Clifford Simak - La strada dell'eternità

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Jay Corcoran e Tom Boone sono amici da anni e in certe occasioni formano una coppia perfetta. Jay è un esperto nel raccogliere informazioni su chiunque, e Tom sa girare dietro gli angoli anche quando non ci sono. La scoperta di una stanza che non esiste sarà solo il punto di partenza ideale per un viaggio destinato a scaraventare i due amici in un'avventura ambientata nel più lontano passato e nel più remoto futuro. Incontreranno così una strana famiglia di esiliati che include il bizzarro Henry, detto anche Fantasma (ma non fatevi sentire a chiamarlo in questo modo dagli altri membri della famiglia), il Popolo dell'arcobaleno, che possiede oscure risposte ad ancora più oscure domande, l'ambigua figura nota come Cappello, messaggero di forze sconosciute e al tempo stesso giocattolo di un lupo preistorico, e soprattutto gli Infiniti, che vogliono tramutare l'uomo in una intelligenza priva di corpo. Il tutto, fra robot che vogliono essere utili all'uomo, e lungo quella che è chiamata la Strada dell'eternità.

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— Certo, signora.

— E volete che noi vi aiutiamo?

— È il nostro più grande desiderio.

— Ci avete costretti a fuggire in esilio — disse Enid — e una volta fuggiti, avete inviato dei mostri assassini a cercarci.

— Noi tre, e la maggior parte della nostra razza, non abbiamo niente a che vedere con i mostri assassini. C'era tra di noi una certa frazione, che, gonfia di arroganza…

— E questa frazione gonfia di arroganza è ancora presente?

— Noi riteniamo di sì. Ma non abbiamo niente a che fare con i mostri. Sono un altro problema. Noi tre siamo degli ambasciatori che cercano aiuto e comprensione.

— Fino a che punto siete compromesso in questa faccenda? — domandò Boone, rivolto a Martin.

— Ben poco — rispose Martin. — Io fornisco solo il trasporto.

“Basta” disse una voce, nella loro mente.

— Chi è stato? — domandò Martin, sorpreso.

— È il Cappello — disse Boone. — È il suo modo di parlare, direttamente nella testa, senza preoccuparsi di pronunciare le parole.

— Un momento — disse Enid. — Prima d'ogni altra cosa, voglio che questo Martin mi restituisca le chiavi del viaggiatore.

— Mi pare una richiesta molto ragionevole — disse Corcoran. Fissò Martin, che dopo qualche istante di esitazione, prese di tasca le chiavi e le consegnò a Corcoran, che le portò a Enid.

— Non intendevo fuggire — disse Martin, cercando di ricostruire la sua dignità un po' appannata.

— Certo — disse Boone. Si voltò verso il Cappello: — Mi spiace dell'interruzione. Cosa dicevate?

“Dicevo” riprese il Cappello “che c'è soltanto una destinazione logica per noi. Non il centro della galassia, e neppure la stella con la X, quale che sia. Chi ha mai sentito parlare di una stella simile?”

— Era sulla carta — disse Muso di Cavallo. — C'era una sola stella con una X.

— Quale destinazione suggerireste? — chiese Boone.

— Se intendete andare via — annunciò il robot, uscendo dall'edificio — verrò anch'io. Da troppo tempo sono qui, e ho visto soltanto questo Cappello, che non mi fa molta compagnia. Porterò il forno e gli apparati per la conservazione del cibo. Avrete bisogno di me, se non volete morire di fame. Chi mai può dire dove questo pazzo Cappello vi porterà. Non mangia niente e non conosce le comodità…

— Basta così — disse Boone. — Ci avete convinti. — Si rivolse a Muso di Cavallo e domandò: — La rete ci può portare tutti?

— Certo — disse Muso di Cavallo. — La rete ci porterà.

— Che cosa ne facciamo del viaggiatore? — chiese Enid.

— Qui è al sicuro — disse Muso di Cavallo. — La rete è molto meglio.

— Ma dove andiamo? — chiese Corcoran. — Il Centro Galattico di cui parlavano gli Infiniti sembra un posto interessante, ma occorrerebbe sapere come raggiungerlo.

“Bisogna andare sul pianeta del Popolo dell'Arcobaleno” disse il Cappello. “Gli infiniti chiedono giustizia, e giustizia avranno laggiù”.

— Non mi importa niente degli Infiniti e di quello che vogliono — disse Boone. — Ci occorre un posto dove trovare determinate risposte. Abbiamo già incontrato troppi posti assurdi. Questa strada, l'albero di Jay…

“Siete confuso?” domandò il Cappello.

— Considerevolmente.

“Allora, andiamo dal Popolo dell'Arcobaleno” disse il Cappello “esso ci darà tutte le risposte”.

— Bene — brontolò Muso di Cavallo. — Andremo dal Popolo dell'Arcobaleno. Portiamo sulla rete quello che ci occorre e poi saliamo anche noi.

Boone si sentì sfiorare la gamba. Guardò in basso e vide Lupo.

— Anche tu — disse. — Ti portiamo con noi, ma non staccarti da me. Questa volta ci sarà da farsi venire la pelle d'oca.

13. Horace

Il robot calò l'ascia, tagliando la fune che teneva fermo il cucchiaio della catapulta. Il grande braccio scattò nell'aria, scagliando contro le mura la pietra contenuta nel cucchiaio. Il lancio fu troppo corto. Urtate dalla pietra, le mura suonarono come campane. La pietra rimbalzò verso l'esterno, i robot si allontanarono dal suo tragitto, e la pietra per poco non ricadde sulla catapulta che l'aveva lanciata.

Due primitive macchine a vapore, usate per trasportare fin lì la catapulta, erano ferme a poca distanza e fischiavano e sibilavano.

Conrad raggiunse lentamente Horace.

— È inutile — disse il robot. — Non riusciremo mai a scagliare una pietra al di là delle mura. In cima si allargano verso l'esterno: per avere la traiettoria necessaria occorrerebbe posizionare le catapulte a una distanza eccessiva. Inoltre, per dirla in tutta sincerità, non riesco a vedere lo scopo di tutto questo.

— Lo scopo — disse Horace — è di richiamare in qualche modo l'attenzione degli abitanti della città. Non possono continuare a ignorarci come hanno fatto finora. Devono accettare la nostra presenza e venire a parlamentare con noi.

— Non so fino a che punto la cosa sia augurabile — disse Conrad. — Se fossi in voi, preferirei che continuassero a ignorarci. Non sappiamo chi sono. Una volta attirata la loro attenzione, potremmo pentirci di averlo fatto.

Horace alzò gli occhi per osservare le mura. Erano una struttura mostruosa, che svettava nel cielo. Una barriera bianca come il latte, che correva per chilometri sul fianco della montagna e racchiudeva la città al proprio interno.

Emma disse, in tono lamentoso: — Perché non lasci perdere, Horace? Per te, questa cosa sta diventando un'ossessione. Passi il tempo a studiare come raggiungere quella gente.

— Sanno che siamo qui — brontolò Horace. — Di tanto in tanto, mandano qualche velivolo a controllarci. E questo non è giusto, ti dico. Per la prima volta in tutta la mia vita qualcuno non mi da ascolto, e non sopporto la cosa.

— Non so cosa possiamo fare, oltre a quello che abbiamo fatto. — disse Conrad. — Abbiamo modificato la catapulta senza risultato. Non riusciamo a superare le mura.

— Se riuscissimo a superarle — disse Horace — presterebbero attenzione a noi. Un paio di pietre al di là delle mura, e sarebbero costretti a farlo.

— Perché non vieni con me nella tenda? — suggerì Emma. — A sederti. A mangiare qualcosa che ho preparato. Non hai mangiato niente da questa mattina. Avrai fame.

Horace non le prestò attenzione. Continuò a fissare la bianca parete che sfidava la sua volontà.

— Le abbiamo provate tutte — rifletté. — Abbiamo fatto il giro completo delle mura, cercando una porta. Abbiamo acceso falò e inviato segnali di fumo. Qualcuno deve averli visti. Ma li ha ignorati. Abbiamo cercato di scalare le mura, ma non ci siamo riusciti. Sono troppo lisce. Non offrono appigli. Non sono di pietra e non sono di metallo. Sembrano di ceramica. Ma chi è in grado di fabbricare una ceramica capace di resistere a un colpo di catapulta?

— Coloro che abitano all'interno delle mura — rispose Conrad. — Ma non chiedetemi come fanno.

— Si parlava di una torre capace di salire fino alla cima delle mura — disse Horace, in tono meditabondo.

— Impossibile — disse Conrad. — Dovrebbe essere molto alta. Abbiamo alberi da cui possiamo procurarci legna, ma con quelli non si può raggiungere l'altezza che avete in mente. Inoltre, c'è il problema di fissare la base in modo che non si muova.

— Si parlava anche di una rampa. Suppongo che non si possa costruire nemmeno quella.

— Non abbiamo i mezzi per trasportare la quantità di terra occorrente per una rampa così grande.

— Già — fece Horace. — Un aeroplano, allora.

— Sentite — disse Conrad — io e i miei robot abbiamo fatto tutto il possibile. Abbiamo costruito delle macchine a vapore, e funzionano bene. Possiamo costruire una macchina che si muove sulla superficie, ma il volo è al di là delle nostre possibilità. Non conosciamo la teoria, non abbiamo macchine per lavorare le parti. E il combustibile? Non potete far funzionare un aereo con legna e carbone. — Tacque per un istante. Poi riprese: — Non so fino a quando potremo mantenere operativa la catapulta. Stiamo finendo le funi. Ogni volta che scagliamo una pietra, consumiamo tre metri di fune.

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