C. Cherryh - Stirpe di alieno

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Stirpe di alieno: краткое содержание, описание и аннотация

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Lo avevano chiamato Thorn, e ancora neonato lo avevano affidato al più grande giudice-guerriero di quel mondo, Duun, perché lo allevasse come un membro della loro razza. Ma ben presto Thorn si rende conto di essere diverso; la sua pelle è chiara e priva di morbida pelliccia argentea, le sue mani mancano di artigli, e in tutto quel mondo non esiste un’altra creatura simile a lui. Quando poi gli attentati alla sua vita si moltiplicano, fino a condurre l’intero pianeta a una strenua guerra civile, Thorn capisce che deve cercare nello spazio la risposta all’enigma della sua origine, ben sapendo che da lui può dipendere il futuro di due lontane civiltà.
Nominato per i premi Hugo e Locus in 1986.

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— Cosa significa? — chiese Thorn.

— Facciamo una passeggiata — disse Duun.

Dopo molti corridoi, attraversarono una grande sala, dove alcuni tecnici, vestiti interamente di bianco, lavoravano con dei terminali di computer in grembo. I tecnici si voltarono, incuriositi, e poi li fissarono con stupore. Cominciarono infine ad alzarsi, ad uno ad uno. — State seduti — disse Duun. La sua voce tranquilla arrivò alle pareti della vasta sala, piena di rialzi quasi tutti vuoti, fermando ogni movimento. E ancora più sommessamente: — Questo è il centro di controllo. Niente in arrivo, adesso. Roba di ordinaria amministrazione.

— Cosa fanno? — chiese Thorn, dal momento che pareva sollecitato a porre domande.

— Tengono sotto controllo gli impianti. — Duun lo portò in un angolo della stanza, e usò un tesserino per aprire la porta di un ascensore: era del tipo che avevano usato per entrare nella ruota. Thorn afferrò il più vicino palo di sostegno mentre la porta si chiudeva.

Dove stiamo andando? — chiese Thorn. La reticenza di Duun lo irritava. (Ma cosa saprei se me lo dicesse? Non può dirmelo. Può solo pormi degli indovinelli, e lasciare che ci arrivi meglio che posso.)

— Nel futuro — rispose Duun. (Vero e non vero.) L’ascensore si mosse, e la forza più intensa parve quella delle loro mani sul palo, mentre le altre forze sembrarono farsi sempre più ambigue. — Hai visto la terra, dai suoi aspetti più semplici a quelli più complessi. Il suo passato e il suo presente. Ora sei su Gatog; non vedi nessun paradosso?

— Non capisco, Duun. Dovrei vederlo?

— Il tuo mondo è cambiamento. Scorrere e cambiare.

— Torneremo a casa?

— È questa la tua domanda?

La cabina parve cambiare bruscamente direzione. Thorn strinse il palo, guardò il quadro di controllo, e di nuovo Duun. — Abbiamo superato il centro — disse Duun. — Stiamo spostandoci un’altra volta verso l’esterno.

Perché mi hanno fatto, Duun?

Duun incontrò con sorpresa gli occhi di Thorn. C’era un’espressione di terribile divertimento sulla sua faccia: la bocca, dalla parte ferita, era tesa. — È questa la tua domanda? Risponderò.

— In questo luogo? — Il cuore di Thorn batteva forte. Era in preda al panico. — È da qui che vengo? Da qui?

— Ti mostrerò qualcosa. Siamo quasi arrivati.

(Non voglio vedere. Basta Duun. Duun, dimmelo , non farmi veder niente.)

La cabina rallentò, girò, si fermò con un sussulto. La porta si aprì su un’altra stanza, molto simile alla prima, tranne che per i rialzi vuoti e per gli schermi spenti. Thorn entrò, seguendo Duun. Il pavimento era nudo e freddo, come tutti i pavimenti della stazione. Come quelli di una nave o di un laboratorio. I piedi non lasciavano tracce. Non restava alcun segno del passaggio e nessun indizio dello scorrere del tempo. C’erano finestre. Duun toccò un bottone sulla parete, e le finestre s’illuminarono, mostrando i riflettori, i tralicci, le strane forme di Gatog. — Una vista impressionante, vero? — disse Duun. — Non noti delle discrepanze? — Duun andò a un pannello e schiacciò un bottone.

Si sentirono dei rumori, pieni d’interferenze gracchianti. — …stop… — disse una voce. Era una voce. -… voi… mondo…

(Dei. Dei. I nastri.)

Duun schiacciò un altro bottone. (Un bip. Una parola. Due. Parola…) Thorn raggiunse il quadro, e si chinò accanto a Duun. Il cuore gli batteva forte. — Viene da qui.

Duun spense l’audio. Il silenzio era qualcosa che stordiva. Duun andò verso l’illusione delle finestre, e Thorn lo seguì, sul pavimento senza tracce, e si fermò quando le finestre furono tutto ciò che vedeva. Duun alzò un braccio e indicò. — Questo è ciò che l’orecchio riceve. È puntato oltre il sistema solare, pesciolino. E ascolta. Cosa ci dice?

— Numeri. — Thorn guardò, e perse ogni senso dell’alto e del basso. Gli parve di roteare fra le luci, la forma di Gatog, le stelle più brillanti, e Duun: un’ombra avvolta nel mantello grigio, contro il vuoto senza fine. — Parla delle stelle, degli elementi… Smettila di giocare con me, Duun! Chi trasmette?

— Gente. — Duun si voltò verso di lui. — Gente come te, pesciolino.

La stanza era molto silenziosa. Non c’era mai stata e non c’era una voce simile, lì come in nessun altro luogo. Le finestre erano illusione, e il mondo.

— No, Duun.

— Tu sai chi, allora?

— Maledizione, Duun… non farmi questo!

— Volevi la tua risposta. C’è un’altra domanda. Vuoi farla?

— Cosa sono?

— Ah. — Duun si accostò alla finestra, eclissando una luce. — Sei un codice genetico. Sono così anch’io. Il tuo è diverso.

— Non sono shonun?

— Oh, dei, pesciolino, questo lo sai da anni. — Duun lo guardò: ombra contro la luce, grigio contro il vuoto. — Ma non sapevi cos’altro potevi essere. Il mondo conteneva tutte le tue possibilità. Io ti ho creato. Un codice in un ovulo; non era il primo tentativo. Ci sono stati migliaia di tentativi, finché i medici non hanno trovato il sistema giusto. È stato necessario sviluppare nuove tecnologie; e la maggior parte le abbiamo create noi. Ma tu eri un problema speciale. E tu… sei stato il successo. Ti hanno portato da me; non volevano. Avevano faticato tanto per averti. Mi credi, pesciolino? Ti sto dicendo la verità?

— Non lo so, Duun. — Thorn avrebbe voluto sedersi o andare da qualche parte. Ma non c’era nessun rifugio, su quel pavimento, né sotto le finestre.

— È la verità — disse Duun. — L’orecchio raccoglie quei messaggi. Forse c’è qualcosa nei sentieri del cervello; forse è come conoscere la propria faccia; forse entrambe le cose. Tu riproduci perfettamente i suoni dei nastri; nessun shonun riesce a pronunciare tutte quelle consonanti. Nessun shonun potrebbe leggere le facce sul nastro… tranne forse io e, qualche volta, Sagot. Tu mi hai insegnato. Mi hai insegnato i tuoi riflessi e i tuoi sentimenti più segreti; e quando ti abbiamo fornito il vocabolario che eravamo riusciti a ricostruire… forse sono i sentieri, lo sanno gli dei… tu hai cominciato a usarlo. È per questo che sei stato fatto.

— Per vivere qui? Per lavorare su questo?

— Non ti attira?

— Duun… riportami a casa. O dei, riportami a casa.

— Haras. Non crollarmi proprio adesso. Non sei venuto fin qui per frignare come un bambino.

Thorn andò alla finestra e le voltò le spalle. Adesso la faccia di Duun era illuminata, e la sua in ombra. — Non prendermi in giro. Non posso… — ( Non posso , pesciolino?) Ci fu del silenzio.

— Le trasmissioni giungono a intervalli regolari — disse Duun con voce calma. — Per la maggior parte si ripetono. Cos’è che dicono?

— Te l’ho spiegato cosa dicono.

— M’incoraggi.

— Per cosa? — Thorn guardò la finestra: la vicinanza distruggeva l’illusione, la rendeva solo luce e buio privi di significato. Girò lo sguardo altrove. — È per questo che hanno paura di me?

— Ho preso un alieno. L’ho tenuto fra le braccia, l’ho nutrito, riscaldato… era piccolo, ma sarebbe cresciuto. L’ho portato su una montagna, e ho vissuto da solo con lui. Ho dormito sotto lo stesso tetto, l’ho fatto arrabbiare, l’ho incoraggiato e sollecitato e ho avuto incubi, pesciolino: ho sognato che si rivoltava contro di me. E delle volte, quando lo stringevo, mi veniva la pelle d’oca. Ecco le cose che ho fatto.

(Duun… oh dei, Duun…) Era al di là del dolore.

— … Sono stato più che onesto con lui. Gli ho dato tutto quello che avevo da dare. Ho fatto un passo dopo l’altro. L’ho reso shonun. Gli ho insegnato. Ho discusso con lui. Ho scoperto la sua mente, e pezzo dopo pezzo gli ho dato tutto ciò che sapevo insegnare. Ogni occasione. Sei cresciuto shonun. Nessuno sapeva cosa sarebbe venuto fuori. Quando dissi a Ellud che ti avrei reso hatani, rimase inorridito. Quando il mondo lo seppe… ci fu quasi il panico. Non importa: tu ne rimanesti all’oscuro. Quando ho detto a Ellud che ti avrei portato davanti alla Corporazione… be’, farti hatani era già grave; i loro giudizi erano limitati. Ma farti entrare nella Corporazione! È stato un vero e proprio terremoto. E tu hai vinto. Hai vinto Tangen. Hai fatto tutto, pesciolino.

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