«Dovrebbe essere più facile andarci sul fiume. Sai portare una canoa?»
«Molti anni fa, sì. Credo di poterlo fare ancora.»
«Ed è più sicuro,» disse Anita. «Non c’è molto traffico, sul fiume. Mio cugino ha una canoa. È qui vicina. Ti mostrerò dov’è.»
Il temporale si stava avvicinando, subdolante. Non c’erano stati segni premonitori, a parte l’ingrigirsi graduale del cielo. A mezzogiorno, le nuvole, muovendosi lentamente, nascosero il sole, e alle tre tutto il cielo era coperto, da orizzonte a orizzonte, da un grigiore lanuginoso.
Blaine si piegò sulla pagaia, remando furiosamente, per divorare la distanza. Erano passati molti anni da quando aveva portato per l’ultima volta una canoa: e da molti anni non compiva più sforzi fisici così pesanti, le sue braccia erano irrigidite e intorpidite, le spalle gli dolevano: una fascia d’acciaio sembrava serrargli la schiena, e si faceva sempre più stretta ad ogni colpo di pagaia. Le sue mani erano coperte da vesciche enormi.
Ma non rallentò il ritmo della voga, non attenuò lo sforzo, perché ogni minuto era prezioso. Appena fosse giunto a Pierre, forse non sarebbe riuscito a trovare immediatamente il gruppo dei para che lavoravano con Stone: e, anche se li avesse trovati, forse avrebbero rifiutato di aiutarlo. Avrebbero voluto una conferma della sua identità, avrebbero voluto controllare la storia che avrebbe raccontato, lo avrebbero sospettato di essere una spia di Finn. Se ci fosse stata Harriet, avrebbe potuto garantire per lui, anche se non sapeva bene che posizione avesse quella ragazza, in quel gruppo, e che valore poteva avere la sua parola. E non era neppure sicuro di trovarla a Pierre.
Ma quella era l’ultima speranza. Era la sua ultima speranza, e non poteva lasciarla cadere. Doveva arrivare assolutamente a Pierre, doveva trovare il gruppo di Stone, e doveva fare capire a tutti la gravità della situazione.
Perché, se non ci fosse riuscito, sarebbe stata la fine per Hamilton e per tutte le altre Hamilton che potevano esistere al mondo. E sarebbe stata la fine per gli altri para che non stavano in posti come Hamilton, ma vivevano un’esistenza cauta e precaria in mezzo alla gente normale.
Non sarebbero morti tutti, naturalmente. Ma tutti, o quasi tutti, sarebbero stati dispersi, sarebbero stati costretti a nascondersi dove potevano. I para avrebbero perduto su scala mondiale i taciti accordi e l’imperfetta comprensione che potevano essere arrivati a stabilire con gli umani normali. Per una generazione, avrebbero dovuto sforzarsi di recuperare con lentezza il terreno perduto, passo passo, faticosamente e dolorosamente. Forse per cinquant’anni ancora avrebbero dovuto vivere nell’uragano della rabbia, in attesa che crescesse una generazione più tollerante.
E nella lunghissima prospettiva che si stendeva davanti a lui, Blaine non riusciva a scorgere la minima possibilità di un aiuto né di comprensione. Perché l’Amo, l’unica organizzazione che avrebbe potuto dare un aiuto, si disinteressava di tutto. Questo l’aveva compreso durante il suo ultimo contatto con Kirby Rand.
Quel pensiero lasciò nella sua mente un sapore amaro di cenere, perché gli toglieva l’ultimo conforto che gli era rimasto… il ricordo dei giorni passati all’Amo. Lui aveva amato l’Amo: gli era dispiaciuto profondamente lasciarlo; aveva rimpianto di averlo abbandonato; molte volte s’era chiesto se non avrebbe fatto bene a rimanere. Ma adesso sapeva che c’era rimasto troppo a lungo, che forse non avrebbe mai neppure dovuto entrare a farne parte… perché il suo posto era lì, lì in quel mondo amaro degli altri para. In loro, pensò, stava la speranza di sviluppare la cinetica paranormale in tutta la sua piena estensione potenziale.
Erano gli spostati del mondo, i reietti, i fuorilegge, perché deviavano dalla norma che l’umanità aveva stabilito nel corso della sua storia. Eppure proprio in quella deviazione consisteva la speranza dell’unità. Gli esseri umani normali, gli esseri umani che avevano potuto portarla. Avevano esaurito il loro compito: adesso la razza si evolveva. S’erano destate e sviluppate nuove facoltà… esattamente come le creature della Terra s’erano evolute e specializzate e poi avevano cominciato ad evolversi fin dal momento in cui la prima debole scintilla di vita aveva incominciato ad esistere, nel ribollire delle sostanze chimiche di un pianeta nuovo e folle.
Cervelli deformi, li chiamavano le persone normali: stregoni, abitatori delle tenebre… e chi poteva negarlo! Perché ogni generazione aveva i suoi criteri, e quei criteri non erano stabiliti secondo una regola universale, ma da una convenzione, dalla volontà di una maggioranza, e la decisione veniva presa in quel mare di pregiudizi e pensieri inesatti e di logica instabile che caratterizzava ogni creatura intelligente.
E lui, si chiese, come poteva inserirsi nel quadro della situazione generale? Perché la sua mente, forse, era ancora più deforme delle altre. Lui non era neppure umano.
Pensò ad Hamilton e ad Anita Andrews e il suo cuore gridò… ma come poteva aspirare ad un paese o ad una donna, come poteva pretendere di diventare una parte di loro?
Si piegò sulla pagaia, cercando di cancellare il pensiero che lo assillava, cercando di interrompere il flusso delle domande che si agitavano nel suo cervello.
Il vento, che poco più di un’ora prima era stato soltanto una brezza leggera, aveva preso a soffiare da una direzione diversa, da nord-ovest, ed era diventato tagliente. La superficie del fiume era increspata dal soffio di quel vento, e qua e là si scorgevano riccioli di schiuma.
Il cielo si abbassò, come se volesse schiacciare la Terra, un cielo fosco che si stendeva da collina a collina, formando un tetto sopra il fiume ed oscurando il sole: gli uccelli fuggivano a rifugiarsi con cinguettii impacciati fra i salici, meravigliati di quell’oscurità prematura.
Blaine pensò al vecchio prete, che, seduto sulla barca, aveva annusato il cielo. C’era un temporale in arrivo, aveva detto: l’aveva sentito giungere.
Ma il temporale non l’avrebbe fermato, pensò rabbiosamente Blaine, mentre spalava freneticamente l’acqua con la pagaia. Nessuna forza sulla Terra lo avrebbe fermato, perché non poteva permetterlo.
Sentì la prima sferzata umida della neve in pieno viso e il fiume stava scomparendo in una grande cortina grigia che scendeva precipitosamente verso di lui. Poteva sentire distintamente il sibilare della neve che colpiva l’acqua, e il gemito famelico del vento, come se un animale gigantesco fosse uscito a caccia, e gemesse per il timore di non riuscire a catturare la preda che fuggiva davanti a lui.
La riva non era lontana più di un centinaio di metri, e Blaine comprese che doveva sbarcare e percorrere a piedi il resto del cammino. Anche nella disperata necessità di affrettarsi, anche nella sua lotta frenetica contro il tempo, si era reso conto che non poteva proseguire sul fiume.
Torse con forza la pagaia per dirigere la canoa verso la riva, e in quel momento il vento lo colpì e la neve si chiuse attorno a lui, e il suo mondo si contrasse in uno spazio che aveva un diametro di poco superiore ad un metro. C’era soltanto la neve, adesso, e le onde violente che fuggivano davanti al vento, sbatacchiando la canoa in una danza pazzesca. La riva era scomparsa, ed erano scomparse le colline. Non c’era più nulla, tranne l’acqua e la neve.
La canoa ondeggiò selvaggiamente, roteò, e in un attimo Blaine perse il senso dell’orientamento. Nel giro di un solo secondo s’era perduto sul fiume, e non aveva la minima idea di dove poteva trovarsi la riva. Sollevò la pagaia e la portò entrobordo, aggrappandosi ai fianchi della canoa, cercando di mantenerla in equilibrio.
Il vento era diventato gelido e tagliente, e colpiva il suo corpo sudato come la lama di un coltello. La neve si ammucchiava sulle sue ciglia, si posava sui suoi capelli, e, sciogliendosi, faceva scorrere sul suo volto rivoli d’acqua.
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