Clifford Simak - La strada dell'eternità

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Jay Corcoran e Tom Boone sono amici da anni e in certe occasioni formano una coppia perfetta. Jay è un esperto nel raccogliere informazioni su chiunque, e Tom sa girare dietro gli angoli anche quando non ci sono. La scoperta di una stanza che non esiste sarà solo il punto di partenza ideale per un viaggio destinato a scaraventare i due amici in un'avventura ambientata nel più lontano passato e nel più remoto futuro. Incontreranno così una strana famiglia di esiliati che include il bizzarro Henry, detto anche Fantasma (ma non fatevi sentire a chiamarlo in questo modo dagli altri membri della famiglia), il Popolo dell'arcobaleno, che possiede oscure risposte ad ancora più oscure domande, l'ambigua figura nota come Cappello, messaggero di forze sconosciute e al tempo stesso giocattolo di un lupo preistorico, e soprattutto gli Infiniti, che vogliono tramutare l'uomo in una intelligenza priva di corpo. Il tutto, fra robot che vogliono essere utili all'uomo, e lungo quella che è chiamata la Strada dell'eternità.

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Muso di Cavallo era inciampato in essa millenni prima, e, curiosamente, aveva scoperto che era rappresentata nell'antica carta galattica. Ma era certo che non era stata la sua razza a costruirla, anche se la conosceva.

Quando era incappato nella Strada aveva pensato che quello poteva essere un buon posto per riflettere sui suoi futuri progetti. Aveva installato laggiù l'edificio cubico con i tavolini e le seggiole, e ne aveva affidato la cura al robot. I binari c'erano già; lui si era limitato a portare la vettura e a installare il segnale che lo avvertiva dell'arrivo di qualche forestiero in quella sezione della Strada.

Per molti secoli non era successo niente. Poi, solo pochi anni prima, il segnale si era messo a suonare quando Boone era passato per la prima volta “dietro l'angolo”. Quello strano avvenimento gli aveva fornito una possibile chiave per risolvere il problema rappresentato dagli umani di Hopkins Acre.

Aveva nutrito delle speranze fin dall'inizio, ma si era convinto soltanto quando Boone era comparso per la seconda volta. Questo gli aveva fatto capire che si era sviluppato un nuovo talento in una razza che non lo possedeva fino a quel momento. Il talento in se stesso era meno importante del fatto che quella razza potesse sviluppare segretamente nuove capacità che costituivano per essa un'evoluzione. Quando Muso di Cavallo aveva compreso questo, Boone era diventato importante per il suo progetto.

E quel progetto, si disse Muso di Cavallo, era finalmente in corso di attuazione, ed era partito meglio di quanto lui sperasse. Ciò che gli rimaneva da fare, adesso, era attendere per qualche anno, tenendoli strettamente d'occhio, per accertarsi che non si verificassero tendenze negative, ma per questa parte del suo lavoro poteva contare su due aiutanti. Spike e il Cappello potevano esser accettati dalla famiglia, come era già successo per Spike in passato.

Muso di Cavallo rise, pensando a questo. Il Centro Galattico riteneva che Spike fosse il suo agente segreto, e lo aveva inserito nella famiglia quando era partita per il passato, per sfuggire agli Infiniti. Grazie ai rapporti di Spike, Muso di Cavallo si era poi ulteriormente convinto dell'importanza di quel gruppo di umani.

Naturalmente, non aveva alcuna certezza che il progetto potesse avere un esito positivo. Il progetto poteva incontrare un insuccesso, come gli era accaduto molte volte nel passato. L'intelligenza, a quanto pareva, non aveva molte possibilità di svilupparsi fino a raggiungere il suo potenziale più alto. In secoli di lavoro, aveva cercato di aiutare varie altre razze, ma nessuna aveva avuto successo. Ma anche altre razze, diverse da quelle che lui aveva aiutato, erano andate incontro all'insuccesso. Il Popolo dell'Arcobaleno costituiva un insuccesso perché aveva perso tutti i valori originari, reprimendo le sue emozioni finché queste emozioni si erano inaridite. Gli Infiniti si erano perduti a causa della loro crociata fanatica. Anche il popolo di Muso di Cavallo era andato incontro all'insuccesso; la sua ricerca dell'immortalità lo aveva portato a sacrificare la fertilità razziale, e lui era l'ultimo membro della sua razza ancora in vita.

Un leggero rumore richiamò la sua attenzione distogliendolo dai suoi ricordi. Davanti a lui c'era il Cappello, che si agitava come un cane che vuole sgocciolarsi il pelo. Con quel movimento, i vestiti del Cappello andarono a posto; quindi si mise a sedere, con attenzione.

“No, non ho abbandonato la mia postazione” disse a Muso di Cavallo. “Ritornerò laggiù a fare il mio dovere. Sono venuto qui per sfuggire al lupo. Mi afferra fra i denti e mi butta per aria. Poi si allontana, e io spero che sia stanco di giocare con me, ma in quel momento fa un balzo e mi salta addosso. Con i suoi denti mi ha tutto sforacchiato, e…”

— Devi accettare tutto — disse Muso di Cavallo. — È il ruolo che devi svolgere. Visto che sembri soltanto una bambola di stracci, non sospettano che tu possa spiarli. Considera invece la parte che devo recitare io. Devo comportarmi come un pagliaccio, parlare come un alieno ignorante, raccontare frottole e ingannarli.

Come l'inganno di cui era stata vittima la piccola Enid, quando le aveva fatto credere che doveva mettere il dito in un certo punto, mentre lui faceva un nodo. Si era guadagnato la sua fiducia facendole credere di essere stata indispensabile alla creazione della rete, che invece, naturalmente, era già lì, e aspettava solo il suo ordine per rendersi visibile.

E per convincerla di essere importante le aveva fatto credere di aver rubato il visore da lui collocato in precedenza sul pianeta rosa e viola, quello dove aveva lasciato il baule della carta. Era stato lui che le aveva instillato nella mente il desiderio di prenderlo, mentre Enid aveva creduto di pensare a lui. Poi le aveva lasciato credere di averlo salvato dal mostro, che in realtà voleva soltanto salire sulla rete con loro.

“Non avresti avuto bisogno di farlo” disse il Cappello “se ti fossi fatto gli affari tuo. Ma tu devi sempre mettere il naso nella vita degli altri. Nessuno ha mai chiesto il tuo aiuto. Tu sei solo un ficcanaso”.

— Può darsi — ammise Muso di Cavallo. — Ma non posso farne a meno, quando mi pare che con un piccolo incoraggiamento si possa spingere una razza sul cammino che porta al pieno sviluppo dei poteri intellettuali.

“E io ti ho aiutato” disse il Cappello. “E a volte, anzi, mi sono anche preso delle inziative personali. È per questo che il lupo mi usa per giocare. C'era il tuo caro Boone, che dormiva stupidamente accanto al fuoco, con il lupo pronto a saltare su di lui. Il lupo gli avrebbe addentato la gola un minuto più tardi, se non mi fossi impadronito della sua piccola mente e non l'avessi sommersa con un senso di fratellanza e di devozione canina nei riguardi di Boone”.

— Sì — disse Muso di Cavallo. — Hai fatto bene. E hai fatto bene a programmare i viaggiatori quando la famiglia li ha usati per fuggire. Anche quando hai programmato quello di Martin in modo che portasse sulla Strada lui e gli Infiniti, hai fatto bene… anche se non ero di questa idea quando l'ho visto arrivare.

“E ho salvato Corcoran mentre tu eri nella carta stellare” aggiunse il Cappello. “L'ho tenuto d'occhio, e quando mi sono accorto che stava per cadere, l'ho portato qui sulla Strada. E adesso son diventato il giocattolo del lupo, per spiare i tuoi prediletti Enid e Boone. Non è la ricompensa che mi aspettavo per…”

Muso di Cavallo lo interruppe: — Dimmi se c'è qualche segno che quei due si uniscano.

“L'hanno già fatto” rispose il Cappello. “Credo che Enid si senta in colpa, perché la cosa è successa prima del rito chiamato matrimonio. Questa faccenda del matrimonio non la capisco”.

— Non preoccuparti — gli disse Muso di Cavallo. — La morale sessuale di tutte le razze è assurda. E la sindrome che gli umani chiamano amore, poi, sfida ogni possibilità di comprensione.

Ma il Cappello non lo ascoltava più. Si era afflosciato come una bambola di stracci e giaceva sul tavolo.

Povero ragazzo, pensò Muso di Cavallo, con affetto. Forse aveva abusato di lui; forse meritava un po' di riposo. Gli ritornò alla mente il giorno in cui aveva trovato quella creatura nella bacheca di un vecchio museo della sua gente, forse in attesa del momento in cui fosse scomparsa la razza. Aveva dato un'occhiata al Cappello e si era allontanato, perché non voleva appesantirsi con testimonianze del passato. Più tardi, però era tornato a prendere il pupazzo. Non si era mai rimproverato dell'impulso che lo aveva spinto a prenderlo, perché il Cappello aveva molte strane capacità che lui non conosceva ancora del tutto, come quella di muoversi nello spazio e nel tempo senza strumenti come la sua rete.

Dunque, Enid e Boone si erano uniti, ormai il dado era lanciato. Era un gioco d'azzardo genetico si disse Muso di Cavallo, ma le probabilità erano le più favorevoli da lui incontrate fino a quel momento, e Muso di Cavallo conosceva bene la genetica.

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