Fritz Leiber - L'alba delle tenebre

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L’alba delle tenebre

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E mentre la studiava, Goniface aggrottò le sopracciglia. Senza dubbio, la Stregoneria aveva fatto molti progressi, e rapidi anche. Era chiaro che il nemico aveva organizzato assai bene le proprie forze e che stava seguendo un piano di combattimento coordinato. In particolare, stava approfittando, con molta intelligenza, del fatto che la Gerarchia non possedeva sufficienti squadroni di angeli per pattugliare tutte le principali città.

Per l’indomani era previsto l’arrivo da Luciferopoli di una nave con cinquanta squadroni di angeli, oltre a un numero imprecisato di arcangeli e di serafini, di cui Megateopoli era completamente sprovvista. Ma la notte era ancora lunga…

Si diresse verso il centro della galleria e si sedette al proprio posto, irritato più che lusingato, dal subbuglio provocato dal suo arrivo. Si mostravano tutti troppo turbati dalla sua presenza; avrebbero dovuto essere più concentrati nel loro lavoro.

Dalla stazione del Direttore delle Comunicazioni, situata esattamente sotto lo scranno del Supremo Gerarca, Fratello Jomald iniziò il proprio rapporto sugli ultimi sviluppi della crisi. Ma poiché Goniface se ne era già fatta un’idea abbastanza precisa esaminando la carta geografica, gli fece segno di attendere. Si rivolse a uno dei segretari.

— Ho mandato a chiamare Deth. Dovrebbe essere già qui.

— Non siamo ancora riusciti a rintracciarlo. Stiamo controllando tutti i posti in cui potrebbe trovarsi.

— E Fratello Jarles, il sacerdote del Quarto Circolo? Avevo mandato a chiamare anche lui.

— Stiamo controllando.

Ma adesso altre questioni esigevano la sua attenzione. Dacché si erano accorti del suo ritorno, gli arcipreti e i membri del Personale del Centro avevano cominciato a subissarlo di rapporti e di richieste di istruzioni. Il suo segretario aveva un gran daffare a esaminarli, selezionarli e presentarglieli in ordine di urgenza.

— Mesodelfi invasa dalla tenebra. Devo distaccare sulla città metà degli squadroni di angeli di Archeodelfia?

— A Eleusi la Gerarchia è riuscita a mettere le mani su un telesolidografo. Desiderate informazioni più dettagliate?

— Ieropoli: avaria alle batterie atomiche. Posso dare ordine di prelevare energia da altri Santuari? O è meglio inviare tecnici specializzati per provvedere alle riparazioni?

— La Facoltà del Sesto Circolo di Olimpia ha inviato messaggi urgenti sul canale privato per avvertire che il Personale di Controllo della città ha subito influenze di tipo psicologico da parte della Stregoneria. Istruzioni?

— Dal Santuario rurale numero 127, Settore Asia Orientale, è giunta la notizia del misterioso abbattimento di due angeli. Sono state avvistate strane sagome scure simili a grandi pipistrelli. Devo allertare tutti gli angeli del settore?

— Nave di soccorso da Luciferopoli contattata. Arrivo previsto per l’alba di domani mattina, ora di Megateopoli. Confermato porto di sbarco?

Troppi rapporti. Troppe richieste di istruzioni. E, ogni volta, senza aprir bocca, Goniface mostrava ai collaboratori o al monitor televisivo, il palmo della mano rivolto verso l’alto, gesto che significava: “Agite a vostra discrezione. Decidete secondo il vostro giudizio”. Non avrebbero dovuto chiedere il suo parere su questioni simili. Era chiaro che essendo lui il Sommo Gerarca tutti desideravano la sua approvazione, ma ora perfino uomini capaci come Jomald esitavano nel prendere le decisioni; erano tutti troppo servili e sottomessi nei suoi confronti.

Tuttavia, all’ultima richiesta di istruzioni Goniface rispose.

— Date ordine alla nave di soccorso da Luciferopoli di attraccare a Landa Maledetta, dietro il Santuario di Megateopoli in modo che tutti i cittadini possano vederla. Preparatevi a fornire assistenza immediata per lo sbarco.

Che la Gerarchia stesse invecchiando, si domandò Goniface, mentre un’altra parte della sua mente si concentrava sulle emergenze del momento. Forse la classe clericale stava perdendo il suo antico nerbo, la sua determinazione, il suo freddo amore per il potere? Gli sembrava di cogliere ovunque una velata tendenza al lassismo, alla rinuncia, alla fuga dalla realtà, come se ormai la maggior parte dei sacerdoti agisse soltanto per forza d’abitudine o per sterile senso del dovere.

Paradossalmente, lo irritava il fatto di non essere più circondato da rivali invidiosi e decisi a contendergli il potere con ogni mezzo. Il Sommo Concilio non era più quello di una volta, quando ogni arciprete mirava ad accrescere il proprio prestigio e la propria autorità, quando ogni riunione si trasformava in un avvincente duello di intelletti.

Non esisteva più quella appassionata eppure realistica lotta per il potere che aveva rappresentato una delle principali forzi motrici della Gerarchia. Il suo principale rivale, Frejeris, era uscito di scena, era praticamente morto, e lui sapeva che anche il più agguerrito dei suoi compagni realisti aveva rinunciato all’idea di contendergli lo scettro. Insomma, lo avevano accettato tutti di buon grado come il loro capo: era seduto da solo sul trono di Sommo Gerarca e nessuno sembrava intenzionato a spodestarlo.

Stranamente, era invece nel suo infido agente Jarles che, negli ultimi tempi, Goniface aveva percepito un’avidità e una spinta interiore molto simile alla sua, anche se meno raffinata e più ingenua. Non vedeva l’ora che Jarles arrivasse. Il pensiero di avere accanto a sé quel galletto sleale che nel suo intimo lo invidiava, gli procurava un oscuro brivido di piacere. Chissà, magari una volta superata quella crisi, Fratello Dhomas sarebbe riuscito a fabbricare altre personalità simili a quella, giusto quanto bastava a restituire alla Gerarchia quella vitalità animalesca e quello spirito di spietato egoismo che aveva perduto.

Che fantasie perverse! Ridicole e anche pericolose nello stato di emergenza in cui si trovavano, in cui disciplina e cieca obbedienza erano essenziali. Le ricacciò, ma non poté impedire che sotto sotto continuassero a solleticare la sua mente.

Notò che lo scranno alla sua sinistra, quello che era solito occupare Sercival era vuoto, e fece cenno con impazienza all’arciprete seduto nel seggio successivo di prendervi posto. Quel buco nella fila faceva pensare immediatamente alla recente scoperta, proprio in seno al Sommo Concilio, di un pericoloso traditore della Gerarchia, e quel ricordo non contribuiva certo a tenere alto il morale dei sacerdoti.

Però, non appena l’arciprete si fu seduto accanto a lui, Goniface si pentì della sua decisione. Qualcosa nella sua mente si ostinava a voler trasformare il viso paffuto dell’uomo in quello magro e rapace di Sercival. E poi restava sempre un posto vuoto…

Qual era stato, dopo tutto, l’obiettivo di Sercival-Asmodeo? Goniface avrebbe dato l’anima per conoscere la risposta a quella domanda, la stessa risposta che in punto di morte il Vecchio Fanatico gli aveva negato. Perché aveva fatto in modo che Goniface si impadronisse del potere supremo? Aveva forse previsto il senso di inutilità che lo avrebbe assalito una volta diventato signore del mondo? La cancrena dell’obbedienza servile che avrebbe cominciato a corrodere ogni membro della Gerarchia?

Ma soprattutto, perché Sercival era morto fingendo di credere nell’esistenza di un’entità soprannaturale? Che in fondo, data la veneranda età, Sercival fosse solo un vecchio pazzo? No, impossibile. Il capo della Stregoneria si era sempre dimostrato un uomo pieno di risorse, incredibilmente energico e audace. Bisognava dedurne che il vecchio Fanatico si fosse comportato così per difendere il prestigio della Stregoneria e tentare fino all’ultimo di instillare nel Sommo Concilio il seme del dubbio. Ma Goniface sapeva per esperienza che un uomo che sta per morire non recita una parte, per lo meno non in modo tanto convincente!

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