C. Cherryh - Stirpe di alieno

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Stirpe di alieno: краткое содержание, описание и аннотация

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Lo avevano chiamato Thorn, e ancora neonato lo avevano affidato al più grande giudice-guerriero di quel mondo, Duun, perché lo allevasse come un membro della loro razza. Ma ben presto Thorn si rende conto di essere diverso; la sua pelle è chiara e priva di morbida pelliccia argentea, le sue mani mancano di artigli, e in tutto quel mondo non esiste un’altra creatura simile a lui. Quando poi gli attentati alla sua vita si moltiplicano, fino a condurre l’intero pianeta a una strenua guerra civile, Thorn capisce che deve cercare nello spazio la risposta all’enigma della sua origine, ben sapendo che da lui può dipendere il futuro di due lontane civiltà.
Nominato per i premi Hugo e Locus in 1986.

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— Mi ami, Duun?

(Affondo e ritirata). Duun sorrise. C’era tristezza in quel sorriso, e soddisfazione. — Questa è una domanda hatani.

— Fui istruito dal migliore.

(Secondo attacco). La bocca di Duun si strinse dal lato ferito. — Voglio raccontarti una storia, pesciolino.

— È una bella storia?

— È la storia di come ho perso le dita. Te lo sei sempre chiesto, vero? Nessuno chiede ai propri parenti quelle cose che veramente vuole sapere… dopo che uno è cresciuto. E non si scoprono mai quali sono le domande giuste, fino a quando non sono troppo personali per farle.

— È stata colpa mia?

— Ah. Ho penetrato la tua guardia.

— Raccontami la storia, Duun.

— Eravamo agli inizi… Sono sicuro che Sagot ti ha raccontato quasi tutto: la Corporazione tanun ci portò nello spazio, il primo passo. La luna. Una stazione. Poi arrivarono le compagnie. Avevamo delle basi scientifiche, qua e là: hatani, ghota, tanun… di kosan non molte. Un sacco di gente comune impegnata a fare quello che fa la gente comune… soprattutto i soldi; o studiavano. Il mondo se la cavava abbastanza bene, a quei tempi. Poi apparve una nave. — La faccia di Duun si sollevò leggermente, indicando la finestra, le luci. — Quella là fuori.

— Non è shonun — disse Thorn.

— No. Era piuttosto malconcia la prima volta che la vidi. Non è chiaro cosa successe all’inizio. Sta di fatto che spaventò a morte quelli della missione su Dothog, e qualcuno cominciò a sparare, non è certo quale delle due parti. Erano ghotanin, naturalmente. Non ne restarono molti da interrogare, per stabilire le responsabilità. La nave non lasciò il sistema solare… era troppo danneggiata. Ma si allontanò, più veloce di quanto si potesse credere; ghotanin e kosanin le diedero la caccia dove potevano… potevamo almeno dirci l’un l’altro dove andava. Per due anni le demmo la caccia, la bombardammo. Noi. E c’ero anch’io, mandato da Tangan; ovviamente non ero a capo della missione, allora, ed ebbi la fortuna di sopravvivere più di tutti gli altri. La bombardammo, perdemmo delle navi. Le sue manovre si fecero più lente. Sapevamo che stava trasmettendo a qualcuno fuori del sistema solare, e alla fine riuscimmo a ridurla al silenzio. Continuammo a colpirla, fino a quando la facemmo rallentare a una velocità paragonabile a quella delle nostre navi. L’abbordammo. Ce n’era uno ancora in vita. Cercammo di prenderlo vivo. Questo fu il mio errore. — Duun alzò la mano mutilata, con il palmo fuori. — Uccise tutti gli altri, con un solo colpo. Io riuscii a cavarmela e lo raggiunsi. Lo uccisi. In seguito scoprimmo che la nave era predisposta per essere distrutta. Ma lui non l’aveva fatto. Forse era diventato pazzo. Forse sperava di sopravvivere ancora un po’. Forse ebbe paura. Rimorchiammo la nave, con tutto il suo contenuto, compresi gli altri quattro alieni congelati e sotto vuoto che avevamo scoperto a bordo.

“Ed essa ha cambiato il mondo, Thorn. Fino a quel momento credevamo di essere soli. E quella cosa fu un incubo. Due anni. Per due anni l’avevamo bombardata con tutto quello che avevamo, e loro erano in cinque, solo in cinque. Per poco non avevano distrutto il mondo. Ci costarono cari… Dei, nulla era più come prima. C’era il panico. Vennero da me, anche il concilio. Ero molto famoso, allora. Successe nei primi giorni: l’avevamo fermata vicinissimo alla terra. È per quello che avevamo combattuto con tanto impegno e ci era costata tanto. Il concilio mi chiese di fare qualcosa; Tangan si era rifiutato. ‘Giudizio hatani? È questo che volete?’ gli chiesi. ‘Ti daremo qualsiasi cosa’, risposero, ‘qualsiasi aiuto, e tutto l’appoggio.’ Dissi che erano pazzi. Avevano tutte le province che battevano alla porta e chiedevano provvedimenti, avevano le compagnie, le corporazioni che chiedevano ognuna una cosa diversa, kosan e ghotan ai ferri corti. Dissero che io ero stato là e che dovevo dargli una soluzione. E così li presi in parola. — Duun indicò verso la finestra. — Sapevo che dalla nave erano partiti dei messaggi, mentre le davamo la caccia. Pensai che potevano esserci delle risposte che non ci era possibile sentire. Chiamai gli scienziati. Ordinai che fosse costruita Gatog e che la nave venisse studiata, addirittura duplicata, se possibile. Ordinai che tu venissi… creato. Tu sei lui, Thorn; sei l’uomo sulla nave, nato dal suo sangue, dalle sue cellule. Tu sei il mio nemico. Ti ho fatto rinascere. Sei la mia guerra, il mio mezzo per combattere una guerra che non sapevamo come combattere. Sei la mia risposta. Sapevo che aspetto avresti avuto… che aspetto avrai fra una decina d’anni. Sapevo come saresti cresciuto, fisicamente. Ma adesso so cosa ho ucciso. Ciò che avrebbe potuto essere. Se fosse stato mio figlio.

Thorn chiuse gli occhi. C’erano lacrime. (“Non lo sai che non posso?”) Gli pezzavano l’immagine di Duun. Poi, quando sbatté le palpebre, gli corsero sulle guance. — Mi stai manovrando.

— Sono hatani. Naturalmente. Lo sono sempre stato. Te l’avevo detto.

— Come hai manovrato Tangan. Dei… perché? Cosa vuoi?

— Tu sei il lungo incubo del mondo. Un brutto sogno. Tutto ciò che la terra aveva è andato nella costruzione di Gatog, e per costruire l’altra nave. Ti rendi conto di cosa vuol dire fare un salto del genere per l’industria? Nuovi materiali, nuovi procedimenti, nuove teorie… nuove paure, e nuovo denaro; e tutto ciò che ne segue. Politica. Compagnie. Un mondo che aveva appena messo piede nello spazio, e d’improvviso, delle scoperte che l’hanno mandato in frantumi… Energie che stiamo ancora scoprendo, tecnologie con potenziali che non sappiamo ancora affrontare. Quando quella nave ha cominciato a trasmettere non sapevamo quanto ci sarebbe voluto prima che arrivasse una risposta. Adesso sappiamo che quella nave è arrivata da una stella distante nove anni luce. Ci sono voluti nove anni perché arrivasse il primo messaggio, dopo che la nave aveva trasmesso. Non sappiamo quanto velocemente avesse viaggiato la nave. Stiamo cominciando a capirlo. È veloce, molto veloce. Ultra-luce. All’inizio credevo, ingenuamente, che avremmo avuto a disposizione molti anni… mezzo secolo. Per duplicare la nave. Dare loro una lezione. Mandare la corporazione kosan ad affrontarli, e gli hatani per sistemare le cose. Adesso ne sappiamo molto di più… qual è il costo di una nave come quella, quando la costruzione di ogni parte significa sviluppare una nuova tecnologia. I costi sociali del cambiamento. Ci ha reso ricchi. Ci ha reso capaci di mandare all’inferno il mondo intero. I nastri, pesciolino, i nastri… li abbiamo ricuperati dalla nave. Insieme alla macchina per usarli, e alla droga che era insieme a essi. Un tipo di droga interamente nuova; un nuovo vizio. Dei, ho dovuto essere terribilmente cauto con te. Ogni sostanza, ogni pianta che toccavi… i medici impazzivano. Potevi prendere il livhl, la sjuuna e la mara; il dsuikin assolutamente no…

(“Prova questo pesciolino, provalo sulla punta della lingua, senza inghiottire.”)

— Tu tolleri la maggior parte delle cose; noi tolleriamo la maggior parte delle tue. Per fortuna è così, altrimenti avresti vissuto la buona parte del tuo tempo in isolamento.

(Sheon, le foglie mosse dal vento d’estate, verdi e fragranti…)

(L’odore pungente dei fiori di lugh, lungo la strada da casa all’esilio…)

— Sono il solo, Duun, solo io?

— Sì. Si è discusso su ciò. Molto. Tutto quello che gli interessava erano i nastri; che tu leggessi i nastri; se non sopravvive, se gli succede un incidente… Ma c’ero solo io, pesciolino, e dovevo insegnarti, a mio modo; e imparare da te, a mio modo. Se tu fossi stato in isolamento, lo sarei stato anch’io. Eravamo legati. Per renderti quello che sei, ci sono voluto io, e ci sono voluti quei nastri. Alcuni, forse, servivano soltanto per svago. Ma uno era la chiave. Ce ne sono altri. Ciò che hai sentito prima, viene da Gatog. I messaggi arrivano regolarmente. Sai cosa mi immagino che dicano? “Siamo qui. Avete ucciso il nostro messaggero.” Ma non so cos’altro dicano. Non so quanto aspetteranno. Sanno che abbiamo una nave. Sanno tutto quello che ha riferito loro il pilota. “Mi vogliono uccidere. Non posso andarmene. Sono primitivi. Non valgono molto. Ma stateci attenti…”

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