Piano» disse Muller «parli tanto in fretta che non riesco a seguirti. Togliti gli stivali e rimettiamo in sesto le gambe.»

Rawlins tentò, ma non ci riuscì. «Potete aiutarmi?» disse allora. «Da solo non ce la faccio.»

«Non sarà piacevole se ti vengo più vicino» disse Muller.

«Al diavolo con questa storia!»

Muller si strinse nelle spalle. Si avvicinò al giovane e gli sfilò gli stivali ridotti ormai in stato pietoso. Persino le parti di metallo portavano i segni dei denti. In un attimo le gambe furono liberate: erano malconce, ma non presentavano ferite gravi. Muller mise in azione il diagnosticatore: le lampade brillarono e la fessura del ricettore ammiccò. Una luce azzurra lambì le ferite. Dall’interno dell’apparecchio venivano tintinnii e altri rumori; a un tratto un braccio metallico si snodò, e un tampone cominciò a muoversi su e giù lungo la gamba sinistra, fino sopra il ginocchio. Poi la macchina ingoiò il tampone insanguinato e cominciò a digerirlo, riducendolo in molecole, mentre ne spuntava un secondo che si mise a pulire l’altra gamba. Rawlins si morse le labbra. Sugli arti, oltre al liquido detergente, veniva passato anche un coagulante e quando i tamponi ebbero terminato il loro lavoro, le tracce di sangue erano scomparse e si vedevano chiaramente i tagli e i graffi. Non era certo una vista allegra, ma era meglio, comunque, dello scempio precedente.

Il diagnosticatore iniettò un fluido color oro nella schiena di Rawlins: un anestetico. Poi praticò una seconda iniezione, un liquido color ambra, probabilmente un antibiotico ad ampio spettro per prevenire le infezioni. Rawlins si rilassò. Ora le braccia metalliche spuntavano da diversi settori della macchina e le ferite venivano esaminate e sistemate; ci fu una specie di ronzìo, tre bruschi scatti metallici, poi il diagnosticatore cominciò a sigillarle.

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