Dalla loro unione era possibile che nascesse una razza nuova: un'umanità dotata del talento evolutivo di Boone e dell'ostinazione del piccolo gruppo di umani che si era opposto agli Infiniti e alla loro filosofia.
Lui aveva sempre ammirato quell'ostinazione e aveva aiutato i ribelli poiché aveva capito la promessa che c'era in loro. Aveva dato loro una delle più semplici macchine del tempo costruite dalla sua razza come antesignane della rete. Gli Infiniti avevano anch'essi una forma di viaggio nel tempo, ma si trattava di apparecchi troppo complicati, che sarebbero risultati incomprensibili ai ribelli. Con un'altra delle sue menzogne, Muso di Cavallo aveva fatto credere ai ribelli di averle rubate agli Infiniti.
Tutto questo era successo prima che, per un colpo di fortuna, scoprisse Boone. Ma dopo averlo scoperto c'era stato il problema di metterlo in contatto con la famiglia di Hopkins Acre. Erano occorsi altri trucchi: passare a Martin qualche notizia che lo aveva spinto ad affidarsi a Corcoran, passare a Corcoran l'informazione capace di impaurire Martin e di farlo fuggire senza il suo viaggiatore residenziale.
Già in precedenza Muso di Cavallo conosceva la strana vista di Corcoran e il suo legame con Boone. Con poca fatica aveva indotto Corcoran a recarsi all'Hotel Everest, in modo che vedesse il viaggiatore.
Corcoran, Muso di Cavallo dovette ammetterlo, era forse stato un errore. Si era aspettato che Boone girasse dietro l'angolo e salisse sul viaggiatore da solo, lasciando Corcoran dietro di sé. Ma aveva sottovalutato il talento di Boone. Fortunatamente, Corcoran non aveva causato guai. La scoperta dello strano albero era stata un pericolo, ma alla fine le cose si erano risolte.
Un giorno, si disse Muso di Cavallo, dovrò andare a controllare l'esatta natura dell'albero scoperto da Corcoran, anche se forse non saprò mai chi l'abbia messo in quel periodo della storia della Terra.
Ma alla fine, si disse, tutto si svolgeva addirittura meglio del previsto. Rimaneva del lavoro da fare, ovviamente. Doveva trovare dei compagni adatti ai figli di Enid e Boone che dovevano ancora nascere. Forse avrebbe potuto trovarli sugli altri pianeti colonizzati dagli umani. Ma la maggior parte del lavoro era fatta.
Si accostò al visore per controllare Martin. Era come se qualcosa di più forte di lui lo spingesse sempre a controllare Martin, anche se l'uomo era finito in un luogo da cui non poteva fuggire. Martin era un personaggio difficile da tenere fermo.
Sullo schermo del visore comparve l'interno di un tempio pieno di gente inginocchiata che fissava a occhi spalancati Martin, il quale, con indosso paramenti di porpora e filo d'oro, era fermo davanti a un altare riccamente decorato. La scatola cerebrale del mostro assassino, illuminata da numerose candele, era su un piedistallo situato accanto all'altare. Era chiaro che Martin era nel pieno dell'estasi. A un tratto sollevò le braccia, e la folla si alzò di scatto, spalancando la bocca in un urlo di gioia.
Martin ce l'aveva fatta. Aveva il potere che desiderava, e nessuno che glielo contestasse. Era imprigionato entro la propria autoglorificazione. Eppure, si disse Muso di Cavallo, lui avrebbe continuato a controllarlo.
C'era ancora un lavoro da fare. Forse non era necessario, ma onestamente non poteva esimersi. Ora il visore mostrò il lontano futuro, dove una nube di scintille riposava all'esile ombra di un albero antichissimo, mentre il mondo ruotava intorno a un sole dilatato, rosso e morente.
Quando Muso di Cavallo si avvicinò alla rete, il Cappello si destò e si rizzò a sedere.
“Cosa fai?” domandò.
— Riporto Henry in famiglia — gli disse Muso di Cavallo. — Non so cosa ne pensa lui, ma il resto della famiglia sarà lieto di vederlo. Vuoi venire?
Il Cappello scosse la testa. “Ti ho pescato ancora una volta” disse a Muso di Cavallo. “A interferire. Sempre il solito ficcanaso”.
La rete scomparve e il Cappèllo si afflosciò sul tavolo come un giocattolo snervato, ammaccato e trattato con malagrazia.
FINE