Infine Martin riuscì a parlare.
Disse in fretta: — Chi sei? Stai parlando proprio con me?
“Sto parlando proprio con voi” disse la sfera. “Vi ascolto nella mia mente e vi parlo dalla mia mente. Le parole che voi pronunciate non significano niente per me. Non posso udire alcun suono. Un tempo avevo il senso dell'udito, ma l'ho perduto molto tempo fa”.
— Ma che cosa sei?
“È una storia lunga. Basterà dire che sono un antico manufatto di una razza misteriosa di cui non sopravvivono tracce”.
Questo maledetto aggeggio mente, pensò Martin.
La sfera protestò: “Non mento. Perché dovrei mentire a voi, che siete il mio salvatore”?
— Non ho detto che mentivi. Non ho detto neppure una parola.
“Avete formulato il pensiero nella vostra testa. Pensavo che fosse indirizzato a me”.
— Mio Dio! — esclamò Martin. — Tu mi leggi nella mente. Puoi leggere nella mente di qualsiasi persona?
“È la mia maniera di conversare” disse la sfera. “E, certo, posso leggere nella mente di ogni creatura pensante che sia abbastanza vicina”.
— Benissimo — disse Martin. — Benissimo.
Fece un passo avanti e staccò la sfera dalla parete; sul terriccio rimase la sua impronta. La sfera dava un senso di solidità, ma non era pesante. La tenne sul palmo per un momento, poi la posò sul fondo del canalone e si sedette.
“Gentile signore” chiese la sfera “intendete tenermi”?
— Sì, penso che ti terrò con me.
“Non ve ne pentirete mai” disse la sfera. “Sarò il vostro migliore amico, sarò…”
— Lasciamo perdere, per il momento — disse Martin. — Ne parleremo più tardi.
Raccolse la sfera e ritornò verso la sua vettura. “Dove andiamo, signore”?
— Ti porto nella mia auto — disse Martin. — Ti lascio lì dentro. Ho alcune cose da fare. Aspettami nella macchina. Ritorno più tardi.
“Ritornate davvero? Gentile amico, mi promettete di ritornare”?
— Te lo prometto — disse Martin.
Portò la sfera nella vettura e si allontanò, diretto verso la sorgente del canalone, finché non ebbe raggiunto un punto abbastanza lontano da quello dove aveva trovato la sfera. Qui, si disse, convinto e soddisfatto, non riuscirà a leggermi nella mente. Aveva in testa un'idea, e voleva pensarci da solo.
Il fatto era abbastanza strano, si disse. Doveva esserci il modo di guadagnarci qualcosa. Usata nel modo giusto, quella sfera poteva assicurargli una vita migliore, in quel mondo abbandonato da Dio. Valutò rapidamente alcune possibilità. Esaminò un'idea dopo l'altra. Nella sfera c'erano molte promesse, e lui doveva pensare bene al suo impiego.
In quel mondo immerso nel buio doveva esserci qualcosa che esercitava ancora un richiamo. Era un mondo in cui era morta la speranza, e forse era proprio la speranza, la cosa su cui fare leva. Non si poteva promettere ricchezze alla gente. La speranza di ricchezza era una speranza vuota, e tutti lo sapevano: in quel mondo non c'erano ricchezze da dare. Ma la speranza in se stessa… la pura e incontaminata speranza… poteva essere qualcosa di diverso. Bastava trovare il modo di dare a quella gente la speranza, e la gente avrebbe abboccato. Sarebbe accorsa a frotte, per averne una briciola. Ma doveva essere qualcosa di più che una semplice speranza a parole. Doveva riuscire a scatenare urla e fanatismo.
Pensò a come si potesse utilizzare il fanatismo, ma non riuscì a trovare la soluzione. Si mise a camminare avanti e indietro, pensando alla speranza e al fanatismo, e a quel che avrebbe potuto guadagnare diffondendo una fede fanatica. Una vita più comoda, forse, ma non certo le ricchezze. O forse avrebbe potuto guadagnare posizione e potere. E un uomo abile, una volta ottenuti posizione e potere, poteva arrivare da qualsiasi parte.
Continuò a pensare a questa idea e al mistero di quel manufatto antichissimo, anche se aveva i suoi dubbi sull'effettiva antichità della sfera.
Una nuova religione poteva essere la sua carta vincente. Sì… una nuova religione! Un nuovo messia e un antichissimo manufatto, che si mostravano avvolti in una sacra veste di mistero.
Si sedette su un sasso e continuò a riflettere. Occorreva iniziare in modo sommesso, senza grandi clamori, senza imbonimenti da circo. Una partenza umile e limitata, facendosi pubblicità a voce, da una persona all'altra.
E per dare inizio alla sua crociata, doveva dire alla gente quello che la gente voleva sentirsi dire. Doveva gradualmente trovare ciò che desiderava, e poi darglielo.
Rimaneva un ultimo problema: che cos'era la sfera? Non certo l'antico manufatto di una razza dimenticata, come gli aveva detto. Anche se la cosa, vera o no, poteva venirgli utile nella crociata religiosa che aveva in mente. Cercò di immaginare la possibile origine della sfera e scartò una dopo l'altra varie possibilità. Infine si disse che era una perdita di tempo. Non aveva bisogno di sapere che cos'era veramente la sfera. Poteva usarla senza saperlo.
Tornò a pensare al suo progetto di una religione della speranza, e ne esaminò ogni aspetto, per individuare possibili ostacoli. Non ne trovò nessuno che non si potesse superare. In fin dei conti, un popolo privo di speranza non avrebbe fatto troppe domande, nel vedersela offrire. Avrebbero accolto immediatamente «la promessa di una futura salvezza, avrebbero gridato per averne ancora. Era un piano a prova di errore, se veniva gestito nel modo corretto. Occorreva ancora studiare i particolari, ma non vedeva grandi problemi. Il piano era buono, e lui era la persona adatta per realizzarlo.
Si diresse verso la vettura. Era rimasto nel canalone più del previsto. Il sole era quasi al tramonto.
“Siete ritornato!” gridò gioiosamente la sfera, nella sua testa. “Avevo paura di non vedervi più. Ho molto sofferto al pensiero di perdervi”.
— Non c'era bisogno che soffrissi — disse Martin. — Sono qui.
Controllò la batteria e vide che era carica al massimo della capacità. Posò la sfera sul pavimento della vettura e si sedette al posto del guidatore.
— Una sola domanda — chiese alla sfera. — Come sono i tuoi principi? Hai delle riserve morali?
“Che cosa vuol dire 'morali'?” domandò la sfera. “Spiegatemi il significato della parola”.
— Lascia perdere — disse Martin. — Non c'è problema. Faremo una bella coppia.
Girò la vettura e ritornò sulla strada principale.
Muso di Cavallo sedeva comodamente a un tavolo posto davanti a un edificio cubico, che adesso era privo di robot e di attrezzature da cucina. Accanto a lui galleggiava la rete su cui era posato il baule contenente la carta della galassia. Il visore che Enid aveva creduto di rubare era appoggiato al tavolo, a portata di mano. La vettura tramviaria era ferma sui binari, in attesa di nuovi passeggeri che forse non sarebbero mai giunti. Tutt'intorno si stendeva la grigia nebbia della Strada dell'Eternità.
Come gli era già successo infinite volte in precedenza, Muso di Cavallo pensava alla natura della Strada. Finora le sue meditazioni non erano approdate a niente, e aveva l'impressione che le cose non sarebbero cambiate in futuro. Si chiedeva chi avesse costruito quell'interminabile corsia stradale, sfasata rispetto al tempo normale. Ne aveva sentito parlare per la prima volta molto tempo prima, in un luogo assai lontano, e chi gliene aveva parlato era una creatura incredibile che pareva farsi beffe di tutte le normali leggi della vita. Era stato questo essere incredibile a chiamarla Strada dell'Eternità, ma quando lui gli aveva chiesto perché si chiamasse così, non aveva avuto risposta.
— Non cercarla — gli aveva detto la creatura paradossale. — È impossibile trovarla con la ricerca. Bisogna inciamparci dentro.
Читать дальше