Greg Bear - L'ultima fase

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Vergil Ulam, brillante ricercatore dei Genetron Labs, sta lavorando segretamente ad un esperimento che promette risultati sensazionali, e cioè la produzione di nuclei intelligenti di materia cellulare, capaci di evolversi e di apprendere con straordinaria rapidità. Ma quando Ulam infrange le norme di sicurezza del laboratorio e viene licenziato, si rifiuta di distruggere il frutto delle sue ricerche, come gli è stato ordinato, e decide invece di iniettarsi nel sangue le colonie cellulari, e diventare così egli stesso la cavia di un nuovo straordinario esperimento. Ma sarà il primo di un incredibile processo di mutazione e trasformazione, i cui limiti non sono facilmente immaginabili, perché infatti è subito chiaro che questa forma di intelligenza virale può assorbire e riplasmare qualsiasi materia vivente. Un’epidemia assolutamente inattaccabile, un vero e proprio universo di miliardi di cellule senzienti in frenetica espansione, che lentamente inghiottono l’America del Nord, trasformandola in uno scenario “alieno” che suscita al tempo stesso orrore e meraviglia. Ma si può parlare di catastrofe? O non è piuttosto un nuovo gradino nella scala dell’evoluzione? E che ne sarà dell’umanità, letteralmente trasfigurata da questi microscopici organismi che rappresentano una nuova dimensione di ciò che si può concepire come “vita”?
Nominato per il premio Nebula in 1985.
Nominato per i premi Hugo, Campbell e BSFA in 1976.

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(Interruzione nel testo. Dalle 10,35 alle 11,05)

Gogarty.

CGATCATTAG… (UCAGCUGCGAUCGAA)… Nome adesso.

Gogarty. Stupefacente Gogarty! Fin troppo acuto, fin troppo capace di teorizzare, fin troppo vivo. Loro sanno il Nord America. Giù nell’infinitamente piccolo hanno spiato in N.A. Dicendocelo, preparandoci. Andiamo tutti insieme. Paura mortale meravigliosamente spaventato la più bella paura, Paul, non sentita nelle budella ma stupita nei pensieri, mai niente di simile. Paura della libertà oltre le costrizioni adesso, e mi sembra già meravigliosamente libero. A tanta libertà noi dobbiamo cambiare per adattarci. Irriconoscibili.

Paul 11,30 tempo basta così.

11,30 11,30 11,30

Un tale flusso di sensazioni per il vecchio, bacio d’affetto all’uomo uovo, alla madre, studente alla scuola…

Divagazioni. Qualcun altro ha preso lo scrivere.

Incontrando i me stesso. Gruppi di comando coordinano. Festeggiamenti. Così tanti, così ricchi d’emozioni! Tre di me occupati a scrivere, già molto diversi. Amici di ritorno dalle vacanze. Ubriaco di esperienze libertà conoscenza…

Olivia, che aspetta…

E Paul questo è lago incantato noociti, non sobborghi come in N.A.

Riassumo. Sta arrivando. Gli anni nuovi!

NOVA

(Termine del testo. Ore 11,26 e 39 sec.)

Heinz Paulsen-Fuchs lesse le ultime parole sul VDT e inarcò le sopracciglia. Con le mani sui braccioli della poltroncina si volse a controllare l’orologio del laboratorio.

Le 11,26 e 46 secondi.

Gettò un’occhiata alla dottoressa Schatz e si alzò. — Apra la porta — le disse. Lei allungò una mano all’interruttore e fece aprire la porta che dava nella camera d’osservazione.

— No — disse l’uomo. — Quella del laboratorio.

Lei esitò.

Le 11,26 e 52 secondi.

Paulsen-Fuchs corse alla consolle, la fece spostare senza cerimonie e premette in rapida successione tre interruttori. Sull’ultimo il dito gli scivolò e ripeté la sequenza.

Le 11,27 e 56 secondi.

I tre portelli di sicurezza cominciarono a scivolare pesantemente di lato.

Herr Paulsen-Fuchs…

Lui s’infilò nell’apertura appena fu larga un piede, oltrepassò il freddo interstizio dove c’era stato il vuoto e quello ad alta pressione, da cui sfuggiva l’aria, entrando nel laboratorio isolato.

Le 11,29 e 32 secondi.

Il piccolo locale era pieno di fuoco. Per un attimo Paulsen-Fuchs pensò che la Dr. Schatz avesse azionato qualche misterioso sterilizzatore d’emergenza scatenando la morte nel laboratorio.

Ma la donna non aveva fatto niente.

Le 11,29 e 56 secondi.

Le fiamme dileguarono e scomparvero, lasciando un odore d’ozono e un’immagine di forma lenticolare che balenò nell’aria un istante.

Il lettuccio era vuoto.

Le 11,30.

XLIV

Suzy avvertì un senso di nausea e depose il piatto. — È adesso? — chiese all’aria che aveva attorno. Si strinse più forte nella coperta. — Kenny, Howard, è adesso? Cary?

Si trovava al centro di una liscia arena circolare, di fronte al cilindro grigio che le forniva il cibo. Il sole si stava muovendo in circoli irregolari e l’atmosfera sembrava pervasa da tremiti. La notte prima Cary le aveva parlato di quel che sarebbe accaduto, dicendole quel tanto che lei poteva comprendere. — Cary? Mamma?

La coperta s’irrigidì.

— Non andatevene! — gridò. L’aria si fece ancora più calda e il cielo parve screpolarsi come vernice vecchia. Le nuvole s’allungarono in filamenti untuosi e si levò il vento, soffiando fra il monticello coperto di pilastri su un lato dell’arena e il poliedro spinoso sull’altro. Le lunghe spine del poliedro lampeggiarono di luce azzurra e fremettero. Poi il poliedro stesso si sezionò in cunei triangolari; fra essi sgorgò un liquido bagliore rosso come lava fusa.

— È questo, non è vero? — chiese lei, piangendo. Nei suoi sogni dell’ultima settimana aveva visto tanto, e tanto era stato il tempo che aveva trascorso con loro, che s’era infine confusa al punto da non capire cosa fosse reale e cosa irreale. — Rispondetemi!

La coperta prese vita attorno a lei e le risalì sulla testa sagomandosi a cappuccio. Il copricapo le si affrancò sotto il mento, le ricoprì la faccia con una compatta visiera trasparente. Poi crebbe sulle sue dita e formò guanti, le scese lungo le gambe fino ai piedi e la avvolse in una tuta aderente ma larga abbastanza da consentirle ampia libertà di movimenti.

L’aria odorava dolcemente di frutta, fiori e misteriose vernici. Poi profumò di pane appena sfornato. Il cappuccio le aderì con forza alle guance e spaurita lei cercò di strapparlo via con le dita. Cadde e rotolò al suolo, agitandosi e scalciando contro quell’indumento finché una voce negli orecchi non le ordinò di fermarsi. Al’ora giacque supina in mezzo all’arena, fissando il cielo attraverso la visiera trasparente e un velo di lacrime.

Stai tranquilla. Non muoverti. Era la voce di sua madre, gentile ma ferma. Tu sei sempre stata una bambina molto testarda , disse la voce, e hai rifiutato tutto quello che ti abbiamo offerto. Be’, io avrei fatto lo stesso. Ora te lo chiederò un’altra volta, e decidi in fretta. Desideri venire con noi?

— Morirò se non vengo? — ansimò debolmente lei.

No. Ma resterai sola. Nessuno di noi sarà più qui.

— Vi stanno portando via?

Cary te ne ha parlato. Lo ascoltavi, Fiorellino? Questo era Kenneth. Lei si sforzò di strapparsi il cappuccio dalla testa.

— Non lasciatemi sola.

Allora vieni con noi.

No! Non posso!

Il tempo stringe, Fiorellino. È la tua ultima possibilità.

Il cielo era di un caldo giallo arancio, elettrico, e le nuvole si stavano torcendo in trecce sfilacciate. — Mamma, sarà pericoloso? Avrò paura?

Non sarà pericoloso. Vieni con noi, Suzy.

Aveva la bocca paralizzata, ma qualcosa nella sua mente spezzò la morsa del panico che la bloccava. — No! — pensò.

Le voci tacquero. Per un po’ di tempo tutto ciò che i suoi occhi videro fu un folle intrecciarsi di linee rosse e verdi, poi la testa cominciò a dolerle e le parve d’essere sul punto di vomitare.

In alto l’atmosfera scintillava. Sotto di lei il suolo dell’arena si scosse, la superficie impazzì irretendosi di spaccature.

E in un istante di vertigine lei fu in due posti allo stesso tempo. Era con loro… loro l’avevano portata via, e anche in quel momento parlava con sua madre e con i suoi fratelli, con Cary e con le sue amiche…

Ed era nell’arena in disfacimento, circondata dalle rovine spezzate del monticello cosparso di pilastri e del poliedro spinoso. Le strutture crollavano in briciole, come castelli di sabbia ormai secchi che si sgretolassero al sole.

Poi quella sensazione cessò. La nausea allo stomaco scomparve. Il cielo era azzurro, benché qua e là certi suoi frammenti ferissero ancora lo sguardo.

L’indumento protettivo cadde a pezzi dalle sue membra e divenne polvere, indistinguibile dalla polvere dell’arena.

La ragazza si alzò in piedi e se la spazzolò via di dosso.

L’isola di Manhattan era piatta e livellata come la superficie di una patata fritta. A sud si stava radunando una nuvolaglia grigia e pesante. Lei si guardò attorno. Dove c’era stato il cilindro del cibo ora giacevano al suolo dozzine di cartoni, disordinatamente riempiti di scatolette. Sopra il cartone più vicino era deposto un apriscatole.

— Hanno pensato a tutto — mormorò Suzy McKenzie. Pochi minuti dopo cominciò a cadere una fitta pioggia.

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