Stavano ricevendo e mandando messaggi. Duun ascoltò e rispose, in quel gergo incomprensibile. — È normale — chiese Thorn quando ci fu una pausa — parlare in questo modo, o è perché abbiamo dei nemici?
— È questa la tua domanda? — chiese Duun.
— Te lo dirò quando vorrò farla. — Thorn si teneva aggrappato a un bancone, e sentiva le bruciature fargli ancora un po’ male. — Se questo è un oceano, questo pesciolino dovrà imparare a nuotare. Avrebbe dovuto imparare giorni fa.
Duun lo guardò, piegando indietro le orecchie in un’espressione che Thorn gli aveva visto migliaia di volte. — Ci sono nemici. Gli stessi che abbiamo incontrato sulla terra. Le compagnie che hanno miniere e fabbriche quassù, usano ghotanin come guardie. E alcune hanno navi. Non come il traghetto, che non è costruito per quello che stiamo facendo. Queste navi si stanno muovendo, alcune amiche, altre nemiche. Abbiamo bruciato tutto il carburante che avevamo per staccarci dal campo gravitazionale terrestre. Non era un lancio in programma. Abbiamo usato la navetta di riserva: ce n’è sempre una pronta al lancio. Le compagnie vogliono che vengano rispettati i tempi. E averla pronta senza che Shbit e i ghotanin potessero risalire a me… non è stato facile.
(Allora sapevi tutto in anticipo. Maledizione, Duun…)
Forse Duun sorrise. Sul fianco ferito della sua faccia questi movimenti mimici erano ambigui, e difficili da capire: forse era stata una smorfia. — Giusto ora — disse — siamo in rotta verso Gatog. Manca ancora un po’. Non possiamo fermarci, naturalmente. Ma questo non è un problema grave. C’è una nave mineraria che è già partita per trovarsi sulla nostra rotta fra qualche settimana: un semplice intervento di salvataggio. Se non succede niente. Ci stiamo nuovendo molto lentamente. I nostri nemici ci stanno inseguendo a una velocità dieci volte superiore. Non abbiamo armi. Le loro navi sì. Fortunatamente anche i nostri amici le hanno. È una faccenda molto delicata, pesciolino, di ora in ora. Una nave consuma carburante; così pure l’avversario. Ogni mossa cambia punto e tempo d’intercettazione. Noi siamo la sola unità fissa, perché non possiamo manovrare , non più di un pianeta o di una luna. Siamo alla deriva. E ora dopo ora, quelle navi bruciano un po’ del loro carburante, fanno i loro calcoli, scoprono quello che sta facendo il nemico, rifanno i calcoli, manovrano, ne bruciano ancora un po’. Sempre più veloci. Dipende da quanto gli equipaggi sono disposti a rischiare la morte, e dalla causa a cui si sono votati. Per il più vicino dei nostri amici, la terra è prossima al punto di non ritorno; le loro navi non sono state costruite per atterrare, e se consumano troppo carburante non possono fare i necessari cambiamenti vettoriali per tornare: il pozzo gravitazionale è come una discesa insidiosa, e una nave che consuma tutto quello che ha, rischia di finirci irrimediabilmente dentro. Per i nostri nemici, il punto di non ritorno è l’infinito… o qualche stella distante centinaia di anni luce. E qualcuno potrebbe eventualmente andarli a prendere. Non è necessario che siano tanto coraggiosi. O tanto cauti.
— Cosa faranno i nostri amici?
— Alcuni di loro sono hatani.
— Dunque faranno quello che devono fare. — La casa della Corporazione. La risata che non aveva più un suono crudele, ma innocente e coraggioso. (Allora non sapevano di correre un pericolo così imminente. Anche gli hatani non erano riusciti a leggerlo. Avevano visto il ghota; sapevano che era giunto il pericolo, ma non potevano conoscerlo per intero.) — Sono armati?
— Sì.
Thorn guardò quegli uomini che lavoravano incessantemente, che parlavano calmi alla radio e che qualche volta scherzavano fra loro o facevano cose bizzarre; come buttare un boccone di cibo a qualche compagno che lo afferrava al volo. — Sono uomini coraggiosi — disse Thorn, come se stesse ai piedi di una grande montagna. Era un sentimento di riverenza che gli dava una quiete interiore. Pensò a Manan e al secondo pilota, all’aereo che correva davanti alla tempesta poi scatenata dalla navetta. Pensò inoltre alla donna del portello, che li chiudeva dentro rimanendo in un mondo prossimo a frantumarsi.
E Sagot che gli diceva addio con un bacio.
E Tangan che accettava il tradimento di un vecchio allievo, e accoglieva con gentilezza un nuovo ragazzo.
Le lacrime gli riempirono gli occhi, se le asciugò e si accorse che Duun lo guardava. — Mi dispiace, Duun. Non so perché lo faccio.
— Non sai che io non posso? — chiese Duun.
Thorn lo fissò, con le lacrime che gli si asciugavano sulla faccia.
— Duun — disse Weig. E Duun andò a vedere cosa voleva Weig.
— Mancano venti ore — aggiunse Weig.
Si allenò a indossare la tuta. — Se siamo colpiti, almeno avremo qualche possibilità — disse Duun, aprendo l’armadio su un lato del ponte, dove erano allineate una dopo l’altra le tute, come embrioni in un grembo. Duun ne tirò fuori una e gliela mostrò, completamente slacciata. — Provala.
Thorn si tirò su il kilt e infilò i piedi e le braccia nella tuta. Duun gli mostrò come allacciarla, poi glielo fece rifare molte volte, fino a quando le mani non gli fecero male. Duun gli mostrò come lo zaino s’infilava nello schienale del sedile, e come un meccanismo automatico avrebbe abbassato il casco, portandolo a portata di mano. — Così non dovrai tenertelo addosso per ore — disse Duun, e gli mostrò le valvole dell’aria del circuito d’emergenza della navetta, e come staccarle e usare lo zaino. — Prima il casco, poi stacchi i tubi e hai aria a sufficienza nella tuta per arrivare allo zaino e metterlo in funzione. — Duun gli fece provare e riprovare tutto quanto, finché non fu esausto.
— Dormi un po’ — disse alla fine. — Ne avrai bisogno.
Thorn rimase esterrefatto vedendo Duun addormentarsi subito, ancorato alla sua cuccetta, nella loro cabina; e ancor più lo era che potessero farlo lì di sopra, con tutta l’attività e la luce. Ghindi e Spart si agganciarono in un angolo, vicino agli armadi, e si fecero un rapido sonnellino, mentre Weig e Mogannen si dedicavano ai calcoli. Thorn si agganciò vicino a Duun e cercò di dormire; riuscì alla fine a riposarsi; ma nel dormiveglia continuarono ad apparirgli davanti l’aereo, il volo e Betan.
Al risveglio si sganciò e salì sul ponte; trovò Ghindi e Spart al lavoro, e gli altri due addormentati. Il computer ticchettava. Thorn si avvicinò silenziosamente dall’alto, sospeso a testa in giù sul posto di Ghindi, un po’ indietro, in modo da poter vedere lo schermo.
Ghindi si girò sulla poltrona e alzò lo sguardo. Aveva l’espressione tipica di quelli che lo guardavano da vicino; poi venne sostituita da un’altra, che Thorn non riuscì a comprendere bene. Stanchezza. Tristezza. O era amore? Non aveva senso. Thorn girò su se stesso, e si arrestò con la mano. Forse sarebbe riuscito a decifrare meglio l’espressione della donna dal diritto.
— Scusa — disse Thorn, intendendo dire che temeva di disturbarla. Voleva tornare di sotto, prima che Duun lo scoprisse.
Lei lo guardò, stupita. Erano tutti e due stanchi, e un po’ confusi. Non riuscivano a capirsi molto bene. — Ti faremo arrivare — disse lei.
(A Gatog?) Thorn era impaurito. Lo mostrò, come un bambino. Nasconderlo, gli sarebbe sembrato disonesto verso Ghindi. — Sei kosan? — chiese. Si ricordava dei piloti.
— Tanun. — La Corporazione dei naviganti. Gli parve appropriata.
— Ghindi — disse Spart, dal computer. — La Kandurn ha acceso di nuovo i razzi.
Ghindi si voltò, come se Thorn fosse improvvisamente sparito dall’universo.
— Ci resta poco tempo, vero?
— Davvero poco. Credo che sia meglio svegliare Weig e Mogannen.
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