Un mondo miserabile, si disse; senza denaro, senza credito, con poche occasioni di guadagno, e con il senso della legge più basso che si potesse immaginare: ciascuno si faceva la sua legge, se aveva muscoli a sufficienza per farla rispettare.
C'era una depressione economica su scala mondiale, se Martin aveva capito bene. Non poteva averne la certezza, poiché non aveva dati e nessuno pareva conoscere cosa succedeva nel mondo. C'era ancora la radio, gli avevano detto, anche se, nel paesucolo in cui si era ritrovato, nessuno possedeva un apparecchio radio, né tanto meno un televisore, ammesso che esistesse ancora la televisione. Quando aveva chiesto se ci fossero giornali, gli abitanti del villaggio lo avevano guardato senza capire.
Quando, alcune settimane prima, era giunto al villaggio, la gente si era allontanata da lui impaurita, unendosi in piccoli gruppi per fissarlo come se fosse stato un animale selvaggio disceso dalla sua tana fra le montagne.
Dopo qualche tempo, un vecchio che pareva avere una certa autorità si era avvicinato a lui e gli aveva parlato in una lingua sufficientemente comprensibile, anche se piena di parole e di intonazioni sconosciute. Udendo il racconto di Martin, non gli aveva creduto. Si era portato un dito alla tempia e l'aveva girato in tondo, come per indicare un debole di mente.
Per pura bontà di cuore, gli avevano dato del cibo e un letto. Nei giorni seguenti, parlando con gli uomini del villaggio, aveva saputo di trovarsi sulla Terra, nel ventitreesimo secolo, anche se nessuno sapeva l'anno esatto. Udendo questo, maledisse fra sé il mostro dal Muso di Cavallo, che senza dubbio era quello che lo aveva cacciato fuori dalla rete.
Rimase nel villaggio per qualche settimana, anche se non tenne il conto del tempo. In quel villaggio era facile perdere il conto di tutto. Aiutò a zappare nei campi di granturco, attività a lui poco congeniale, e a portare acqua da un piccolo fiume che scorreva a circa un chilometro dal villaggio. Imparò a mettere trappole per i conìgli e cercò di imparare l'uso dell'arco, ma con poca perizia.
Parlando con gli abitanti del villaggio era venuto a conoscenza di una strada poco più larga del sentiero che lo aveva condotto al villaggio, collocata poco più a nord: una strada che si congiungeva con una grande strada diritta che correva da est a ovest. Seguendo quella strada si arrivava infine alle città. Martin aveva l'impressione che anche queste fossero poco più che villaggi, ma con un maggior numero di persone e condizioni di vita meno pesanti.
Dalle notizie sulla scarsità di lavoro, sulla diminuzione dei traffici, sulla scomparsa del denaro, capì di trovarsi in un paese e in un secolo sprofondati in un collasso economico che non aveva risparmiato nessuna nazione del mondo.
Per caso aveva scorto il vecchio veicolo a energia solare, fermo sotto una tettoia, accanto a una delle baracche che componevano il villaggio. Esaminandolo, si era convinto che era ancora in grado di funzionare. Quando finalmente trovò il proprietario, gli fu chiaro che quell'uomo non ne aveva bisogno: non intendeva andare in nessun posto, e non sapeva guidare il veicolo. Dopo qualche contrattazione, Martin cedette il suo prezioso orologio da polso, oggetto che all'uomo serviva quanto il veicolo, poiché a nessuno, nel villaggio, interessava sapere l'ora del giorno.
E adesso Martin si trovava laggiù seduto sul letto di un torrente, in attesa che la batteria si ricaricasse. Il giorno prima aveva raggiunto la strada ampia che gli avevano descritto: una delle grandi autostrade transcontinentali che attraversavano la nazione da una costa all'altra. Si era diretto a ovest, perché pensava di trovarsi in qualche punto del sudovest americano, non lontano dalla costa del Pacifico: laggiù poteva trovare qualcuna delle grandi città, che forse erano solo la pallida immagine di quelle che conosceva, ma che rappresentavano pur sempre un'alternativa migliore di quel villaggio.
Nel corso della giornata passata sull'autostrada era stato sorpassato da tre soli veicoli. Uno era a energia solare, anche se era un modello più recente e meglio costruito del suo. Gli altri due erano azionati da motori a combustione interna. L'odore dolciastro dei gas di scarico faceva pensare che usassero come combustibile l'alcool.
Fermata la macchina si alzò stancamente dal sedile. Anche sulla superficie liscia dell'antica autostrada il viaggio era assai scomodo. Gli faceva male ogni muscolo a causa degli scossoni.
Si allontanò di qualche passo e si stirò. Non si udiva alcun rumore: né vento né insetti. Il cielo sopra di lui era azzurro pallido, e vi si scorgeva un solo uccello, molto in alto: forse un'aquila, più probabilmente una poiana.
Da entrambi i lati le pareti del canalone scendevano a strapiombo, consumate dall'erosione. Qua e là spuntavano piccoli massi e strati di pietre. Ai piedi delle pareti, dove scorreva il torrente che in quel momento era asciutto, si scorgevano mucchi di detriti.
A poca distanza da lui, il canale faceva una curva e poi prendeva un'altra direzione. Martin s'incamminò da quella parte e dopo un poco si fermò per osservare la parete alla sua sinistra. Si scorgeva il bianco dell'osso e lo scuro del corno: l'erosione aveva riportato alla luce un cranio che era rimasto sepolto fino a quel momento.
Era un cranio bovino, ma era così massiccio, e il corno era così grosso e lungo, che non poteva essere appartenuto a una delle locali mucche longhorn.
Doveva essere un bisonte, ma non un bisonte del vecchio West. Quello che aveva davanti agli occhi, si disse, era un bisonte preistorico, una delle bestie mostruose a cui avevano dato la caccia i primi uomini giunti in America. Guardando sul letto del fiume, sotto il cranio, vide altri pezzi d'osso.
Quanti anni erano passati, si domandò, da quando l'animale aveva brucato l'erba della prateria che oggi era un deserto? Almeno ventimila, forse di più. Forse in passato una simile scoperta avrebbe potuto fruttargli del denaro, pensò, ma se il mondo del presente era davvero nella situazione da lui immaginata, non c'era niente da guadagnare.
Una piccola sporgenza aveva resistito all'erosione. Girando attorno a essa, un riflesso metallico gli colpì lo sguardo. Si fermò, incuriosito. Il luccichio veniva da un oggetto incastrato nella parete. Dalla posizione in cui era Martin, il riflesso del sole non gli colpiva più gli occhi, ma l'oggetto luccicava ancora.
Raggiunse lentamente l'oggetto lucido e si fermò a osservarlo. Era una sfera levigatissima, simile a quelle usate dai ciarlatani per predire il futuro. Era grossa come un pallone da calcio, e talmente lucida che Martin vi vide riflessa la propria faccia come in uno specchio.
Tese le mani per staccarla dalla parete e la sfera gli parlò.
“Gentile signore” disse “prendetemi in mano e tenetemi con voi. Datemi il calore di un'altra vita e la vostra amorevole gentilezza. Sono rimasto solo per così tanto tempo”.
Martin s'immobilizzò, con le mani sollevate, ma senza avvicinarsi alla sfera. Aveva paura. Qualcosa gli aveva parlato nella mente, poiché non aveva udito suoni e parole: lo stesso modo di parlare di quel balordo pupazzo, il Cappello.
“Liberatemi” implorava la voce. “Portatemi con voi. Sarò per voi un amico, un servitore fedele. Vi chiedo soltanto di tenermi con voi. Non potrei sopportare il dolore di non essere accettato, di vedervi allontanare da me”.
Martin cercò di parlare. Ma le parole gli morirono nella gola.
“Non abbiate paura di me” disse la voce. “Nelle condizioni in cui mi trovo, non posso costituire un pericolo, e anche se potessi non ne avrei l'intenzione. Ho atteso tanto a lungo: un'eternità. Vi prego, gentile signore, abbiate pietà di me. Siete la mia unica speranza. Non posso affrontare nella solitudine l'eternità”.
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