«Il passaggio?»
«Movimento, crescita, cambiamento, catabolismo. La musica potrebbe esistere senza passaggio, senza progressione? E la poesia? Potresti dire una parola e definirla una rima senza pronunciare altre parole? Potrebbe esistere la vita… ecco, passaggio è quasi la definizione della vita! Una cosa viva cambia in ogni momento e in ogni porzione d'una parte di un momento, anche quando si ammala, anche quando decade, cambia, e quando smette di cambiare, è… oh, può essere molte cose: legname, come un albero morto; cibo, come un frutto ucciso; ma non è più vita… L'architettura di una civiltà deve esprimere la sua mentalità, se non la sua fede; che cosa ti dicono le forme del Centro Medico e del Centro Scientifico?»
Charlie ridacchiò; era una risata di disagio, di imbarazzo. «Casca!» gridò in inglese. Poi spiegò: «È quello che gridavano i boscaioli quando avevano tagliato un tronco d'albero che stava per cadere: state lontani!»
Philos rise, senza rancore. «Hai mai visto l'immagine di un uomo che corre? O che cammina? È sbilanciato, o lo sarebbe se rimanesse immobile come lo è quell'immagine. Ma non potrebbe correre o camminare, se non fosse sbilanciato. È in questo modo che tu vai da un luogo all'altro… cominciando sempre a cadere.»
«E poi si scopre che si è sorretti da grucce invisibili.»
Philos sfavillò di gioia. «Tutti i simboli sono grucce invisibili, Charlie.»
Charlie si sentì spinto di nuovo a ridere. «Di Philos ce n'è soltanto uno.» Lo disse con una inconscia imitazione. E vide che Philos arrossiva di nuovo, cupamente. Collera… in quanto a questo, persino una blanda irritazione, è così rara, lì, da sembrare più sconvolgente d'una bestemmia. «Che c'è? Forse…»
«Chi lo ha detto? Mielwis, non è vero?» Philos gli lanciò un'occhiata acuta, e lesse la risposta sulla faccia di Charlie. A quanto pareva, vi lesse anche la necessità di abbandonare la collera, perché con uno sforzo evidente la depose e mormorò: «Non credere di aver detto qualcosa di sbagliato, Charlie. Non è colpa tua. Mielwis…». Aspirò una boccata d'aria e l'espirò. «Melwis, di tanto in tanto, si concede qualche battuta.»
Bruscamente, e con evidente decisione, cambiò argomento e domandò: «Ma per quanto riguarda l'architettura… quelle non contrastano con il concetto dello squilibrio dinamico?» E indicò con un ampio gesto della mano le casette… fango e canne, terra battuta, tronchi e intonaco e pietre e tavole di legno.
«Non c'è niente di traballante, lì» ammise Charlie, indicando la casetta davanti alla quale stava passando… quella di stile italiano ad ambienti quadrati, con la cupola d'intonaco su ogni quadrato.
«Non sono simboli. Almeno, non nel senso in cui lo sono i grandi Centri. Sono i risultati concreti della nostra profonda convinzione che i ledom non si separeranno mai dalla terra… e intendo dir questo nel più ampio significato possibile. Le civiltà hanno un modo pernicioso di allevare intere classi e intere generazioni di persone che si guadagnano da vivere lontani… una volta, due volte, dieci volte, cinquanta volte lontani dalla tecnica manuale. Degli uomini possono nascere, vivere e morire senza aver mai alzato una badilata di terra, senza aver abbattuto un tronco, senza aver mai tessuto un pezzo di stoffa, o addirittura senza aver visto un badile, un'accetta o un telaio. Non è così, Charlie? Non è così, per te?»
Charlie annuì pensieroso. Anche lui aveva avuto lo stesso pensiero, l'aveva avuto un giorno quando, pur essendo cresciuto in città, era andato a raccogliere fagioli, perché aveva bisogno di denaro, e aveva visto un'offerta di lavoro sul giornale. Aveva detestato vivere nelle baracche insieme a un'orda sudicia di spostati, e lavorare tutto il giorno, pieno di crampi, chinato, sotto il sole feroce, in una fatica cui non era allenato e in cui non era esperto, anche se si trattava soltanto di raccogliere fagioli. Però in quel periodo, ogni volta che metteva in bocca un fagiolo gli veniva in mente che era stato proprio lui a togliere dal grembo della terra ciò che la terra aveva generato, e che gli serviva da sostentamento. Quando posava le mani sulla terra, fra lui e la terra non c'era un complesso di scambi, di posizioni sociali, un complicato sistema a molti strati tra le merci e i servizi.
E gli era venuto in mente ancora molte altre volte quando l'intimo problema terreno di riempirsi la pancia veniva da lui risolto scarabocchiando segni sulla carta, pulendo i piatti e raschiando le pentole dei ristoranti, tirando le leve di un bulldozer o premendo i tasti di una calcolatrice.
«Quegli uomini hanno un valore di sopravvivenza estremamente limitato» stava dicendo Philos. «Si sono adattati al loro ambiente, come si conviene a brave creature decise a sopravvivere… ma quell'ambiente è una macchina immensa e complessa; in esso c'è ben poco di fondamentale quanto il semplice atto di cogliere un frutto o di trovare e cuocere l'erba adatta. Se la macchina si guastasse, o se una sua minima parte smettesse di funzionare, tutti coloro che ne fanno parte perderebbero ogni speranza di sopravvivere esattamente nel tempo necessario perché lo stomaco si vuoti.
“ Tutti i ledom… (tutti, veramente, sebbene ognuno di noi abbia un paio di vere specializzazioni) sanno coltivare la terra, costruire, tessere, cucinare e sbarazzarsi dei rifiuti, e sanno accendere il fuoco e trovare l'acqua. Esperto o no, e nessuno è esperto in ogni cosa, una persona così preparata è in grado di sopravvivere più di un uomo capace di controllare un laminatoio meglio di chiunque altro al mondo, ma incapace di connettere una trave o di serbare il seme del grano o di scavare una latrina.»
«Oh-h-h» disse Charlie, in tono di rivelazione.
«Che c'è?»
«Comincio a vedere qualcosa, qui… non riuscivo a far collimare quell'esistenza da premipulsanti nel Centro Medico con tutti questi manufatti. Pensavo che si trattasse di un privilegio.»
«Coloro che lavorano nei Centri mangiano qui per privilegio!» (in realtà, la parola “privilegio” non è esatta, qui: andrebbe tradotta con “favore” o “concessione”). «I Centri vengono primi tra tutti i luoghi di lavoro, e sono gli unici posti dove è opportuno risparmiare tempo. Non dormiamo, noi, e non importa con quanta cura coltiviamo e costruiamo… ma un lavoro richiede tempo per essere compiuto.»
«E quanto tempo impiegano a scuola i bambini?»
«Scuola… oh. Oh, capisco, che cosa intendi dire. No, non abbiamo scuole.»
«Non avete scuole? Ma… oh, questo va abbastanza bene per la gente che desidera soltanto coltivare la terra e costruire da sé le proprie case… è questo che vuoi dire? Ma… e i vostri tecnologi? Voi non vivete in eterno, non è vero? Che succede, quando si rende necessario sostituire qualcuno? E i vostri libri… e i manoscritti della musica… e… oh, tutte le cose per cui la gente impara a leggere e a scrivere? Matematica… i volumi di istruzioni…»
«Non ne abbiamo bisogno. Abbiamo il cerebrostilo.»
«Me ne ha parlato Seace. Non posso dire di averlo capito.»
«Neppure io» disse Philos. «Ma posso garantirti che funziona.»
«E ve ne servite per l'insegnamento, invece di frequentare le scuole.»
«No. Sì.»
Charlie rise.
Anche Philos rise e aggiunse: «Non ero confuso come sembrava. Il “no” era per la tua dichiarazione, secondo la quale noi ci serviamo del cerebostilo per insegnare. Non insegniamo ai nostri bambini le lezioni libresche, noi le impiantiamo nella loro mente con il cerebrostilo. È rapido… si tratta soltanto di scegliere l'esatto complesso di informazioni e di girare un interruttore. Le (e qui usò un termine tecnico per indicare “le cellule-memoria non usate e disponibili”) e gli schemi sinaptici vengono localizzati e l'informazione viene “stampata” nella mente in pochi secondi… in un secondo e mezzo, mi pare. Poi il complesso è a disposizione di un'altra persona.
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