Rimase seduto, curvo, rannicchiato, per difendersi dal freddo e dall’umidità, e non sentiva neppure né l’umidita né il freddo.
Cercò il Rosa che era dentro di lui, e lo chiamò, e non ottenne risposta.
Chiamò e chiamò e chiamò, e non ottenne risposta. Sondò e cercò e frugò e non trovò la minima traccia e seppe, come una voce gli avesse parlato e glielo dicesse chiaramente, che era inutile continuare a chiamare e cercare, perché non l’avrebbe trovato. Non l’avrebbe più trovato, perché adesso lui stesso ne faceva parte. Loro due si erano fusi, e non c’era più un Rosa e un Umano, ma una bizzarra lega che era l’uno e l’altro.
Insistere a cercarlo sarebbe stato come cercare se stesso.
Qualunque cosa avesse fatto, doveva farlo da solo, per mezzo della forza totale di ciò che era diventato.
C’erano dati ed idee, c’era la conoscenza, c’era la tecnica e c’era anche qualcosa di sudicio che era Lambert Finn.
Scese nella propria mente, si addentrò fra gli scaffali e i ripiani, fra i barili e i bidoni e le casse e gli scatoloni, fra quell’incredibile mucchio di cianfrusaglie che non erano state ancora suddivise, in quel caos di miliardi di mozziconi che erano stati rovesciati alla rinfusa dentro di lui da un essere.
Trovò cose che lo sbalordirono, ed altre che lo disgustarono, e altre che erano ottime, ma che non avevano nessun valore nella sua situazione attuale.
E intanto, sotto sotto, insistentemente, la mente di Lambert Finn, non ancora assorbita e che forse non sarebbe mai stata assorbita ma avrebbe continuato a rintanarsi negli angoli, continuava a mettersi in mezzo.
La spinse da un parte, la scostò dal suo cammino, la spazzò sotto i tappeti e continuò a cercare… ma i pensieri sudici, i concetti e le idee ripugnanti, i pensieri di Finn, le convulsioni di quel nocciolo di orrore furioso usciti dal pianeta d’incubo di Finn continuavano a schizzare fuori.
E mentre, per la centesima volta, spazzava via quel sudiciume, captò un barbaglio di ciò che cercava e si lanciò all’inseguimento… attraversò tutta l’oscenità ed il male di quel nucleo di orrore fremente che aveva strappato alla mente di Finn. E fu lì che la trovò… non nel brillante mucchio di cianfrusaglie che aveva ereditato dal Rosa, ma nella massa di immondizia che aveva rubato a Finn.
Era una conoscenza aliena, e viscida e perversa, e seppe che aveva avuto origine sul pianeta che aveva fatto di Finn un pazzo fanatico: e mentre la teneva mentalmente fra le mani e vedeva in che modo funzionava, in un modo molto semplice, secondo concetti molto logici, captò almeno una parte del senso di colpa e di paura che aveva scatenato in Finn un odio furioso.
Perché con quella tecnica le stelle erano aperte, aperte fisicamente, a tutte le forme di vita dell’universo. E per la mente squilibrata di Finn questo poteva significare una cosa soltanto: che anche la Terra era aperta. E in particolare, che era aperta per il pianeta che possedeva quella conoscenza. Senza pensare all’uso che ne avrebbero fatto altre razze, senza riconoscerlo come uno strumento che la razza umana avrebbe potuto utilizzare a proprio beneficio, aveva visto quella conoscenza semplicemente come un ponte attraverso lo spazio, fra il luogo che lui aveva trovato e il pianeta che chiamava patria. E aveva lottato con tutte le sue forze per riportare il suo pianeta alla piccolezza originaria, per rompere ogni contatto con le stelle, per affamare e strangolare l’Amo spazzando via tutti i para che in futuro avrebbero potuto venire ingaggiati, o invitati a svolgere il lavoro dell’Amo.
Perché Finn aveva pensato, si disse Blaine, con il pensiero di Finn che gli stava davanti come un libro aperto, che se la Terra fosse rimasta piccola ed oscura, se non avesse attirato l’attenzione, l’universo le sarebbe passato accanto senza notarla, e sarebbe stata al sicuro.
Ma, in ogni caso, lui possedeva nella propria mente la tecnica per trasferirsi con il corpo fra le stelle… e il modo per salvarsi la vita.
Frugò ancora nella propria mente e lì, estratti dal mucchio di cianfrusaglie e catalogati in bell’ordine, stavano migliaia di pianeti che il Rosa aveva visitato a suo tempo.
Cercò e trovò centinaia specie diverse di pianeti, ed erano tutti mortali per esseri umani privi di protezione. E l’orrore crebbe… perché, quando aveva scoperto il modo di andarci, non riusciva a trovare in fretta un pianeta dove andare.
L’ululato della tempesta si insinuava nei suoi pensieri, spezzando la concentrazione rabbiosa della sua ricerca, e si accorse di essere gelato… molto più gelato di quanto avesse immaginato. Cercò di muovere una gamba, e riuscì appena a spostarla un poco. Il vento ululava, irridendolo, mentre correva lungo il fiume, e fra una raffica e l’altra sentiva lo scrosciare secco dei duri proiettili di neve che battevano sui salici.
Si ritrasse dal vento e dalla neve e dal freddo, dall’urlo e dallo scrosciò… e c’era un pianeta, quello che lui stava cercando.
Controllò due volte i dati, ed erano soddisfacenti. Tatuò le coordinate. Realizzò l’immagine nella propria mente. Poi, lentamente, poco per volta, l’alimentò con il metodo per il balzo… e il sole era tiepido.
Era disteso a faccia in giù e sotto di lui c’era l’erba e il profumo dell’erba e del suolo. L’ululato del vento era scomparso e non c’era più lo scroscio fra i salici.
Rotolò su se stesso e si sollevò a sedere.
E trattenne il respiro.
Era in paradiso.
Il sole aveva superato il punto più alto della sua parabola e stava calando obliquamente verso occidente, quando Blaine scese a grandi passi dalla collina che sovrastava il villaggio di Hamilton, in mezzo alla fanghiglia della prima tempesta di neve della stagione.
Era lì, pensò, quasi troppo tardi… o non abbastanza presto. Perché, quando il sole fosse sceso sotto l’orizzonte, sarebbe incominciata la notte di Halloween.
Si chiese con quanti centri dei para gli abitanti di Hamilton erano riusciti a mettersi in contatto. Era possibile, si disse, che ci fossero riusciti meglio di quanto lui osasse sperare. Forse avevano avuto fortuna. Forse ce l’avevano fatta.
E pensò ad un’altra cosa, al vecchio prete che gli diceva: La mano di Dio che si è posata sul suo cuore.
In futuro, pensò, il mondo avrebbe meditato sulla follia di quel giorno, sulla cecità e sull’intolleranza e sull’odio di quel giorno. In futuro, ci sarebbe stata la rivendicazione e la lucidità. In futuro, la Chiesa di Roma avrebbe riconosciuto i paranormali non più come praticanti di stregoneria, ma come una naturale evoluzione della razza umana, in piena grazia di Dio. In futuro non vi sarebbero più state barriere economiche e sociali fra i para ed i normali… se a quel tempo ci fossero stati ancora umani normali. In futuro non vi sarebbe più stato bisogno dell’Amo. E forse, in futuro non vi sarebbe più stato bisogno neppure della Terra.
Perché lui aveva trovato la soluzione. Non era riuscito a raggiungere Pierre, ma aveva trovato la soluzione. Era stato costretto (dalla mano di Dio, forse?) a trovare la soluzione.
Ed era una soluzione migliore di quella che Stone aveva cercato. Era una tecnica migliore di quella posseduta dall’Amo. Perché liquidava completamente il concetto delle macchine. Faceva di un essere umano il padrone di se stesso e dell’universo.
Scese a passi rapidi giù per la collina e trovò il sentiero che portava al centro di Hamilton. Nel cielo poche nuvole sparse e sbrindellate sorvolavano ancora la valle: la retroguardia della tempesta. Pozzanghere di neve disciolta costeggiavano la strada, e nonostante il sole fulgido, il vento che soffiava da occidente non aveva ancora perduto le zanne.
Si incamminò per la strada che conduceva al centro del villaggio, e ad un isolato di distanza li vide: lo stavano aspettando nella piazza, davanti ai negozi. E non erano pochi come la volta precedente: erano una folla. Molto probabilmente, calcolò, c’erano tutti gli abitanti di Hamilton.
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