C. Cherryh - Stirpe di alieno

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Stirpe di alieno: краткое содержание, описание и аннотация

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Lo avevano chiamato Thorn, e ancora neonato lo avevano affidato al più grande giudice-guerriero di quel mondo, Duun, perché lo allevasse come un membro della loro razza. Ma ben presto Thorn si rende conto di essere diverso; la sua pelle è chiara e priva di morbida pelliccia argentea, le sue mani mancano di artigli, e in tutto quel mondo non esiste un’altra creatura simile a lui. Quando poi gli attentati alla sua vita si moltiplicano, fino a condurre l’intero pianeta a una strenua guerra civile, Thorn capisce che deve cercare nello spazio la risposta all’enigma della sua origine, ben sapendo che da lui può dipendere il futuro di due lontane civiltà.
Nominato per i premi Hugo e Locus in 1986.

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Thorn si voltò, trovò un appoggio per il piede e si spinse verso il portello, lo attraversò penetrando nella penombra, si girò nell’aria e si fermò contro una parete. — Duun. Stanno svegliando l’equipaggio. Pare che ci resti poco tempo.

Duun si mosse e lo guardò. — Quanto?

— Non lo so. So solo che è molto meno di quello che avevamo: erano quaranta minuti, e adesso hanno acceso di nuovo i razzi.

Duun si spinse, e schizzò come un nuotatore verso la luce. Thorn lo segui.

Mogannen e Weig si stavano infilando le tute. C’erano tre poltroncine di riserva; Duun preparò le due che erano destinate a loro quando erano sul ponte. — In caso la faccenda si metta male — disse. — Adesso mettiti la tuta.

Tutto con molta calma. Sul ponte le cose continuarono sempre: la solita routine; solo che adesso indossavano le tute. Spart e Ghindi cominciarono il loro turno. Duun galleggiava, con la tuta, senza casco. L’attesa divenne noia. Il cuore di Thorn, che prima batteva per il panico, non poté reggere a lungo. Il panico si trasformò in fastidio. Voleva bere. Se l’avesse fatto, se ne sarebbe pentito? Fra questi piccoli fastidi passavano i momenti peggiori. Pensieri di pruriti inaccessibili. Il sudore dentro la tuta, che si raccoglieva senza evaporare. Thorn era sospeso nell’aria, in un lento strisciare del tempo, con il ronzio dei messaggi in arrivo che volevano ucciderlo. Le navi avevano cominciato a spingersi troppo oltre. Voci calme riportavano i fatti, chiamandoli con nomi come ritorno-zero e non-virata.

(È strano, ma non si vedono molto le stelle. Si possono vedere dalla navetta, se si va davanti… È bellissimo.)

Una stella si accese, mentre Thorn guardava, divenendo sempre più luminosa. Il suo cuore batté all’impazzata. — Duun! Weig! — Poi la stella cominciò a trasformarsi in una sfera.

— Al tuo posto! — gridò Duun, e schizzò anche lui da quella parte. Thorn si tuffò, afferrò lo schienale di una poltroncina, e s’infilò dentro tenendosi al bracciolo, prese le cinture arrotolate e cominciò a legarle. Guardò davanti a loro, dove la stella era svanita. — Dov’è? — Non si erano girati, non potevano: la navetta non aveva più combustibile.

— Il casco — disse Duun. Thorn schiacciò il bottone sul bracciolo, prese il tubo dell’ossigeno e le spine del comunicatore e l’inserì, mentre il casco scendeva. Lo agganciò e selezionò il terzo canale radio. Il primo era unificato, il secondo soltanto per l’equipaggio, il terzo per i passeggeri: lui e Duun. Sentì il suo respiro, e quello di Duun, più calmo del suo.

(O dei, com’è possibile abituarsi a questo?)

Un’altra stella brillò. Nel silenzio. Solo il rumore del respiro, e quelli interni della navetta, attutiti dai caschi. Cambiò canale, sentì l’equipaggio parlare, e i messaggi in arrivo. Il sudore si raccoglieva sul suo corpo, e il braccio gli si stava intorpidendo. (“Queste maledette tute non sono mai della misura giusta”, aveva detto Duun.) Ma era meglio di quella per il volo. Meno stretta.

(Un’altra stella. Sono missili o sono navi? Sono navi che esplodono?)

I discorsi dell’equipaggio gli erano incomprensibili, pieni com’erano di parole in codice. Inserì il terzo canale. — Duun, cosa sta succedendo?

— Sono a portata reciproca. E alla nostra, con meno precisione. Gli hatani li hanno intercettati. Sono stati più abili nelle manovre. Basta che non gliene sfugga una. Se dovesse passare, non ci sarebbe una seconda possibilità, e noi non possiamo farci niente.

I lampi continuarono. Thorn chiuse gli occhi e li riaprì; avrebbe voluto togliersi il casco. L’aria era fredda, gli faceva male alla gola, al naso, agli occhi.

— Quella è la Ganngein - arrivò la voce di Weig, sul terzo canale. — Le hanno prese tutte. Incroceremo dei relitti, ecco tutto.

— Come va la Ganngein ? — chiese Duun.

Una pausa.

— Ritorno-zero. Lo stesso per la Nonnet. La Ganngein ci augura buona fortuna e dice che si terrà in contatto. Stanno cercando di calcolare esattamente la rotta: sono stati deviati.

— Non possono mandare aiuti dalla stazione? — chiese Thorn. — Dalla terra?

— La stazione è in mano ai ghotanin — rispose Duun. — Sfortunatamente. Gli hatani erano troppo pochi. Ma ora non c’è più nessuna nave alla stazione…Gli hatani le hanno prese, grazie agli dei, altrimenti i ghotanin ci avrebbero sopraffatto. Erano navi ghota quelle che ci inseguivano. Alla stazione rimane una navetta e alcune sulla terra. Ma una navetta non può fermare la Ganngein. Non si tratta di rallentare una massa simile; non sarebbe possibile in ogni caso. Possono solo abbordarli. Ma non sono in grado di eguagliare la sua velocità.

(La voce di Sphitti: “Un’applicazione pratica. Se tu viaggiassi nel vuoto, senza frizione e senza gravità…”.)

(“Non è possibile.”)

(“Supponiamo che sia possibile.”)

(Angoli e linee su uno schermo, a scuola.)

Per lungo tempo l’equipaggio e le navi condannate parlarono, ma soltanto della navigazione.

— Ecco — Thorn sentì una voce. — Stiamo per cadere nel pozzo… ancora tre giorni, direi. Potrebbe essere peggio. Quattro.

— Vi sentiamo — disse Weig.

C’era del dolore nella sua voce. Thorn ascoltava, e fissava i punti luminosi. Aveva le braccia e le gambe intorpidite. Nessuno si mosse per levarsi la tuta. Incroceremo dei relitti. Se lo ricordava. Le altre due navi parlarono ancora. Niente di nuovo.

(È più terribile degli aerei. Il silenzio. L’inevitabilità di queste navi, che s’incontrano così veloci, su distanze che richiedono giorni. Con Betan è stato rapido. Questi uomini e queste donne avranno tempo di parlare e di mangiare, di dormire e di svegliarsi tre volte prima di precipitare a terra. Prima d’infilarsi nel pozzo, e di essere trascinati via.)

— … pensiamo — disse la Nonnent - di avere l’angolo per il passaggio. Non sappiamo ancora.

— Ci mancherà la vostra compagnia — disse la Ganngein.

Una lunga pausa. — Sì, abbiamo sentito. — Dalla Nonnent.

— Non sentitevi imbarazzati. Non è un viaggio che siamo ansiosi di fare.

Hatani. O tanun.

Ci fu un lungo silenzio. Poi apparve un buco nello spazio, dapprima piccolo, che crebbe, ingoiando le stelle. — C’è qualcosa là davanti, Duun. Vero?

— Polvere — disse Duun. — Particelle. Non useremo le luci. Dobbiamo conservare tutta l’energia di cui disponiamo. E in ogni modo non possiamo evitarli.

(Quanto tempo ci vorrà? E se trovassimo sul nostro cammino una nave quasi intatta?)

(Domande da sciocco, Thorn).

Il tempo passò, lentamente. Tutte le stelle erano sparite. Le navi parlavano, ogni tanto. Parlavano della nuvola.

Cominciarono delle interferenze. Le trasmissioni si interruppero. Un rumore penetrò nel casco, un colpo lontano. Un altro. Poi cominciarono a susseguirsi a un ritmo continuo, come se grandinasse. Infine cessarono.

— Siamo ancora dentro — disse Weig. — Sarà… uhh!

Il colpo risuonò attraverso le strutture della nave e arrivò al ponte. Thorn strinse le mani attorno ai braccioli, e dimenticò il dolore.

Per un po’, ci fu silenzio.

— Se n’è andato un pezzo dell’alettone sinistro — disse Mogannen. — Abbiamo acquisito una leggera rotazione. Non…

Un altro urto. Poi un altro. Silenzio. Infine dei colpi leggeri.

(Pezzi di ghotanin. O di una delle nostre navi. Voliamo in mezzo a navi morte. Corpi. O pezzi di corpi. Il sangue, là fuori, si gela come neve.)

Le stelle riapparvero. — Ehi! — gridò Weig. — Siamo passati!

(Per me. Per me e Duun, la morte sulla terra. La Ganngein e la Nonnent. Navi ghota e hatani.)

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