Fritz Leiber - L'alba delle tenebre
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- Название:L'alba delle tenebre
- Автор:
- Издательство:Casa Editrice La Tribuna
- Жанр:
- Год:1965
- Город:Piacenza
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Goniface capì quasi subito che una forza misteriosa doveva aver trasformato i campi di repulsione in campi di attrazione, accrescendone, al tempo stesso, la potenza e il raggio d’azione.
La maggior parte degli arcipreti non poté far altro che fissare con sguardo impotente il marasma che imperversava ai piedi della tribuna. Da anni erano abituati a celare le proprie emozioni, ma in quel momento le loro maschere facciali non celavano nient’altro che puro stupore. Non era la paura fisica a paralizzarli, ma la sensazione che il mondo materiale sul quale avevano sempre basato la loro sicurezza si stesse sgretolando davanti ai loro occhi: la scienza, che fino ad allora era stata un docile strumento al loro servizio, si era improvvisamente trasformata in un giocattolo nelle mani di un potere oscuro, capace di creare o infrangere le leggi scientifiche a proprio piacimento.
Un’entità misteriosa aveva cancellato con un tratto di penna il primo dogma del loro pensiero: “Esistono soltanto il cosmo e le entità elettroniche che lo costituiscono, senza anima o fine…” e, al suo posto, aveva scribacchiato a grandi caratteri scuri: “I capricci di Satanas”.
I sacerdoti dei circoli superiori, ammassati attorno alla tribuna, non versavano in condizioni migliori. Stavano lì, impalati, senza far niente, mentre l’ondata puzzolente della folla, insudiciata da quella pioggia immonda, avanzava, inghiottendo la schiera convulsa dei diaconi come se fossero stati sassi neri, e si infrangeva contro il grumo rosso dei preti corsi in loro soccorso, come contro una roccia scarlatta, per poi riversarsi rombando sugli scalini della Cattedrale.
Una pietra, lanciata da un cittadino comune, cadde, senza quasi più forza, in mezzo alla tribuna. Nessuno reagì. Con tre sole eccezioni, gli arcipreti e i loro attendenti sembravano tante bambole vestite di rosso.
Le tre eccezioni erano Goniface, Jarles e Sercival, il vecchio Fanatico.
Dopo numerosi tentativi, Goniface era finalmente riuscito a far pervenire i propri ordini al Centro di Controllo della Cattedrale, dove pure sembrava regnare una certa confusione. Dopo pochi secondi, sopra il busto ancora inclinato in avanti del Grande Dio, apparve uno squadrone di angeli: una scena straordinariamente grottesca, perché fu come se all’improvviso dal cielo senza nuvole, si fossero tuffati a rondine una ventina di semidei dai capelli ossigenati.
Giunti in picchiata in prossimità della tribuna, si appiattirono sul fronte anteriore della folla, che stava per scagliarsi contro i preti dei circoli più alti, e sorvolarono la Piazza a quota così bassa, che qualche disgraziato ci rimise la testa.
Ma la forza di attrazione esercitata dal nucleo di preti aggrovigliati ai piedi del palco fu fatale per l’angelo che volava al centro della formazione, che precipitò a testa in giù e si schiantò al suolo, uccidendo preti e cittadini insieme. Il suo rivestimento esterno si sgretolò, rivelando l’anima metallica e fra le lamiere si intravvide il corpo del sacerdote che lo pilotava, morto nell’impatto.
Ma gli altri angeli proseguirono il loro volo e giunti all’estremità della Piazza virarono appena in tempo per evitare i tetti bassi delle case; quindi, dopo aver ripreso quota, si tuffarono di nuovo in picchiata.
Urla atterrite si levarono dalla moltitudine dei cittadini, fra i quali si contavano a dozzine i corpi maciullati dalla forza distruttrice dei jet a propulsione, e un terrore delirante soppiantò la rabbia delirante di pochi istanti prima.
Come un grande animale ferito e braccato, la folla prese a dibattersi convulsamente. I popolani che si trovavano davanti continuarono lottare corpo a corpo con i preti. Altri tentarono di fuggire, contribuendo così a stritolare ancor di più quelli che erano rimasti intrappolati al centro.
Poi, mentre per un attimo gli angeli erano diventati minuscoli punti bianchi nel cielo azzurro, sei sagome nere, provenienti dal settore in cui abitavano i cittadini comuni, sfrecciarono sopra l’orizzonte dei tetti, lasciando dietro di sé, come le seppie, una densa traccia di fumo nero. Le sei misteriose creature puntarono direttamente verso la Cattedrale, come pipistrelli usciti dall’inferno. E che l’inferno fosse il posto da cui venivano, fu subito chiaro, perché quando sorvolarono la piazza, mantenendosi sempre a notevole distanza dalla folla, tutti videro che avevano braccia deformi e artigliate, arti inferiori pelosi e rigidi e brevi code nere. Poi, a mano a mano che planando si avvicinavano alla Cattedrale, anche la faccia divenne visibile: nera, feroce e sormontata da corna minacciose.
Descrivendo rapidi cerchi concentrici, il primo demone prese di mira il palco, avvolgendo il predicatore, che si era fatto piccolo per la paura, in spire di fumo nero, che in breve lo nascosero completamente.
Nel frattempo, altri due, dopo aver compiuti un agile virata verso l’alto, stavano eseguendo complicate evoluzioni intorno alla testa, al corpo e alle braccia del Grande Dio, ornandolo di festoni color dell’inchiostro. Il suo viso era ancora disteso nel sorriso indulgente che aveva sostituito l’espressione arcigna e che adesso gli conferiva soltanto un’aria ebete. Allora, dall’amplificatore più potente di tutti, quello collocato dietro le labbra tese nel sorriso idiota, la voce possente del Grande Dio cominciò a belare: — Pietà! Pietà, mio signore! Non mi fare del male! Dirò a tutti la verità! Io sono lo schiavo di Satanas! I miei sacerdoti hanno sempre mentito! Il Dio del Male è il signore della terra!
I restanti tre diavoli puntarono a gran velocità contro la tribuna del Concilio. Bianchi in volto, gli arcipreti balzarono in piedi e li fissarono atterriti. Ma quando i demoni furono a una manciata di metri dal bersaglio, ogni suono svanì e l’aria intorno alla tribuna tremò: finalmente, in risposta ai frenetici ordini di Goniface, il Centro di Controllo della Cattedrale era riuscito a generare la grande cupola di repulsione a protezione dei membri del Sommo Concilio. I tre demoni riuscirono a schivarla all’ultimo istante, sbandando paurosamente.
In quella sacca di improvviso silenzio, in mezzo al visibile tumulto della Piazza, la voce profetica del vecchio Sercival riecheggiò con sorprendente chiarezza. Per tutto il corso della giornata, l’attempato arciprete non aveva aperto bocca, ma aveva continuato a guardare diritto dinanzi a sé, scuro in volto, limitandosi a scuotere di tanto in tanto la testa e a mugugnare qualcosa fra sé e sé.
In quel momento, invece, con una voce gelida che fendeva l’aria come una spada urlò: — Chi, io vi domando, ha compiuto i miracoli oggi? Dunque, alla fine il Grande Dio si è stancato della nostra incredulità e ci ha abbandonato. Ci ha lasciato alla mercé di Satanas. Solo con la preghiera incessante e un atto di fede piena e totale, potremo salvarci, ammesso che non sia troppo tardi perfino per le preghiere.
Gli altri arcipreti evitarono il suo sguardo, ma dall’espressione dei loro volti era chiaro che Sercivai stava dando voce ai loro più intimi pensieri. Rimasero immobili, uomini soli, con il terrore come unica compagnia. Perfino Goniface, che ascoltava sempre con sufficienza e malcelato disprezzo le parole del vecchio Fanatico, adesso sembrava vacillare, roso dal dubbio e ammutolito dalla paura.
Ma negli occhi duri e attenti di Jarles, che si trovava alle spalle dell’anziano arciprete, balenò all’improvviso una luce. Quella era la prima volta che vedeva il capo dei Fanatici ed era la prima volta che lo udiva parlare.
Il ricordo e l’infallibile penetrazione che accompagna il ricordo si scontrarono con la sua incredulità ed ebbero la meglio: con grande prontezza, la sua nuova personalità prese una di quelle decisioni di cui lui andava tanto fiero.
Ma quando fu sul punto di agire si sentì rimordere la coscienza, mentre un oscuro, doloroso senso di colpa gli ottenebrava la mente. Una voce dentro di lui lo avvertì che stava per commettere un crimine imperdonabile, un’azione nefanda di fronte alla quale l’universo intero si ribellava inorridito. Ma Jarles mise a tacere la sua coscienza, come un uomo che, in preda alla nausea, reprima i conati di vomito.
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