Fritz Leiber - L'alba delle tenebre
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- Название:L'alba delle tenebre
- Автор:
- Издательство:Casa Editrice La Tribuna
- Жанр:
- Год:1965
- Город:Piacenza
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— Forse ce la faranno — mormorò fra sé e sé, la voce rotta da un’emozione che non avrebbe mai confessato a nessuno se non a Grimalkin. — Che Satanas li aiuti. E chissà, forse ce la faranno davvero.
18
Lentamente, e trascinando i piedi, che gli sembravano diventati di piombo, come se l’aria stessa si fosse ispessita per intralciargli il cammino, Jarles fece ritorno al proprio appartamento, nelle cripte del Santuario. La sua mente era offuscata da un oscuro senso di colpa, che trovava ancor più odioso in quanto si detestava e si disprezzava per il fatto di provarlo.
In ogni corridoio si imbatteva o veniva raggiunto alle spalle da sacerdoti che correvano in entrambe le direzioni, gli occhi stralunati dal panico. Uno di questi, un prete grasso e insignificante del Secondo Circolo, lo fermò e cercò di attaccare discorso.
— Desidero congratularmi per la sua elevazione al Quarto Circolo — disse, senza quasi prender fiato fra una parola e l’altra. — Lei si ricorderà senz’altro di me, eminenza. Io sono Fratello Chulian… la sua vecchia guida…
Dalla sua aria di scusa e dal modo in cui si torceva nervosamente le mani, sembrava che stesse cercando il coraggio per chiedergli un favore; o, forse, nel generale clima di paura e di incertezza che si era creato, stava semplicemente cercando il maggior numero possibile di appigli a cui aggrapparsi.
Jarles lo fissò con disprezzo e proseguì senza rispondergli.
Le cripte erano quasi deserte. Le squadre d’assalto avevano setacciato l’intero Santuario alla ricerca dei Fanatici e adesso se ne erano andate per condurre i prigionieri al carcere generale del palazzo, che era separato da quella secondario in cui, prima di venire nominato Sommo Gerarca, Goniface rinchiudeva i suoi personali nemici.
Più Jarles si avvicinava al suo appartamento e più il suo disagio diventava acuto, insopportabile. Finché a un tratto, con suo grande orrore, il velo nero della colpa che opprimeva i suoi pensieri prese vita e gli sussurrò all’orecchio: — Mi senti, Armon Jarles? Mi senti? Sono la tua coscienza. Puoi scappare e tapparti le orecchie, ma non servirà a nulla. Non puoi chiudermi fuori. Non puoi fare a meno di ascoltare la mia voce. Perché questa è la tua voce. Io sono l’Armon Jarles che tu hai mutilato e rinchiuso in prigione, l’Armon Jarles che hai calpestato e negato. Ma, nonostante tutto, alla fine, io sono più forte di te.
Ma… orrore supremo! Quella non era la sua vera voce, ma soltanto una che le assomigliava moltissimo! Non poteva neppure appellarsi alla possibilità, terribile essa stessa, di spiegare quel fenomeno come un’allucinazione, una proiezione del suo inconscio. Era troppo reale, troppo viva. Sembrava la voce di un suo parente stretto, di un fratello mai nato.
Si fiondò all’interno del suo appartamento, come se avesse avuto tutti i demoni dell’Inferno alle calcagna. Con le mani che gli tremavano, si affrettò a riattivare la serratura della porta.
Ma dentro era ancora peggio.
— Non puoi sfuggirmi, Armon Jarles, perché dove sei tu sono anch’io. Sentirai la mia voce fino al giorno della tua morte e nemmeno nelle fiamme del crematorio ti libererai di me.
Non aveva mai odiato niente in vita sua quanto odiava quella voce nata dal nulla. Né aveva mai desiderato così intensamente rompere, squarciare, distruggere qualcosa. E mai si era sentito così disperatamente impotente.
Alcune immagini presero forma nella sua mente. Stava inciampando in mezzo ad antiche rovine, con la mano ossuta di Madre Jujy che gli stringeva il polso. Voleva urlare per richiamare l’attenzione dei suoi inseguitori, strangolare la vecchia strega, sfondarle il cranio con il suo stesso bastone. Ma non poteva.
Era seduto a un tavolo sommariamente sgrossato, intento a dividere una misera cena con i suoi genitori e i suoi fratelli. Aveva messo del veleno nei loro piatti e attendeva con impazienza che si decidessero a mandare giù il primo boccone, ma loro continuavano a gingillarsi senza ragione.
Si trovava nel laboratorio di Fratello Dhomas, ma adesso la situazione era completamente mutata. Una tenebra antropomorfa sedeva al posto del sacerdote, e streghe e stregoni dal sorriso perfido e demonietti chiacchierini azionavano i vari strumenti.
All’improvviso si ritrovò davanti a uno specchio, ma anziché rimirarvi la propria immagine riflessa, vide il cadavere rianimato di Asmodeo. E Asmodeo stava spiegando qualcosa a gesti: prima indicava Jarles, quindi il foro annerito sulla propria veste e poi ricominciava daccapo. E quando Jarles sentì che non avrebbe potuto sopportar oltre quella visione, Asmodeo si fermò… Ma subito dopo la minuscola testa del suo demonietto, sparuto, grigio e coperto di sangue, fece capolino dal foro annerito e cominciò a ripetere i gesti del suo padrone.
L’odio di Jarles per la vita, per tutto quanto lo circondava, crebbe a dismisura. Si rese conto che, se agiva con determinazione e sufficiente astuzia, un uomo da solo era in grado di annientare l’intera razza umana, salvando soltanto se stesso. Si poteva fare. I modi erano molti.
Con uno sforzo supremo, si guardò attorno. Per un attimo la stanza gli sembrò deserta. Poi, acquattato sul piano lucido della scrivania, fra il proiettore e le bobine sparpagliate dei nastri di lettura, vide una bestia schifosa, un demonietto dal pelo scuro che lo fissava intensamente, il muso affilato e senza naso una copia miniaturizzata del suo volto.
Jarles si rese subito conto che era quella creatura la causa del suo strazio, i suoi pensieri quelli che, per via telepatica, martellavano nella sua testa e torturavano la sua mente.
E, con altrettanta prontezza, decise di ucciderla. Non con il raggio dell’ira, perché le sue capacità intellettive si erano ormai ridotte a uno stadio troppo primordiale: l’avrebbe strangolata con le sue mani.
Jarles si diresse verso il tavolo; pur vedendolo avvicinarsi, la creatura non si mosse. Ma disubbidendo ai suoi comandi, le sue gambe si muovevano a una lentezza esasperante, come se, all’improvviso, l’aria fosse diventata di gelatina. E mentre avanzava, trascinando faticosamente i piedi, un’ultima immagine prese forma nella sua mente.
Era completamente solo, in cima a una piccola collina, in mezzo a una valle piatta, desolata e grigia. Lui era l’unica creatura vivente e fra le mani stringeva un fulmine di guerra. Tutt’intorno, a perdita d’occhio, la terra era ricoperta dalle tombe delle specie che lui aveva annientato, o forse dalle tombe degli uomini e delle donne di ogni età, che avevano sofferto e combattuto ed erano morte invocando la libertà, cercando qualcosa di più di quello che offriva loro una società invidiosa, conservatrice e stolta.
E lui aveva molta paura, benché ormai non ci fosse più nulla in grado di minacciarlo. E continuava a domandarsi se l’arma su cui poggiava le dita sarebbe stata abbastanza potente.
Solo pochi passi lo separavano ormai dalla scrivania. Le sue mani erano protese in avanti come grinfie di marmo. L’odiosa creatura continuava a scrutarlo. Ma fra di loro si intromise ancora una volta quell’oscura visione.
All’improvviso, la distesa desolata che circondava la collina cominciò a tremare e a sussultare, come se fosse stata squassata da un terremoto, con la sola differenza che il movimento era più generale e meno violento; come se milioni di talpe stessero scavando il terreno contemporaneamente. Poi, qua e là, la terra grigia si spaccò e dalle crepe, profonde e buie, emersero forme scheletriche ricoperte di carne putrescente e di brandelli sudici di sudario. Il loro numero aumentava, aumentava sempre di più, fino a quando, schierate come soldati, presero a marciare da ogni lato verso la piccola collina, scrollandosi di dosso la terra grigia.
E lui ruotava freneticamente il suo fulmine di guerra da ogni lato. I soldati crollavano al suolo a decine, a centinaia, come grano marcito, cedendo a una seconda morte. Ma sopra di loro, attraverso il fumo dei loro cadaveri in fiamme, centinaia di altri continuavano ad avanzare. E lui sapeva che a migliaia di chilometri di distanza, molti di più stavano uscendo dalle tombe per marciare su di lui, fino dagli estremi confini della terra.
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