A dire la verità, in tutto quel tempo Suzy McKenzie s’era annoiata molto. Non aveva mai avuto troppa immaginazione, e le distese della ricostruita Manhattan per cui aveva passeggiato non l’avevano fatta spasimare per l’interesse. L’enorme canale-tubatura che dal fiume pompava liquido verde nell’interno dell’isola, i ventagli dalle movenze lente e gli alberi-elica, le file di piastre argentee simili a specchi stradali che ricoprivano centinaia di acri di superficie irregolare: non una di queste cose aveva attratto la sua attenzione per più di pochi minuti. Loro non tenevano alcun contatto con lei. Non riusciva neppure a cominciare a capire quali fossero i loro scopi.
Sapeva che ciò che la circondava avrebbe dovuto essere affascinante, però non era umano: di conseguenza non le importava molto.
A lei interessava la gente, quel che pensava e faceva, chi era, cosa provava per lei e quali sentimenti destava in lei.
— Ti odio — disse al cilindro, rimettendo il vassoio e la tazza sulla sua superficie. Il cilindro ingoiò gli oggetti e si appiattì sparendo alla vista. — Odio tutti voi! — gridò alle pareti della rientranza. Si strinse le braccia al petto per riscaldarsi, poi raccolse la torcia e la radio. Presto si sarebbe fatto buio, lei avrebbe cercato un posto per dormire e forse avrebbe ascoltato la radio per qualche minuto. Le batterie si stavano scaricando, benché le avesse usate con economia. Uscì dalla rientranza e girò gli occhi sul boschetto degli alberi-ventaglio che crescevano sulle gradinate di un monticello marrone e rossastro.
Sulla cima di esso campeggiava un poliedro nero a molte sfaccettature, da ognuna delle quali sporgeva un ago argenteo lungo un braccio. Ce n’erano molti identici per tutta l’isola. Ormai non li notava neppure. Per girare intorno a quel monticello impiegò una decina di minuti. Si addentrò in una valletta vuota lunga quanto un campo di calcio, delimitata da tubature grosse quanto la sua vita e dalle curve dolci. I tubi sparivano in un’infossatura all’estremità nord. La ragazza aveva già dormito più volte in quelle piccole fosse, e quando ne ebbe raggiunta una vi s’inginocchiò accanto. Poggiò le mani sul fondo: era abbastanza caldo. Avrebbe potuto trascorrere la notte lì, sotto i tubi, e stare comoda a sufficienza.
A ovest il cielo era soffuso d’un brillante colore porpora. Di solito il tramonto spandeva veli arancone e rossi nell’aria; l’orizzonte non era mai stato così elettrico.
Accese la radio e si distese con un orecchio appoggiato all’altoparlante. Aveva sempre tenuto basso il volume con l’idea di risparmiare le batterie, benché sospettasse che l’espediente non servisse a nulla. La stazione inglese sulle onde corte, come al solito chiara, si fece udire subito. Regolò la sintonia e scivolò più all’interno sotto i tubi.
— … manifestanti che nella Germania Occidentale hanno circondato gli impianti della Pharmek dov’è ospitato Michael Bernard, sospetto portatore del morbo venuto dagli Stati Uniti. Mentre l’epidemia non si è ancora sparsa da nessuna parte, eccetto il Nord America, la tensione continua a crescere. Da oltre le frontiere chiuse della Russia… — Il segnale svanì e lei tornò a sintonizzare.
— … carestia in Romania e in Ungheria, già da tre settimane, e purtroppo si prevede che nulla possa ormai…
— … la signora Thelma Rittenbaum, nota psicologa di Battersea, afferma di sognare ogni notte che Cristo è risorto nel Nord America, dove risveglierà i morti per formare un esercito che marcerà sul resto del mondo. — Qui fu mandata in onda una voce femminile, registrata male, che in tono esagitato pronunciò qualche frase inintellegibile.
Il resto delle notizie riguardava l’Europa e l’Inghilterra. Ed era la parte che Suzy preferiva, poiché ogni tanto riusciva a darle l’impressione che il mondo fosse ancora normale, o almeno sulla via del ritorno alla normalità. Per la sua patria non c’era niente da fare: già da settimane aveva rinunciato a ogni speranza. Ma l’altra gente, al di là dell’oceano, riusciva a vivere la sua vita. Pensare a questo la risollevava.
Non che qualcuno, da qualche parte, sapesse della sua esistenza o gli importasse di lei.
Spense la radio e si rannicchiò al calduccio, ascoltando il fruscio del liquido che scorreva nelle tubature e i profondi, bassi gemiti metallici che provenivano da qualche luogo lontano da lei.
S’addormentò prima che il buio s’infittisse, mentre le strisce di cielo sopra le tubature si riempivano di stelle. E quando, nel bel mezzo di un sogno in cui stava acquistando vestiti in un negozio, le accadde di svegliarsi…
Qualcosa era drappeggiato su di lei. Lo tastò, insonnolita: stoffa soffice e calda come lana. Annaspò in cerca della torcia e la accese, girando il raggio di luce sul tessuto che aveva addosso. Si trattava di una morbida coperta, azzurra con sottili strisce verdoline: i suoi colori preferiti. Le braccia, senza quella protezione, le si erano intirizzite. Troppo stordita dal sonno per stare a porsi domande si tirò la coperta fino al mento e scivolò di nuovo nel mare dei sogni. Stavolta era una ragazzina e giocava in strada con gli amici d’infanzia, bambine e bambini ormai cresciuti, alcuni dei quali erano poi andati ad abitare altrove.
D’un tratto, l’uno dopo l’altro, gli edifici del quartiere vennero abbattuti. I bambini guardarono smarriti gli uomini con i bulldozer che facevano a pezzi le case dai mattoni rossi. Lei si volse a osservare la reazione dei suoi amichetti e vide che erano diventati adulti, vecchi, e indietreggiavano lanciandole richiami, invitandola a seguirli. Lei cominciava a piangere. Le sue scarpe erano incollate all’asfalto e non riusciva a fare un solo passo. Poi tutte le case vennero rase al suolo, il quartiere fu un ammasso di macerie dalle quali si levavano spunzoni e travature, fra cui la tazza di un cesso che penzolava da una tubatura all’altezza di quello che era stato un primo piano.
— Le cose stanno di nuovo cambiando, Suzy. — Le sue scarpe furono libere e lei si volse. Davanti a lei c’era Cary, imbarazzante nella sua nudità.
— Gesù! Non hai freddo? — chiese lei. — No… non lo sentiresti. Sei soltanto un fantasma.
— Be’, suppongo di sì — sorrise Cary. — Comunque volevamo avvertirti. Capisci? Tutto sta per cambiare ancora, e desideriamo farti sapere che puoi sempre scegliere.
— Non sto sognando, adesso, vero?
— No. — Lui scosse il capo. — Noi siamo nella coperta. Potrai parlarci quando vorrai, giorno e notte, se ne hai voglia.
— La coperta… tutti voi? Mamma, Kenny e Howard?
— E anche moltissimi altri. Tuo padre, se ti va di parlare con lui. È un regalo — le spiegò. — Una specie di regalo d’addio. Noi qui siamo tutti volontari, ma ci sono innumerevoli duplicati di me e degli altri, dei quali abbiamo molto bisogno.
— Dici cose prive di senso, Cary.
— Capirai. Tu sei una ragazza forte, Suzy.
Lo sfondo del sogno cominciò a farsi nebuloso. Stavano entrambi in piedi in una penombra arancione, col cielo che in distanza splendeva di giallo come se ci fossero fuochi all’orizzonte. Cary volse lo sguardo sui dintorni e annuì. — È tutto artistico. Ci sono moltissimi artisti e scienziati, tanto che mi sento sperduto fra essi. Ma potrei diventare uno di loro se volessi. Ci hanno dato tempo. Noi veniamo onorati, Suzy. Loro sanno che li abbiamo creati, e ci trattano veramente bene. Sai, laggiù… — Accennò verso il buio dietro di lui, — potremmo vivere insieme. C’è un posto dove tutti loro pensano. È come la vita reale, il mondo reale. Può essere com’era una volta, o com’è adesso. Può essere come tu vuoi.
— Io non mi unirò a voi, Cary.
— No. Non credo che tu voglia. Io non avevo proprio nessuna scelta quando mi unii a loro, ma non mi lamento. Così come sono adesso non mi piacerebbe più stare a Brooklyn Heights.
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