Ma non era così, pensò. Lui stava diventando una cosa sola con loro. Lì, in quel cerchio, le tante menti erano diventate una sola mente. C’era un profumo di lillà primaverili e l’aroma sottile della nebbia notturna sul fiume che saliva verso i campi, e il senso dei colori dell’autunno, quando le colline venivano dipinte di porpora dall’estate di San Martino. C’era il crepitare di un fuoco di legna che ardeva in un caminetto, e il cane che se ne stava sdraiato a dormire accanto al fuoco, e la nenia cantata dal vento che frusciava fra le gronde. C’era la sensazione della casa e degli amici, di belle mattine e di notti tranquille, dei vicini che stavano dall’altra parte della strada e il rintocco delle campane della chiesa.
Avrebbe voluto rimanere sempre lì; ma spazzò via tutto.
Queste sono le coordinate del pianeta dove andrete , disse.
Diede loro le coordinate e tornò a ripeterle, perché non ci fossero possibilità di errore.
E questo è il modo per andarci.
Trasse fuori la viscida conoscenza aliena e la tenne davanti a loro perché la guardassero, fino a quando vi si abituarono, e poi, passo per passo, mostrò loro la tecnica e la logica, anche se in realtà non ve n’era affatto bisogno, perché quando avevano veduto la conoscenza, la tecnica e la logica diventavano immediatamente chiarissime.
Poi le ripeté ancora, perché non vi fossero equivoci.
Le menti si ritrassero dalla sua, e lui rimase solo, con Anita al fianco.
Si accorse che lo stavano fissando, e indietreggiavano.
Che succede, adesso? chiese ad Anita.
Lei rabbrividì.
Era orribile.
Naturalmente. Ma ho visto di peggio.
Ed era vero, ovviamente. Lui aveva visto di peggio, ma quella gente no. Avevano vissuto per tutta la vita sulla Terra: non conoscevano altro che la Terra. Non avevano mai toccato veramente un concetto alieno, e quel concetto era infinitamente alieno. In realtà, non era viscido come sembrava. Era soltanto alieno. C’erano molte cose aliene che facevano rizzare i capelli in testa ad un essere umano, mentre, nel loro contesto alieno, erano assolutamente normali.
Se ne serviranno? chiese Blaine.
Fu la donna dal viso scarno a rispondergli.
Ho sentito, giovanotto. È una cosa sporca, ma ce ne serviremo. Che altro potremmo fare?
Potreste restare qui.
Ce ne serviremo , disse la donna.
E lo trasmetterete agli altri?
Faremo del nostro meglio.
Incominciarono a disperdersi. Erano impacciati e imbarazzati: come se qualcuno avesse raccontato una barzelletta molto sconcia ad un pranzo della parrocchia.
E tu? chiese Blaine ad Anita.
Lei si voltò lentamente, per guardarlo.
Dovevi farlo, Shep. Non c’era nessun altro modo. Non hai mai capito che cosa sarebbe sembrato, a loro.
No, non l’ho mai capito. Ho vissuto per tanto tempo con le cose aliene. In realtà, io stesso sono in parte alieno. Non sono completamente umano…
Taci , disse lei. Taci, io so benissimo cosa sei.
Ne sei sicura, Anita?
Sicurissima.
Blaine l’attirò a sè, e la tenne stretta a sè per un momento, poi la scostò un poco, sempre tenendola stretta, e le scrutò il viso, e scorse le lagrime che brillavano dietro al sorriso, nei suoi occhi.
«Devo andare,» le disse. «C’è un’altra cosa che debbo fare.»
«Lambert Finn?»
Blaine annuì.
«Ma non puoi!» gridò lei. «Non puoi!»
«Non quello che credi,» le rispose. «Anche se, Dio lo sa, mi piacerebbe. Mi piacerebbe ucciderlo. Fino a questo momento, era proprio quello che intendevo fare.»
«Ma non è pericoloso… ritornare là?»
«Non lo so. Vedremo. Posso guadagnare un po’ di tempo. Sono l’unico che possa farlo. Finn ha paura di me.»
«Hai bisogno di una macchina?»
«Se riesci a trovarmene una.»
«Ce ne andremo tutti, probabilmente non appena si farà buio. Tu sarai di ritorno per quell’ora?»
«Non lo so,» disse Blaine.
«Tornerai per venire con noi? Tornerai per guidarci?»
«Anita, non posso promettertelo. Non cercare di farmelo promettere.»
«Se ce ne saremo andati, ci seguirai?»
Blaine si limitò a scuotere il capo.
Non poteva risponderle.
L’atrio dell’albergo era silenzioso e quasi deserto. Un uomo stava dormicchiando in una poltrona. Un altro leggeva il giornale. Al bureau , l’addetto guardava sulla strada, con aria annoiata, e faceva schioccare distrattamente le dita.
Blaine attraversò l’atrio e si avviò per il breve corridoio che conduceva alla scala. Il ragazzo dell’ascensore stava oziando davanti alla porta spalancata.
«Sale, signore?» domandò.
«Non occorre,» disse Blaine. «Vado solo al secondo piano.»
Cominciò a salire le scale, e sentì la pelle che gli si tendeva, sul dorso, e i capelli gli si rizzavano sulla nuca. Perché poteva darsi, e lo sapeva, che lui si stesse avviando verso la morte. Ma doveva rischiare.
Il tappeto attutiva i suoi passi mentre saliva, e si udiva soltanto il sibilo nervoso del proprio respiro.
Arrivò al secondo piano, e la scena era identica alla prima volta. Non era cambiato nulla. La guardia del corpo teneva ancora la sedia inclinata all’indietro e appoggiata alla parete. E, quando Blaine venne verso di lui, l’uomo si inclinò in avanti e restò seduto a gambe aperte, ad aspettare.
«Non può entrare, adesso,» disse a Blaine. «Ha cacciato via tutti. Ha detto che voleva cercare di dormire.»
Blaine annuì.
«Ha avuto un brutto colpo.»
La guardia del corpo disse, in tono confidenziale: «Non ho mai visto un uomo così scosso. Chi crede che possa essere stato?»
«È stata un’altra di quelle maledette stregonerie.»
L’uomo annuì, saggiamente.
«Però non era più lui anche prima che succedesse. Era normale quando lei è venuto a trovarlo l’altra volta, ma subito dopo, subito dopo che lei se n’è andato, non è stato più lui.»
«Io non ho notato nessuna differenza.»
«Come le ho detto, era normale. È rientrato normale. Ma circa un’ora dopo ho messo dentro la testa e lui stava seduto sulla poltrona, e fissava la porta. La fissava in modo molto strano. Come se avesse male dentro. E non mi ha neanche visto, quando ho messo dentro la testa. Non s’è neanche accorto di me fino a quando non gli ho parlato.»
«Forse stava pensando.»
«Sì, credo di sì. Ma ieri è stato tremendo. C’era tutta quella gente, che era accorsa per sentirlo parlare, e tutti quei giornalisti… E sono andati al deposito dove lui teneva quella macchina delle stelle…»
«Io non c’ero,» disse Blaine. «Ma ne ho sentito parlare. Deve essere stato un brutto colpo.»
«Credevo che morisse lì, su due piedi,» disse la guardia del corpo. «È diventato viola in faccia e…»
«Cosa ne direbbe,» suggerì Blaine, «se dessimo un’occhiata? Se dorme, me ne andrò. Ma se è ancora sveglio, vorrei dirgli qualcosa. È molto importante.»
«Beh, penso che non ci sia niente di male. Dato che lei è un suo amico.»
E questo, pensò Blaine, era l’aspetto più ironico dell’intera faccenda. Finn non aveva detto niente di lui, perché non osava farlo. Finn aveva lasciato credere che lui fosse un amico, perché quella finzione era una difesa per se stesso. Ed era per quello che non gli avevano dato la caccia. Era per quello che gli scagnozzi di Finn non avevano messo sottosopra Hamilton per cercarlo.
E quella era la sua mossa definitiva… a meno che non fosse una trappola.
Sentì i propri muscoli che si tendevano, e li costrinse a rilassarsi. La guardia del corpo si stava alzando e cercava la chiave.
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