C. Cherryh - Stirpe di alieno

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Stirpe di alieno: краткое содержание, описание и аннотация

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Lo avevano chiamato Thorn, e ancora neonato lo avevano affidato al più grande giudice-guerriero di quel mondo, Duun, perché lo allevasse come un membro della loro razza. Ma ben presto Thorn si rende conto di essere diverso; la sua pelle è chiara e priva di morbida pelliccia argentea, le sue mani mancano di artigli, e in tutto quel mondo non esiste un’altra creatura simile a lui. Quando poi gli attentati alla sua vita si moltiplicano, fino a condurre l’intero pianeta a una strenua guerra civile, Thorn capisce che deve cercare nello spazio la risposta all’enigma della sua origine, ben sapendo che da lui può dipendere il futuro di due lontane civiltà.
Nominato per i premi Hugo e Locus in 1986.

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— Credi che attaccheranno?

— Pensavo che saremmo stati in grado di raggiungerli, qualsiasi cosa stessero facendo. Ma il modo in cui quella nave funziona… o pensano che funzioni… Se abbiamo sbagliato potremmo perdere Gatog. Potremmo perdere tutto. Il buffo è che potremmo trainarla lontano, a una distanza di sicurezza, e provarla… ma non sapremmo come funziona. Anche se funziona. E non possiamo mettere in moto quel motore vicino a qualsiasi cosa. E non da ferma, mi dicono. La terribile verità, è che non conosciamo le cose fondamentali. Non sappiamo come farla volare. Se l’avessimo saputo, avremmo potuto salvare la Ganngein e la Nonnent. È velocissima, anche all’interno del sistema solare. Fuori… non lo sappiamo.

— Vi aspettate che io vi aiuti, in questo? — Thorn ebbe un tremito. — Sono io ciò che i ghota vogliono fermare?

— Ho incontrato tre generi di persone: quelle che pensano che l’universo è buono, quelle che pensano che è corrotto, e quelle che fanno di tutto per non pensarci. Preferisco i primi due. L’ultimo può essere assoldato da chiunque. La Compagnia Dallen ti vuole fermare perché ha paura di te; lo stesso vale per gli altri. I ghota hanno una gran paura per il fatto che sei hatani, e non dei loro, e perché sempre più conoscenza finisce in mano hatani. Stanno morendo e lo sanno. Il mondo non se li può più permettere. Non può permettersi l’ignoranza. Per i tanun e i kosan… sei la loro speranza.

— Per fare cosa? Guidare quella nave?

— Non lo so. Forse. Un giorno. Cosa faresti?

— Oh, dei.

Adesso sai per cosa sei nato.

— Non chiedermi questo! Duun…

— Haras-hatani, cosa vuoi fare?

Thorn fece qualche passo, alzò le mani alla testa, le lasciò cadere. Non aveva pensieri. Solo un affastellarsi d’immagini. (I massi sulla sabbia, ciascuno con un hatani. La vecchia maschera di Tangan e quella di Sagot, confuse. La voce impersonale di Manan: “Ci hanno mancato e noi li abbiamo colpiti. È caduto.” La Ganngein : “Non è un viaggio che siamo ansiosi di fare”.)

Si voltò a guardare Duun. Un’ombra silenziosa contro la vasta illusione delle finestre.

— Bene? — chiese Duun.

Non ho neppure diciotto anni!

— Non ho detto che devi fare tutto tu. Non sei responsabile dei ghota. Non è colpa tua la follia del mondo; ma sta bruciando, Haras-hatani. E forse questi diciotto anni sono tutto quello che avrà il mondo. Cosa farai per fermarlo?

(Tornare sulla terra? Come potrei fermarlo? Chi mi ascolterebbe? Gli hatani, la corporazione tanun e i kosanin ascolteranno Duun.)

(Una stanza con un letto, un bagno, un fuoco, e dei trucchi nascosti. Cos’è la mia stanza? Questo posto. Questo mondo. Come posso spegnere il fuoco, se non con le mani nude? Sono due volte pazzo?)

( Adesso sai perché sei nato. )

Thorn si guardò intorno: le finestre, la distesa scintillante di Gatog, i banchi dei computer. (I ghotanin hanno paura di qualcosa. Di questo. Del suo uso.)

(I nastri. Le voci.)

— Capisco — disse Thorn. — Sai già quello che vuoi farmi fare. Credi di saperlo. Ti chiedi cosa penso io. Sentieri? È questo?

— Forse solo la speranza di qualcosa di meglio. Dimmi la tua soluzione.

— La nave ha trasmesso. Il messaggio era ultra-luce.

— No. Velocità luce.

— Il pilota sapeva allora che non sarebbero giunti in tempo. Non chiedeva di essere salvato.

— No. Non c’era alcuna speranza. E allora cosa voleva, hatani.

— Come faccio a saperlo? Tu mi hai insegnato.

— Forse non puoi. Molto di te è shonun.

— Ma i messaggi di risposta sono cominciati ad arrivare nove anni dopo. Dicevano: “Salve; siamo qui”. E continuano a ripeterlo. E lui diceva: “Sto morendo; mi stanno uccidendo, e hanno delle navi così piccole”. Lo sanno che non possiamo andare da loro. Vero?

— Lo sanno almeno da quando quel messaggio gli è arrivato, sette, nove anni dopo che era morto. E nove anni dopo l’attacco alla nave, ci è arrivato il loro primo messaggio. E continuano ad arrivare.

— Da quanti anni li state ricevendo? Cinque?

— Quasi sette.

Thorn chiuse gli occhi un momento; poi li riaprì. — La gente deve essersi sentita sollevata.

— Alcuni. Per altri fu un avvertimento. Altri ancora dissero che la nave non era ultra-luce, poiché nulla poteva viaggiare a una velocità tale, che il messaggio era un trucco per coglierci alla sprovvista, e che le navi sarebbero arrivate a velocità sub-luce. E presto. E assoldarono i ghota, che vedevano solo il denaro e un’occasione per impedire alla Corporazione hatani di prendere il controllo della guerra, a loro avviso, imminente. La guerra che hanno già cominciato.

— Per decidere chi incontrerà quelle navi.

— Sì, per questo.

— È così semplice, dunque? Quella nave può trasmettere.

— È ancora più semplice. Anche Gatog può trasmettere.

— Non mi sentirebbero prima di nove anni!

— Ma la terra saprebbe che non c’è modo di fermare il messaggio, una volta che è partito. E qui a Gatog possiamo resistere all’infinito. Bloccare i ghotanin non è un problema e le navi, se ci sentono, possono arrivare tra nove anni poco più: alcuni sono di questo avviso. Un anno o due, alla velocità di quelle navi. Potevano già essere arrivate anni fa, se non ci siamo sbagliati sulla velocità. Potrebbero arrivare domani. Potrebbero essere in attesa della risposta. Non avevamo alcun modo per intuire i loro pensieri… fino a ora. Quando arriveranno, qualsiasi intenzione abbiano, tu sarai qui. Al sicuro. Una voce come la loro. Forse si ricorderanno del loro pilota quando ti vedranno. Forse rimarranno stupiti. Forse cominceranno a pensare, avranno delle esitazioni. Lo sanno gli dei: forse fra dieci anni avremo imparato a far volare quella nave.

— La terra dovrà sanguinare tanto?

— Forse sì. O forse, quando la terra saprà qual è la tua soluzione, molti cominceranno a pensarci. Ricorda che sei hatani. Della Corporazione. Questa è una cosa che il mondo comprende ed è anche parte della mia soluzione. Quando il panico sarà scemato, gli shonunin ricorderanno che la Corporazione ti ha accolto. Sapranno che è un giudizio sincero.

— Nessuno ha piacere di avere un hatani sotto il suo tetto. Me l’ha detto Sagot.

— Sì, e per quasi diciotto anni ci sei stato sotto il loro. È vero. La gente comincia a frugare in se stessa, cercando delle colpe. Immagina un giudizio sui loro peccati. Sanno che sai leggere dentro di loro. Guardano la tua faccia, e sanno che tu vedi. Anch’io. Una volta ti ho ucciso, ricorda. La coscienza è una terribile compagna.

— Duun. — Thorn si avvicinò a lui, lentamente, e allungò una mano, molto lentamente, fino a toccare la faccia di Duun, il lato ferito. — Lo sapevi che potevo — disse. E tolse la mano.

C’era silenzio nella stanza. Dei tecnici erano in piedi lungo le pareti, tanunin, hatani, kosanin. — Siediti vicino a me — disse Thorn; e Duun si sedette nel posto accanto al suo. Thorn esitò con le mani sui pulsanti e controllò ogni particolare. Parlò a voce bassa e ferma nel microfono, e continuò dando inizio al lungo viaggio che i messaggi avrebbero compiuto, ogni giorno. Qualche minuto per arrivare alla terra; alcune ore per Gatog Due e Dothog; nove anni per giungere a un’altra stella. La pelle di Duun si tese. Aveva sentito quella voce, che parlava in quella lingua, per due anni, prima che riuscissero a zittirla, la prima volta; senza dubbio altri ebbero la stessa reazione. Avrebbe creato nuovo panico sulla terra e alla stazione. Forse quelli della Nonnent l’avrebbero sentita, nel loro viaggio solitario, e avrebbero saputo di aver vinto. C’era una traduzione. Thorn la lesse: era solo per il sistema solare. (“Dovrò lavorare ancora sui nastri”, aveva detto Thorn dal momento che a Gatog c’erano gli originali e diversi documenti scritti. Ne avevano una vasta raccolta, e altri nastri. Thorn li temeva e Duun sapeva quanto. Anche Thorn aveva udito quella voce, gemella della sua, velata di rabbia e di dolore. Ma i computer costruivano campi sempre più complessi. Avevano la certezza su alcune parole, avevano definito l’alfabeto e avevano individuato la fonetica. Quello studio si era poi allargato, diramato, ricostruendo così la strana storia di uno strano popolo che un hatani aveva imparato a comprendere.) — Il messaggio è questo — disse Thorn. — Sono Haras. Uno. Due. Tre. Sono Haras. Stella tipo G. Ossigeno. Carbonio. Sono Haras. Vi sento. Il mondo è la terra. La stella è il sole. Sono un uomo. Salve.

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