Quindi , disse il monaco, ancora una volta tutto si riduce alla vanità umana ed alle speranze umane mal orientate, anche se non sono d’accordo con te nel ritenere la morte una consolazione. Ma hai ragione, quando parli del vuoto.
Il vuoto , pensò lo scienziato. Sì, il vuoto. Ed era strano che lui, un uomo che avrebbe dovuto comprendere il vuoto, che avrebbe dovuto aspettarselo, non fosse riuscito a capirlo, ad accettarlo, e si fosse lasciato prendere dalla stessa reazione illogica degli altri due, finendo per averne vergognosamente paura. Il vuoto, aveva saputo, era solo relativo. Lo spazio non era vuoto, e lui aveva saputo che non lo era. Sebbene rarefatta e dispersa, c’era la materia, in gran poste composta di molecole piuttosto complesse. Lo aveva ripetuto a se stesso più e più volte… non è vuoto, non è vuoto, c’è la materia. Eppure non era riuscito a convincersi. Perché nell’apparente vuoto dello spazio c’erano un’indifferenza e una freddezza che spingevano a ripiegarsi su se stessi, a ritrarsi dalla freddezza e dall’indifferenza. La cosa peggiore del vuoto, pensava, era che faceva sentire così piccoli ed insignificanti, ed era quello il pensiero da combattere perché la vita, per quanto piccola, non poteva essere insignificante. La vita, in verità, era l’unica cosa, la sola cosa che avesse significato nell’intero universo.
Eppure , disse il monaco, c’erano momenti, ricordo, in cui superavamo la paura e non ci rannicchiavamo più, dimenticavamo la nave, e come un’entità appena nata, avanzavamo nel vuoto come se fosse perfettamente naturale, quasi camminassimo in un prato o in un giardino. Ho sempre pensato che quei momenti venissero solo quando giungevamo al punto in cui ci sembrava di non poter sopportare più, quando avevamo raggiunto e valicato le deboli capacità umane… quando veniva quell’istante cera una valvola di sicurezza, una situazione compensatrice, in cui accedevamo ad un nuovo piano dell’esistenza…
Lo ricordo anch’io , disse lo scienziato, e dal ricordo posso trarre qualche speranza. Come sembriamo confusi, capaci di convincerci di non avere speranza… e poi ricordiamo un piccolo particolare che ce la rende. È tutto così nuovo, per noi… questa è la difficoltà. Nonostante i millenni, è ancora troppo nuovo. Una situazione così unica, così estranea ai nostri concetti umani, che è un prodigio se non siamo ancora più confusi.
La gran dama disse: Ricordate che di tanto in tanto, su questo pianeta, abbiamo percepito un’altra intelligenza, una sorta d’emanazione di un’altra intelligenza, come se fossimo segugi in cerca di un’antica traccia. Ed ora che abbiamo sentito tutta la forza dell’intelligenza dello Stagno — per quanto io sia riluttante a dirlo, dato che non voglio altra intelligenza — non mi sembra che si tratti di quella che avevamo percepito prima. È possibile che vi sia un’altra grande intelligenza, su questo sciocco pianeta?
L’essere-nel-tempo, forse , suggerì il monaco. L’intelligenza che avevamo percepito era molto fioca, estremamente sottile. Come se cercasse di nascondersi per non farsi scoprire.
Non credo , disse lo scienziato. Una cosa racchiusa nel tempo, direi, dovrebbe essere impercettibile. Non riesco a pensare ad un isolamento più efficace di uno schermo di tempo bloccato. La cosa più. terribile, per quanto riguarda il tempo, è che non lo conosciamo affatto. Spazio, materia ed energia… sono fattori che possiamo fingere di riconoscere, o almeno possiamo accettarne teoricamente i valori teorici. Il tempo è il mistero assoluto. Non possiamo essere certi che sia attuale. Non ha un manico per cui possiamo afferrarlo per esaminarlo.
Quindi può esserci un’altra intelligenza… un’intelligenza sconosciuta?
Non m’importa , disse la gran dama. Non ho nessun desiderio di conoscerla. Spero che il bel rompicapo in cui siamo coinvolti finisca presto, e che possiamo andarcene di qui.
Non ci vorrà molto , disse il monaco. Ancora poche ore, forse. Il pianeta è chiuso, e non c’è altro da fare. Domattina, andranno a vedere il tunnel e si renderanno conto che non c’è niente da fare. Ma prima che questo avvenga, c’è una decisione da prendere. Carter non ce lo ha chiesto perché non osa. Ha paura della nostra risposta.
La risposta è no , disse lo scienziato. Ver quanto ci dispiaccia, deve essere no. Carter ci giudicherà duramente. Potrà dire che abbiamo perduto la nostra umanità insieme ai nostri corpi, che conserviamo solo la freddezza del nostro intelletto. Ma sarà la sua debolezza a parlare: dimenticherà che dobbiamo essere duri, che la debolezza non ha parte nel gioco, lontano dal condizionamento del nostro pianeta. E inoltre, non sarebbe un favore che renderemmo al Carnivoro. Trascinerebbe un esistenza squallida in questa gabbia metallica, con Nicodemus che lo detesta e che lui detesta e di cui forse ha paura… e questo getterebbe olio sul fuoco della sua vergogna: il pensiero che un guerriero famoso, uccisore di tanti mostri malvagi, si sia ridotto a temere un meccanismo fragile come Nicodemus.
Ed a ragione , disse il monaco, perché senza dubbio Nicodemus, con l’andar del tempo, lo ucciderebbe.
È così rozzo , disse la gran dama, con un brivido nel pensiero, così privo di sensibilità, senza delicatezza né premure…
Di chi parli? chiese il monaco. Carnivoro o Nicodemus?
Oh, non Nicodemus. Mi sembra così carino.
Stagno gridò di terrore.
Udendolo con i margini della sua mente, Horton si mosse nel tepore e nella vicinanza, l’intimità e la nudità, aggrappandosi alla presenza di un altro umano… una donna, ma l’umanità aveva importanza quanto la femminilità, perché in quel luogo erano i due unici umani.
Stagno gridò di nuovo, un’ondulazione stridula di allarme, che gli affondò nel cervello. Horton si levò a sedere sulla coperta.
«Che c’è, Carter Horton?» chiese insonnolita Elayne.
«È Stagno,» disse lui. «È successo qualcosa.»
Il primo rosseggiare dell’aurora saliva il cielo orientale, spargendo una mezza luce spettrale in cui spiccavano nebulosamente gli alberi e la casa di Shakespeare. Il fuoco si era ridotto a un mucchio di braci che ammiccavano con occhi rossosangue. Oltre il fuoco stava ritto Nicodemus, rivolto in direzione dello Stagno. Era eretto e rigido, all’erta.
«Ecco i tuoi calzoni,» disse Elayne. Horton tese la mano per prenderli.
«Cosa c’è, Nicodemus?» chiese.
«Qualcosa ha urlato,» disse il robot. «Non si udiva. Ma si percepiva l’urlo.»
Infilandosi i calzoni, Horton rabbrividì nel freddo dell’alba.
Il grido si ripeté, più disperato di prima.
«Guardate cosa sta arrivando dal sentiero,» disse Elayne, con voce tesa.
Horton si voltò a guardare e deglutì. Erano tre. Erano bianchi e lisci e sembravano lumache, erette, untuose e ripugnanti, come si possono trovare sotto una pietra rovesciata. Avanzavano rapidamente, balzellando sull’estremità inferiore affusolata. Non avevano piedi, ma sembrava che non ne avessero bisogno. Non avevano né braccia né volti… erano solo grasse lumache felici, che saltellavano rapidamente su per il sentiero che proveniva dal tunnel.
«Altri tre naufraghi,» disse Nicodemus. «Qui si sta formando una vera colonia. Come mai, secondo voi, ne arrivano tanti, attraverso quel tunnel?»
Carnivoro uscì incespicando dalla porta della Casa di Shakespeare. Si stirò e si grattò.
«Che diavolo sono, loro?» chiese.
«Non si sono presentati,» disse Nicodemus. «Sono appena comparsi.»
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