C. Cherryh - Stirpe di alieno

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Stirpe di alieno: краткое содержание, описание и аннотация

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Lo avevano chiamato Thorn, e ancora neonato lo avevano affidato al più grande giudice-guerriero di quel mondo, Duun, perché lo allevasse come un membro della loro razza. Ma ben presto Thorn si rende conto di essere diverso; la sua pelle è chiara e priva di morbida pelliccia argentea, le sue mani mancano di artigli, e in tutto quel mondo non esiste un’altra creatura simile a lui. Quando poi gli attentati alla sua vita si moltiplicano, fino a condurre l’intero pianeta a una strenua guerra civile, Thorn capisce che deve cercare nello spazio la risposta all’enigma della sua origine, ben sapendo che da lui può dipendere il futuro di due lontane civiltà.
Nominato per i premi Hugo e Locus in 1986.

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— C’è una nave laggiù — disse Spart; e il cuore di Thorn si fermò. — È la Deva. Ci raccoglierà. Fra circa nove ore.

— Grazie agli dei — disse Mogannen.

— Dobbiamo uscire — spiegò Duun. — Non possono fermare la nostra rotazione per raccoglierci. È più facile se usciamo con le tute.

La Deva accese un faro. Il traghetto roteava lentamente, un’ombra a forma di cuneo contro il sole. Dei frammenti si staccavano dall’alettone sinistro e dalla coda. Qualcuno gli toccò la gamba, e Duun lo tirò per una mano. Vicino a loro, altri tre formavano una catena. Uno era ancora staccato, ma non correva pericolo. Il raggio della Deva brillava fra le stelle, come un sole bianco e accecante.

La Deva non era rifinita come il traghetto: all’interno era tutta metallo nudo e plastica; ma c’erano shonunin dentro. Era dunque la benvenuta.

— Duun-hatani — disse il capitano.

— È un piacere vederti, Ivogi-tanun — rispose Duun.

Thorn teneva il casco fra le mani, e gli occhi di tutto l’equipaggio erano puntati su di lui; come se guardassero uno strano pesce tirato su con le reti.

— Questo è Haras — disse Duun. — Corporazione hatani.

— Abbiamo sentito — disse Ivogi-tanun.

15

Nessun messaggio giungeva dalla Ganngein. Da quattro giorni. Le scariche coprivano la voce della Nonnent. La terra parlava in codice, e la Deva non aveva possibilità di rispondere. Gatog rispondeva, costantemente, ma anche questo era in codice, anche quando era il codice della Deva le macchine lo decifravano. Raramente una voce, fino all’ultimo, quando Gatog cominciò a risplendere nell’oblò della Deva come una manciata di brillanti.

(Sembrava qualcosa di sinistro, fino a quando non l’abbiamo vista. È come un ornamento. Perché è lì?)

— Duun, cos’è questo posto?

Duun rimase in silenzio. Thorn tremava, guardando dal punto dove li aveva chiamati Ivogi. Era sciocco e forse era tutta la tensione accumulata. Ma pareva non esistesse altra destinazione. La terra e Gatog parlavano in una sorta di lingua arcana, scambiandosi segreti; e la terra si era risucchiata la Ganngein. “ Dei”, era stato l’ultimo messaggio, o una parola molto simile. Le interferenze dalla Nonnent. - Sono dietro la terra — disse Duun. Si aspettavano una ripresa delle trasmissioni; e invece niente la Deva aveva chiesto alla Gatog. — Anche noi l’abbiamo persa — era stata la risposta: uno dei pochi messaggi non in codice che avevano ricevuto da quel posto misterioso.

(Possibile che il silenzio abbia tanto valore qui, a tanta distanza dalla terra?)

Le luci splendevano contro le stelle, bianche e oro; qui un gruppo, e più lontano un altro.

— Fra cinque minuti freniamo — disse Ivogi. — Andare a poppa — aggiunse Duun. La Deva non aveva posti a sufficienza per tutti. Dovettero così sistemarsi alla meno peggio in uno spazio ristretto, quello riservato appunto ai passeggeri durante le manovre; non c’erano oblò, solo imbottitura. Thorn andò con gli altri, Duun no.

Ma Duun venne da lui, dopo l’accensione dei razzi. — Dobbiamo metterci le tute per il trasbordo — disse.

Era un posto freddo, la Deva. Era grigia, e odorava di metallo gelido, di materiale elettrico, dei loro corpi e del loro cibo. La Deva era però un luogo conosciuto, e Thorn la guardò, mentre si allacciava la tuta. Guardava la Deva e pensava ai boschi di Sheon, e alla terra. La sua mente balzava dall’uno all’altro posto. E da lì alle luci splendenti.

(Duun, ho paura. Rivoglio il mondo, Duun, Voglio tornare a casa. Lì conoscevo ciò che mi circondava; ma passo da una cosa all’altra, e tu cambi, Duun, ti allontani da me, parli con Weig, parli con Ivogi, parli una lingua che non capisco, e hai perso l’interesse per me. Ti allontani sempre più.)

(Non guardarmi in quel modo. Non pensare di lasciarmi. Ti leggo dentro, Duun, e mi spaventi.)

— Addio — disse Ivogi, e il portello della Deva li espulse, impersonalmente come li aveva accolti.

La mano di Thorn stringeva il razzo di manovra, in quel buio implacabile. Galleggiava. I suoi occhi si muovevano freneticamente da una luce all’altra… un grande disco sospeso, grande come un edificio, o vicinissimo a loro; i suoi occhi rifiutavano di registrare la giusta prospettiva. Una rete metallica si stendeva sottilissima nel vuoto, punteggiata di luci. — Gatog — disse Duun, con una voce resa strana dalla radio. — Questo è il grande orecchio. È adibito all’ascolto. Ce n’è un altro, dall’altra parte del sistema solare, nell’orbita di Dothog.

(Cosa ascolta?) Ma Thorn non poté porre la domanda. La sua anima era intorpidita, scossa da troppe risposte. Duun lo trascinò con sé, indirizzandolo verso un altro giù , con un cambio di prospettiva talmente brusco che il suo senso dell’equilibrio gli lanciò messaggi di terrore. Un pozzo enorme si apriva davanti a loro, tutto illuminato di verde, e scendeva lungo un grande asse roteante fino a un nucleo; visto da lì, sembrava il mozzo di un’immensa ruota.

Un altro giro, e vide Weig e gli altri con le spalle rivolte a loro e le facce verso una grande impalcatura che imprigionava qualcosa da cui le luci non riuscivano a eliminare completamente il buio… pareva più antico delle travi scintillanti che lo circondavano: un cilindro di metallo, non più lucido.

— Quella è una nave — disse Duun. — La nave.

Thorn non disse nulla. Era lì sospeso, perso, tenuto solo dalla mano di Duun. Non desiderava più essere dentro, a qualsiasi posto , avrebbe quasi preferito restarsene sospeso lì per sempre, nella luce dei fari. (È questo il posto? È questo ciò che vale tanto? Andrò oltre questo punto, oppure siamo arrivati alla fine? Duun, Duun, è questa la tua soluzione?)

Duun lo teneva per mano, e si tuffò giù (o su) nel pozzo, che era verde come le foglie di Sheon. Le pareti ruotavano attorno a loro.

Nel cuore del pozzo, c’era un portello da cui sbocciava una luce dorata. Entrarono, seguiti da Weig e dagli altri.

Il portello si chiuse e loro entrarono in un’altra camera, dove c’erano parecchi pali metallici e un cartello che diceva dov’era il basso. Duun afferrò un palo, tenendo stretto Thorn. Mogannen e Ghindi fecero lo stesso; Spart e Weig ne presero un altro; ci fu allora una scossa violenta che li fece ondeggiare, poi salire.

— Tienti stretto — disse Duun, quando Thorn afferrò il palo. — Lo farà un’altra volta. Siamo diretti verso la parte esterna.

Era come una nave che si muovesse; il basso cominciò a sembrare di fianco, in maniera allarmante, e il cilindro cambiò lentamente inclinazione; poi la porta s’aprì.

C’erano attendenti, uomini e donne con normali kilt, tutti bianchi; Duun si tolse il casco, e Thorn fece altrettanto, insieme agli altri.

(Guardate bene. Guardatemi.) Thorn evitò di fissarli negli occhi, e porse il casco a una donna. — Sey Duun — disse un uomo — vorrebbero vederti in ufficio.

— Dovranno venire da me — replicò Duun. Si tolse la tuta, si sedette e si levò gli stivali. Un attendente fece per toccare i bagagli, ma Thorn glielo impedì mettendo un piede sulla cinghia. L’attendente cambiò idea e Duun sorrise, col suo sorriso storto. Ben fatto. Nonostante il lungo viaggio, Thorn sapeva cosa fare, anche se si trattava di una cosa marginale. Non toccarono né lui né Duun, e non posarono le mani sui bagagli.

Weig e i suoi uomini li salutarono. — Duun-hatani — disse Weig, e nient’altro. Pareva commosso. — Weig-tanun — esclamò Duun, sorridendo di sbieco. — Vieni a cercarmi, se qualcosa non va. Non tutte le mie soluzioni sono così maledettamente complicate.

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