C. Cherryh - Stirpe di alieno

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Stirpe di alieno: краткое содержание, описание и аннотация

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Lo avevano chiamato Thorn, e ancora neonato lo avevano affidato al più grande giudice-guerriero di quel mondo, Duun, perché lo allevasse come un membro della loro razza. Ma ben presto Thorn si rende conto di essere diverso; la sua pelle è chiara e priva di morbida pelliccia argentea, le sue mani mancano di artigli, e in tutto quel mondo non esiste un’altra creatura simile a lui. Quando poi gli attentati alla sua vita si moltiplicano, fino a condurre l’intero pianeta a una strenua guerra civile, Thorn capisce che deve cercare nello spazio la risposta all’enigma della sua origine, ben sapendo che da lui può dipendere il futuro di due lontane civiltà.
Nominato per i premi Hugo e Locus in 1986.

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Un aspiratore si mise in azione, nella doccia, e Thorn osservò le goccioline scorrere lungo le pareti, finché non sparirono. Si asciugò sotto la lampada, aprì con il gomito la maniglia, e uscì. Si voltò a mezz’aria, in una lenta rotazione, prima che Duun lo afferrasse e lo avvolgesse in un kilt blu, e gli allacciasse la cintura in vita con un tocco familiare; stringendola esattamente come faceva molti anni prima. Thorn guardò la faccia di Duun, da adulto adesso, e Duun finì con mollargli quella pacca sul fianco che gli dava quando lui era piccolo. Il tempo corse avanti e indietro, roteando come la cabina.

— Vieni — disse Duun, dando un calcio alla parete con gli armadietti e scivolando con grazia e precisione nella piccola apertura.

Anche Thorn si diede una spinta con i piedi. Piegò il corpo con quanta grazia poteva, e volò nella scia di Duun, verso una luce, nella mente e nel cuore del traghetto, dove gli uomini andavano e venivano.

Lo fissavano… (sono turbati; vogliono essere cortesi; non sanno se guardare o no, se guardare è un gesto sincero o maleducato.) Duun si fermò e Thorn imitò i suoi movimenti, ignorando gli sguardi. (Il mondo è in fiamme. Dovrebbero odiarmi. Non posso fargliene una colpa. Sono nato per questo.) Ma si sentiva stranamente libero, accogliendo tutto il loro biasimo, ignorando i loro sguardi sulla sua pelle pallida e liscia, e sopportando la stretta di Duun sul braccio che lo guidava verso la finestra.

Il mondo, azzurro e luminoso… era lì. I suoi fuochi erano invisibili. La lontananza negava tutto… i fuochi divennero un’ulteriore illusione dietro una finestra; la sua vita si ridusse a proporzioni invisibili, vissuta su una montagna e in una città che bruciando non riusciva neppure a colorare le nuvole.

Guardò e riguardò, e le lacrime gli riempirono gli occhi, finché non le mandò via sbattendo le palpebre. Si asciugò gli occhi, e una goccia si staccò dalla punta delle sue dita, perfetta, una sfera tremolante, come il mondo nello spazio.

— Lo ami? — chiese Duun. — Lo ami, pesciolino?

— Sì — disse Thorn, quando gli riuscì di dire qualcosa… Si asciugò di nuovo gli occhi. — È ancora lì.

— Finché tu non ci sei sopra — disse Duun, ed era la verità; l’aveva visto. Thorn sentì un dolore al petto. Allungò una mano, e toccò il finestrino e il mondo.

La nave lasciò il mondo, mentre si allacciavano le cinture di sicurezza. I motori li schiacciarono duramente e a lungo.

Thorn chiuse gli occhi. Non riesco a dormire, non riesco mai a dormire, si disse. Le forze lo abbandonarono, e il dolore gli ricordò chi era e cosa gli costava, costantemente, come i battiti del cuore. — Bevi — disse Duun allungandogli una cannuccia. Ma dopo il primo sorso, Thorn non voleva più saperne. — Bevi. — Ancora, con quella voce che l’aveva spinto tutta la vita, e non gli lasciava scelta. Thorn bevve, e si addormentò. Quando si svegliò, Duun gli dormiva accanto, con il fianco non ferito verso di lui; quel fianco che forniva l’illusione di come Duun era stato una volta.

Thorn chiuse gli occhi. (Sagot è viva? Manan e l’altro pilota sono vivi? La Corporazione… i missili l’hanno difesa?)

(Bambini in piedi sulla roccia, a Sheon, che guardano soli rossi sbocciati sull’orizzonte. Il fumo ricopre il cielo. Il tuono scuote la terra.)

(Nei corridoi di Dsonan la gente corre senza sapere dove andare.)

Il sole gira dietro la calotta e gli uomini, simili a grandi insetti, manovrano i comandi. L’aereo è sospeso nel cielo e il tempo si ferma. La guerra prosegue in un momento raggelato per sempre, tutta la guerra, tutto il tempo.

Sagot siede nella sua stanza, da sola. C’è un tuono dopo l’altro. Siede fragile e solenne in fondo a quella stanza, aspettando, di fronte alle scrivanie vuote.

Un traghetto vola nello spazio, e l’universo gli corre incontro portando il mondo lontano.

C’erano le cose del mondo. Dovevano esserci. In primo luogo le necessità corporali, e Thorn si prendeva ostinatamente cura di se stesso, dopo che Duun gli ebbe mostrato come funzionavano le cose lì dentro. C’era, per esempio, una specie di colazione, e Thorn scoprì che le mani gli facevano un po’ meno male. L’equipaggio passava attraverso il loro compartimento, spinto da analoghe necessità, dando vita a un certo viavai. C’era inoltre qualcosa di surreale nel loro fluttuare nell’aria, nei loro movimenti lenti, come in un sogno.

— Dove stiamo andando, Duun.

— A Gatog.

— È la stazione? — Thorn non aveva mai sentito chiamarla cosi.

— Una delle stazioni.

( Ne esiste più d’una? ) Gli insegnamenti di Sagot manifestarono delle crepe, si frantumarono in dubbi. (Non c’è verità assoluta?)

— Abbiamo ricevuto un rapporto — disse Duun — secondo cui i ghotanin hanno mandato un messaggero da Tangan, offrendo di negoziare. La Corporazione kosan inizialmente ha rifiutato, ma dovrà ammorbidire la sua posizione.

— Fa parte della tua soluzione? — chiese Thorn. La sua mente aveva ricominciato a lavorare. Duun lo squadrò con un penetrante sguardo hatani, simile a quello che gli aveva appena rivolto Thorn.

— L’equilibrio è la mia soluzione — rispose Duun. — Non è mai stata mia intenzione distruggere i ghotanin.

— Ti chiamano sey Duun.

— È una formula di cortesia dei nostri giorni.

— Hai guidato i kosanin?

— Una volta.

Nient’altro. Duun non aveva intenzione di dire più di quanto voleva.

Ancora sonno, pasti, corpi, mentre la gelatina aveva cominciato a staccarglisi dalle mani. Cominciò a conoscere l’equipaggio: Ghindi, Spart, Mogannen, Weig. Mezzi nomi. Soprannomi. Ma bastavano. Duun li conosceva, e parlava con loro con voce tranquilla; talvolta parlava invece alla radio, con voci provenienti da un capo o dall’altro del loro viaggio.

Nessuna di queste cose riguardava Thorn. E tutte lo riguardavano. Ascoltò, con un’angoscia mortale, e non capì altro che nomi di città, quello di Gatog, e termini specialistici.

Intercettazione , sentì una volta, e il suo cuore sussultò. Guardò Duun, e continuò a guardarlo anche dopo che la conversazione radio era terminata.

— Pesciolino — gli disse Duun, volando verso di lui. E gli fece cenno di seguirlo.

Duun si diresse alla cabina dove dormivano e si fermò con un movimento elegante. Arrivando dietro a lui, Thorn allungò un piede e la mano mezza guarita, e si arrestò quasi altrettanto bene. — Ci sono dei ghotanin, qui? — chiese Thorn.

— Forse ci sono — rispose Duun. — Non è nostro compito combatterli.

— È un gioco? — chiese Thorn irritato. — Devo scoprire cosa faremo? Dove sono? È finita, Duun?

Duun lo guardò in maniera strana, con distacco. — È appena cominciata. Non è questa la domanda giusta, Haras-hatani. Nessuna di queste è la domanda giusta.

Thorn si calmò.

— Pensaci — disse Duun. — Dimmi quando lo saprai.

Il vuoto dentro cui correvano si ridusse a una dimensione familiare (“Ancora”, disse Duun, in piedi sopra di lui, sulla sabbia, “ Ancora.”)

Thorn respirò profondamente e guardò Duun che scivolava attraverso il portello illuminato, come un grigio pesce di dimensione umana.

(Mi aspettava. Dov’ero? Dov’era la mia mente? Era commiserazione quella che provava per me.)

(Lui è di casa qui. È il suo elemento, come Sheon. La torre in città, e la sala della Corporazione non lo sono mai state.)

Thorn spinse coi piedi, stendendo il corpo come aveva fatto Duun, con la stessa grazia. Sbucò nella luce del compartimento superiore, trovò con sicurezza un appoggio, e rimbalzò fino al punto di ancoraggio che cercava, da dove poteva vedere Duun e gli altri.

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