Si ritrovò di nuovo nello sferoide di luci dell’Universo Pensato. Girò lo sguardo su quelle immagini, su quelle sorgenti simboliche di dati d’ogni genere, poi sui circoli che roteavano su di lui. Adesso balenavano d’un verde intenso.
Tu sei SCONFORTATO. Toccali.
Sollevò le mani e li sfiorò ancora.
Con un sussulto fu strappato via attraverso l’interfaccia e tornò a reintegrarsi nel Bernard del mondo macroscopico, su per il tunnel della dissociazione e di colpo fuori, nella calda penombra del laboratorio. Era notte… o almeno, il suo periodo di sonno.
Si distese all’indietro sul lettuccio, quasi incapace di muoversi.
Non possiamo mantenere più a lungo la tua forma corporea.
— Cosa?
Presto sarai riportato di nuovo nel nostro livello, entro due giorni. Per allora tutto il tuo lavoro nel mondo macroscopico dovrà essere terminato.
— No…
Non abbiamo scelta. Ci siamo trattenuti fin troppo. Dobbiamo completare la trasformazione.
— No! Io non sono pronto! Questo è troppo! — Accorgendosi che stava gridando si portò i pugni alla bocca.
Sedette sul bordo del letto. Il suo volto, grottescamente striato da creste bianche, grondava di sudore.
— Stai per andartene di nuovo? Mi lasciate sola? — Suzy afferrò Kenneth per un polso. Davanti all’ascensore lui si fermò. La porta si aprì.
— È duro il fatto d’essere di nuovo umani, lo sai? — le disse. — È la solitudine. Perciò dobbiamo tornare indietro, sì.
— Solitudine? E non pensi a ciò che proverò io? Tornerete a essere morti!
— Non morti, Fiorellino. Lo sai.
— Sarà esattamente lo stesso per me.
— Potresti unirti a noi.
Suzy fu scossa da un tremito. — Kenny, ho paura.
— Guarda, loro ti hanno lasciata proprio come hai chiesto, e ti lasceranno stare. Ma in quanto a ciò che potrai fare qui, non lo so. La città non è più fatta per la gente. Verrai nutrita e potrai vivere comodamente, ma… Suzy, tutto sta cambiando. La città subirà un altro grosso mutamento. Tu ci sarai proprio in mezzo… ma loro non ti faranno alcun male. Ti gireranno attorno, come tu fossi un parco nazionale.
— Venite con me, Kenny. Tu, Howard e la Mamma. Torneremo a casa…
— Brooklyn non esiste più.
— Gesù! Sei come un fantasma o… non so ancora. Non posso neppure parlare razionalmente con te.
Kenneth le indicò l’ascensore. — Fiorellino…
— Smettila di chiamarmi così, maledizione! Io sono tua sorella, disgraziato! E tu te ne vai, mi lasci sola qui a…
— Questa è stata la tua scelta, Suzy — disse Kenneth con calma.
— Volete fare di me una zombie.
— Tu sai che non siamo zombies, Suzy. Hai sentito cosa sono loro e cosa possono fare per te.
— Ma io non sarò più me stessa!
— Smettila di gridare. Tutti noi cambiamo.
— Non a questo modo!
Kenneth la fissò addolorato. — Oggi sei diversa da quando eri una bambinetta. Hai mai avuto paura di crescere, forse?
Lei si accigliò. — Sono ancora una bambinetta. Sono tarda di mente. Questo è quel che dicevano tutti.
— Hai mai avuto paura al pensiero che non saresti rimasta sempre una bambina? Questa è la differenza. Tutti gli altri sono imprigionati nei loro corpi di esseri-bambini. Noi no. Anche tu potresti crescere.
— No — disse Suzy. Volse le spalle all’ascensore. — Torno a parlare con Mamma. — Kenneth la afferrò per un braccio.
— Loro non sono più là — disse. — Costa davvero fatica, sai, essere ricostruiti a questo modo.
Suzy si liberò dalla sua mano, poi corse nell’ascensore e si appoggiò con le spalle alla parete. — Scenderai giù con me? — ansimò.
— No — rispose Kenneth. — Ora torno indietro. Noi ti amiamo sempre, Fiorellino. Veglieremo su di te. Hai più madri e fratelli e amici di quanti non ne abbia mai avuto. Forse ci lascerai tornare con te qualche volta.
— Vuoi dire dentro di me, come loro?
Kenneth annuì. — Noi saremo sempre intorno a te. Ma non ricostruiremo i nostri corpi per te.
— Voglio scendere, adesso — disse lei.
— Scendi, allora — disse Kenneth. La porta dell’ascensore cominciò a chiudersi. — Arrivederci, Suzy. Abbi cura di te.
— Kenny… KENNETH! — Ma l’ascensore era già in moto e il suo grido si spense sui battenti serrati. In piedi al centro della cabina si passò le mani fra i lunghi e scompigliati capelli biondi, e attese.
La porta si riaprì.
Il grande atrio era un reticolato di archi e strutture grigie dall’apparenza solida, sui quali poggiava la mole del grattacielo. Immaginò — ricordando ciò che le avevano mostrato — che il ristorante e il pozzo dell’ascensore fossero tutto quel che restava del grattacielo originale, lasciato intatto solo per lei.
Dove andrò?
Avanzò su un lucido pavimento grigio e rosso, non moquette, non cemento, bensì qualcosa che cedeva impercettibilmente come il sughero. Un lenzuolo bianco e marroncino, l’ultimo pezzo che vedeva attorno di quella sostanza particolare, scivolò sulla porta dell’ascensore e la sigillò con un sibilante fruscio.
Si avviò sotto l’intreccio di arcate, aggirando protuberanze cilindriche rosse e grigie, e lasciando la penobra dell’edificio in via di trasformazione uscì nella luce diurna filtrata dalle nuvole.
La Torre Nord era rimasta sola. L’altra torre era stata smantellata. Tutto ciò che restava del World Trade Center era una larga spirale tubolare, liscia e grigia in certi punti, rugosa e nera in altri, con ricami simili a spine che sporgevano attraverso il rivestimento esterno.
Fra la piazza, ora trasformata in una strana foresta di minuscoli alberi a forma di ventaglio, e la riva del fiume non c’era nulla che superasse l’altezza di cinque metri.
S’incamminò fra i ventagli che ondeggiavano dolcemente sul loro breve tronco rosso e raggiunse il fiume. L’acqua era una solida gelatina grigioverde, senza onde, liscia e lucida come uno strato di vetro. Al di là sorgevano le piramidi e le sfere irregolari di Jersey City, simili a una strana collezione di giocattoli educativi per bambini, e il loro riflesso nel fiume solidificato era nitidissimo, perfetto.
Il vento sospirava piacevolmente. Avrebbe dovuto essere freddo, o almeno fresco e umido, ma l’aria era calda. La ragazza si sentiva dolere il petto per lo sforzo di non piangere. — Mamma — disse in un gemito. — Io voglio soltanto essere ciò che sono. Niente di più. Niente di meno. — Niente di più? Suzy, questa è una bugia , pensò.
Rimase a lungo immobile sulla riva del fiume, poi si volse e cominciò a camminare a caso attraverso l’isola di Manhattan.
A Bernard, il ridicolo ambiente in cui aveva vissuto per tante settimane appariva la più insignificante fra le due realtà.
Non lavorava molto, adesso. Se ne stava disteso sul letto, con la tastiera del terminale sotto un braccio, e aspettava e rifletteva. Sapeva che all’esterno la tensione stava crescendo. Lui ne era il centro.
Paulsen-Fuchs non aveva alcun modo d’impedire che quei due milioni di persone arrivassero fin lì, facendo a pezzi lui e il laboratorio. (Gli abitanti del villaggio con le torce. E lui era sia il dottor Frankenstein sia il mostro. Ignoranti e terrorizzati contadini che facevano la volontà di Dio.)
Nel sangue e nella carne lui portava frammenti di Vergil I. Ulam, di suo padre e di sua madre, di gente che non aveva mai conosciuto, morta forse da migliaia d’anni. E aveva dentro anche milioni di duplicati di se stesso, che fluttuavano immersi nel mondo dei noociti scoprendone le leggi: le leggi di un universo celate in una cellula, quelle vecchie e quelle nuove, e quelle ancora solo potenziali.
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