Clifford Simak - Pescatore di stelle

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L’Uomo vuole raggiungere le Stelle, ma non con mezzi tecnici comuni o strabilianti astronavi, bensì mediante una forma superiore di telecinetica, capace di proiettare la mente e quindi il corpo negli spazi infiniti. Il lettore compirà con la fantasia un viaggio che contempla mete raggiungibili soltanto dopo centinaia o migliaia di anni-luce, addentrandosinei misteri della più straordinaria categoria di mutanti, superando i pericoli più insidiosi dell’incomprensione e dell’odio.

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«Ehi, aspetti un momento,» disse Blaine. «Non deve perquisirmi?»

L’uomo sogghignò.

«Non ce n’è bisogno,» disse. «L’altra volta era pulito. Finn l’ha accompagnata giù tenendola sottobraccio. Mi ha detto che lei è un vecchio amico che non vedeva da anni.»

Trovò la chiave e aprì la porta.

«Entro per primo,» disse. «Guarderò se dorme.»

Aprì la porta, senza far rumore, e varcò la soglia, seguito da Blaine.

L’uomo si fermò così bruscamente che Blaine andò a sbattergli contro.

E l’uomo stava facendo rumori strani, dal profondo della gola.

Blaine allungò la mano e lo spinse energicamente da parte.

Finn era disteso sul pavimento.

E c’era in lui uno strano senso di alienità.

Il suo corpo era contorto come se qualcuno lo avesse preso e lo avesse contorto, più di quanto potesse contorcersi un corpo umano. La sua faccia, appoggiata su di una guancia, era la faccia di un uomo che aveva scorto le fiamme dell’inferno e aveva fiutato il fetore di corpi che bruciano per l’eternità. Il suo abito nero aveva una lucentezza oscena, nella luce della lampada a stelo che stava accanto ad una poltrona, non lontana dal cadavere. Attorno alla testa e al petto, sul tappeto, c’era una larga macchia scura. E c’era l’orrore di una gola squarciata.

La guardia del corpo stava a un lato della porta e continuava ad emettere suoni strani, come se cercasse di dominare la nausea.

Blaine si avvicinò a Finn, e là, accanto alla mano abbandonata, c’era lo strumento di morte… un antiquato rasoio a lama libera, che sarebbe stato al suo posto in un museo.

Adesso, pensò Blaine, ogni speranza era perduta. Sarebbe stato impossibile negoziare. Perché Lambert Finn non era più in grado di negoziare.

Fino all’ultimo istante quell’uomo era rimasto in carattere, era rimasto duro e severo. Aveva scelto il modo più difficile per togliersi la vita.

Ma in ogni caso, pensò Blaine, mentre fissava agghiacciato dall’orrore lo squarcio rosso alla gola, non era necessario fare un lavoro così scrupoloso, e continuare a colpirsi con il rasoio, mentre moriva.

Soltanto un uomo saturo d’odio poteva farlo, un uomo reso folle dall’odio verso se stesso… un uomo che disprezzava e detestava ciò che era diventato.

Immondo… immondo, con una mente aliena dentro al suo cranio antisettico. E un fatto simile poteva spingere alla morte un uomo come Finn: un fanatico ossessionato dalle sue idee di perfezione non poteva sopravvivere all’enigma disordinato di una mente aliena.

Blaine girò sui tacchi e uscì dalla stanza. Nel corridoio c’era la guardia del corpo. Stava vomitando, piegato in due.

«Resti qui,» gli disse Blaine. «Io chiamo la polizia.»

L’uomo si girò: aveva gli occhi vitrei per l’orrore. Si asciugò fiaccamente il mento.

«Mio Dio,» fece. «Ha mai visto una cosa simile…»

«Si sieda,» disse Blaine. «E cerchi di calmarsi. Torno subito.»

Ma non sarebbe ritornato. Era venuto il momento di sparire. Aveva bisogno di tempo, e l’aveva trovato. Perché quell’uomo era troppo sconvolto per fare qualcosa, sul momento.

Ma non appena la notizia si fosse sparsa, si sarebbe scatenato l’inferno.

Dio aiuti i para, pensò Blaine, che vengono presi questa notte!

Percorse in fretta il corridoio, scese correndo le scale. L’atrio era ancora deserto, e lui l’attraversò, rapidamente.

Era arrivato alla porta, quando questa si aprì di colpo, e qualcuno entrò, a passo altrettanto rapido.

Una borsetta cadde sul pavimento, e le mani di Blaine si tesero per sorreggere la donna che aveva appena varcato la soglia.

Harriet! Vattene di qui! Presto!

La mia borsa!

Blaine si chinò a raccoglierla, e mentre la sollevava, la borsetta si aprì e ne cadde qualcosa di nero e di pesante. L’afferrò con la mano libera, la strinse contro il palmo, per nasconderla.

Harriet s’era girata di scatto e adesso stava uscendo. Blaine la rincorse e l’afferrò con il gomito, la trascinò via.

Raggiunse la sua macchina e si chinò ad aprire la portiera, poi spinse Harriet sul sedile.

Ma, Shep, la mia macchina è poco lontana…

Non c’è tempo. Dobbiamo andarcene.

Girò attorno alla macchina e salì. L’avviò, la lanciò sulla strada. Muovendosi più lentamente di quanto desiderasse, la portò fino in fondo all’isolato, svoltò all’incrocio, e si diresse verso l’autostrada.

Davanti a lui sorgeva la struttura sventrata della Stazione di Scambio.

Blaine aveva continuato a tenere la borsetta sulle ginocchia: ora la rese a Harriet.

«Perché avevi la pistola?» le chiese.

«Volevo ucciderlo,» gridò lei. «Volevo sparargli.»

«Non è necessario, ormai. È già morto.»

Harriet si voltò di scatto verso di lui.

«Tu!»

«Beh, sì. Credo che tu possa dire così.»

«Ma, Shep, lo sai bene. O lo hai ucciso o non lo hai ucciso…»

«E va bene,» disse lui. «L’ho ucciso.»

E non era una menzogna. A chiunque appartenesse la mano che aveva squarciato la gola di Lambert Finn, era stato lui, Sheperd Blaine, ad ucciderlo.

«Io avevo una ragione per farlo,» disse. «Ma tu?»

«Aveva fatto assassinare Godfrey. Sarebbe bastato questo.»

«Tu eri innamorata di Godfrey.»

«Sì, credo di sì. Era un uomo meraviglioso, Shep.»

«Lo so. Eravamo amici, all’Amo.»

«E soffro,» disse Harriet. «Oh, Shep, come soffro!»

«E quella sera…»

«Non avevo tempo di piangere,» disse lei. «Non c’è mai tempo di piangere.»

«Sapevi tutto…»

«Da molto tempo. È il mio mestiere.»

Blaine raggiunse l’autostrada e vi si infilò, dirigendosi verso Hamilton. Il sole era tramontato. Il crepuscolo s’era steso sulla terra, e a oriente c’era un’unica stella che scintillava, sopra la prateria.

«E adesso?» chiese lui.

«Adesso ho il materiale per una serie di servizi.»

«Tu li scriverai. Ma li pubblicherà, il tuo giornale?»

«Non lo so,» disse lei. «Ma debbo scriverli. Tu capisci che debbo scriverli. Andrò a New York…»

«No,» disse Blaine. «Tu vai all’Amo. E non con la macchina. In aereo. L’aeroporto più vicino…»

«Ma, Shep…»

«È pericoloso,» le disse Blaine. «Per una persona che puzza di para. Anche per chi possiede limitate capacità telepatiche, come te.»

«Non posso, Shep. Io…

«Ascolta, Harriet. Finn aveva organizzato una specie di insurrezione dei para in occasione di Halloween… Una specie di provocazione. Gli altri para, appena l’hanno saputo, hanno cercato di impedirlo. Ci sono riusciti, in parte, ma non so fino a che punto. Qualunque cosa debba succedere, succederà questa notte. Lui avrebbe sfruttato l’insurrezione per scatenare l’intolleranza, per imporre una legislazione feroce. Ci sarebbero stati atti di violenza, naturalmente: ma non era quello, in generale, lo scopo di Finn. Adesso che Finn è morto…»

Harriet trattenne il respiro.

«Ci spazzeranno via,» disse.

«Cercheranno di farlo. Ma c’è un sistema…»

«E pur sapendo questo, tu hai ucciso Finn?»

«Ascoltami, Harriet, non sono stato veramente io ad ucciderlo. Ero andato per negoziare con lui. Avevo trovato il modo di portar via i para dalla Terra, di toglierglieli dai piedi, se lui avesse acconsentito a tenere a freno i suoi scagnozzi per un paio di settimane…»

«Ma hai detto che lo hai ucciso.»

«Forse,» disse Blaine, «sarà meglio che ti spieghi. Così, quando scriverai i tuoi servizi, potrai scrivere tutto».

XXXIV

Hamilton era silenziosa. E così vuota che si poteva sentire concretamente quel vuoto.

Blaine fermò la macchina sulla piazza e scese.

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