Fritz Leiber - L'alba delle tenebre
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- Название:L'alba delle tenebre
- Автор:
- Издательство:Casa Editrice La Tribuna
- Жанр:
- Год:1965
- Город:Piacenza
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L’Uomo Nero scoppiò a ridere, come gli avessero appena raccontato una barzelletta stupida, ma divertentissima. Poi, all’improvviso, si portò una mano alla bocca, senza quasi accorgersi che già Dickon gli aveva appoggiato una zampa sulle labbra, per farlo tacere. L’Uomo Nero lanciò a Jarles un’occhiata incredula.
— E le altre streghe catturate… — chiese.
— Sono ancora qui in prigione.
Pochi attimi dopo, Jarles stava di nuovo percorrendo a grandi passi il corridoio del carcere. Accanto a lui camminava una figura vestita da diacono, il volto nascosto da un cappuccio nero, fra le mani una verga dell’ira.
A un certo punto, il corridoio piegava ad angolo retto. Si trovarono davanti a una linda fila di celle, ciascuna piantonata da una coppia di diaconi. Jarles e l’Uomo Nero percorsero lentamente tutto il corridoio, camuffando con il rumore dei passi il debole sibilo del raggio paralizzate. Le ultime tre coppie di guardie si resero conto del pericolo quando ormai era troppo tardi: rimasero pietrificate nell’atto di allungare la mano verso il muro, al quale avevano appoggiato le verghe dell’ira. In realtà, gli ultimi due diaconi erano riusciti ad afferrarle e stavano prendendo la mira per colpirli, ma in quella posizione furono raggelati.
L’Uomo Nero si tolse il cappuccio.
Dalla parte opposta del corridoio si aprì una porta. Ne uscì Cugino Deth. Con una rapidità quasi impensabile per un essere umano, diresse la sua verga dell’ira contro l’Uomo Nero e Jarles.
Ma la velocità di reazione di un demone era di gran lunga superiore a quella di un uomo e, con uno scatto fulmineo, Dickon si precipitò verso di lui.
La faccia giallastra di Cugino Deth si contorse in una smorfia di paura, come soltanto un’altra volta gli era accaduto prima di quel giorno: quando era fuggito in preda al panico dalla casa stregata. — La cosa nel buco! — urlò. — Il ragno! il ragno!
Ma subito dopo si rese conto che la sua paura era infondata e diresse il raggio viola contro Dickon.
La sua momentanea incertezza, però, aveva permesso all’Uomo Nero di passare al contrattacco. Azionò il proprio raggio dell’ira, riuscendo a intercettare quello di Cugino Deth, e poiché i due raggi si annullavano a vicenda, Dickon riuscì a dileguarsi indisturbato.
Quindi, come due antichi spadaccini, lo stregone e il diacono si batterono a duello. Le loro armi erano due lame infinite di violenta incandescenza, ma la loro tecnica quella di due schermitori: finta, fendente, parata, risposta rapida. Lingue di fuoco devastarono il soffitto, i muri e il pavimento. Alcuni dei diaconi paralizzati, simili a spettatori ammutoliti dallo stupore, morirono avvolti dalle fiamme nella posizione in cui il raggio di Jarles li aveva sorpresi: chi seduto, chi in piedi, chi chinato.
Lo scontro fu breve. Al termine di un abile disimpegno, la lama di Cugino Deth fendette la tunica dell’Uomo Nero, sotto il braccio. Ma lo stregone parò il colpo in tempo, e subito dopo, fece una finta e poi un’altra e la faccia giallastra e la fronte pronunciata di Cugino Deth cessarono di esistere.
Schivando i raggi della verga che era scivolata dalla mano del diacono, l’Uomo Nero si precipitò in avanti, spegnendo entrambe le armi.
Quindi, si rivolse a Jarles, che per tutta la durata del combattimento era rimasto immobile, contro il muro, invocando la morte, e gli ordinò di aprire le celle.
Ma l’Uomo Nero non perse tempo a parlare con le streghe e gli stregoni che uno dopo l’altro si affacciarono straniti sul corridoio, come fantasmi richiamati dall’aldilà. Non rivolse la parola nemmeno a Drick, che si limitò a salutare con un rapido cenno del capo. La sua principale preoccupazione in quel momento era quella di ottenere da Jarles, che sembrava ipnotizzato, un rapido resoconto degli ultimi avvenimenti che avevano sconvolto Megateopoli.
Jarles stava aprendo l’ultima cella. Lo stregone notò che lo sguardo fisso del prete due volte rinnegato si stava progressivamente rannuvolando, come se si stesse riprendendo dagli effetti di un potente narcotico.
Esitando, con la dolorosa fatica di un uomo che si rende conto delle gravi colpe alle quali deve riparare, Jarles disse: — Posso condurti al luogo in cui sono tenuti prigionieri i Fanatici. Possiamo cercare di liberarli e di espugnare il Santuario.
L’Uomo Nero fu tentato di accettare: il duello con Deth l’aveva messo nello stato d’animo giusto per lanciarsi in una simile avventura.
Ma le verghe dell’ira non erano le armi delle streghe, disse a se stesso. Asmodeo aveva puntato tutto sulla paura, ed era unicamente attraverso la paura che la Stregoneria avrebbe vinto anche quella battaglia.
Jarles parlò di nuovo. L’Uomo Nero ebbe l’impressione che stesse dolorosamente cercando di risolvere un profondo dilemma interiore. — Se lo desideri — disse — tenterò di assassinare il Sommo Gerarca Goniface.
— Assolutamente no! — gli rispose lo stregone, chiedendosi se l’uomo che aveva dinanzi fosse nel pieno delle sue facoltà mentali. — Sono previste azioni di tutt’altra natura contro di lui. Se solo sapessi che ne è stato di Sharlson Naurya…
— È rinchiusa nel mio appartamento, sotto l’effetto del raggio paralizzante. — disse Jarles cupamente.
L’Uomo Nero lo fissò. Solo in quel momento cominciò a capire quale incredibile alleato avesse trovato in Jarles. Poi rise, la breve risata di un uomo che d’un tratto si rende conto come, a volte, l’incredibile e l’inevitabile coincidano. Doveva fidarsi di lui: quella notte Jarles sarebbe stato la personificazione del cieco destino.
— Ritorna al tuo appartamento — gli ordinò. — Sveglia Sharlson Naurya. Dille che procediamo con l’operazione contro Goniface come stabilito. Aiutala a raggiungere le stanze del Sommo Gerarca senza che nessuno la scopra. Porta con te il tuo demone e quello di Goniface.
Detto questo si voltò e con un cenno della mano fece segno alle streghe e agli stregoni di seguirlo.
19
Al termine di un rapido giro di verifica delle principali stazioni di controllo del Santuario, Goniface stava facendo ritorno al Centro di Telecomunicazione, scortato da un piccolo drappello di diaconi. Quella sera la riunione del Sommo Concilio si sarebbe tenuta al Centro di Telecomunicazione. Il suo posto era lì, ma uno dei compiti fondamentali del Sommo Gerarca era quello di rendersi conto di persona dell’evolversi della crisi.
Dall’Osservatorio Numero Uno, situato al di sopra delle altre strutture del Santuario, aveva visto una piccola sagoma nera, presumibilmente una di quelle macchine diaboliche che erano apparse durante l’ufficio della Grande Rinascita, sfrecciare caparbiamente intorno al busto del Grande Dio, come un minuscolo, fragile aereo che sfidi un gigante. I tecnici del Santuario avevano tentato di colpirlo più volte, azionando il fulmine di guerra che agiva attraverso la mano della statua, ma grazie a stupefacenti evoluzioni, il minuscolo apparecchio riusciva sempre a schivare il raggio bluastro.
Quell’ombra volteggiante rappresentava la bandiera nera della rivolta per i cittadini comuni, che quella sera stavano sfidando la legge, vigente da secoli, del coprifuoco. La folla che il giorno della Grande Rinascita era insorta, si era frazionata in piccole bande agguerrite che, al calar della notte, si aggiravano per le strette vie di Megateopoli, tendendo imboscate alle pattuglie della Gerarchia.
Nella loro brutalità di contadini, repressa per generazioni, vi era una vena sinistra, che veniva ingigantita a dismisura dalla loro convinzione di essersi uniti alle Forze del Male e di essere quindi liberi di agire senza alcun freno. I pochi preti o diaconi che riuscivano a catturare, erano destinati a una morte crudele. Una delle imboscate che non erano riusciti a condurre a termine prevedeva che alcune donne attirassero una pattuglia di diaconi in una casa piena di combustibile, per poi rinchiuderli dentro e di accendere la miccia. Dimostrando una sorprendente ingegnosità, una banda, composta di operai dell’industria meccanica, era riuscita a costruire e a erigere una catapulta nella Strada dei Fabbri. Erano perfino riusciti a lanciare alcune pietre dell’acciottolato contro il Santuario, colpendo in pieno un sacerdote del Primo Circolo, ma poco dopo un angelo li aveva scoperti e aveva distrutto la loro rudimentale artiglieria.
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