Fritz Leiber - L'alba delle tenebre

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L’alba delle tenebre

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Tutti gli occhi si rivolsero a lui, solo, in piedi sul palco che si trovava dinanzi alla tribuna. A un tratto, il predicatore cadde in ginocchio e, con voce vibrante di compassione, urlò: — Grande Dio! Il tuo popolo invoca la tua affettuosa benevolenza. Da tempo non si nutre del dolce latte della tua infinita misericordia, del cibo della tua infinita potenza. E ha adesso ha sete e ha fame.

Niente di più sacrosanto. Tenuta in spasmodica attesa fino a metà pomeriggio, e incessantemente sottoposta alle stimolazioni parasimpatiche, la folla era famelica.

Strisciando sulle ginocchia, il predicatore si girò e levò le mani supplici verso la scultura titanica che formava la metà superiore della Cattedrale.

— Grande Dio, il tuo popolo ha superato la prova. Nel momento del terrore e della sofferenza non ha perso la fede in te e ha cacciato Satanas dal suo cuore. Sii misericordioso verso le tue creature, Grande Dio. Elargisci loro le ricchezze copiose della tua cornucopia. Ànima con la tua divina presenza la pietra fredda e senza vita e fa che le tue mani si riempiano d’ambrosia e che dalle tue dita scorrano fiumi di nettare. Hanno digiunato a lungo, Grande Dio. Da’ loro il cibo con cui sfamarsi e l’acqua con cui dissetarsi!

Storditi ed emotivamente tesi com’erano, i cittadini si resero conto di quello che stava per accadere e si prepararono. I più vecchi sapevano per esperienza, i più giovani lo avevano appreso dai loro genitori, quali straordinarie prelibatezze il Grande Dio avrebbe fatto piovere su di loro. Ovunque, come dal nulla, spuntarono ciotole di legno e brocche di metallo. Alcuni cittadini spiegarono grandi teli e li tennero tesi fra di loro per raccogliere i dolci miracolosi. Sui tetti apparvero secchie e tinozze, e, stringendo fra i denti contenitori delle più svariate fogge, alcuni spiriti deliranti si issarono sulle spalle dei loro vicini.

Ma la maggior parte rimase semplicemente con la testa rovesciata all’indietro, la bocca aperta e le mani tese.

Un impercettibile brivido percorse la gigantesca statua e subito fu silenzio nella Piazza. Lentamente, il grande volto maestoso abbassò lo sguardo sulla folla e, a poco a poco, i suoi tratti arcigni cedettero il posto a un sorriso indulgente e benevolo, come un padre severo, preoccupato ma amorevole, che finalmente si ricorda dei bambini obbedienti radunati ai suoi piedi.

Lentamente, le mani gargantuesche si protesero verso la Piazza in un gesto di titanica generosità. Poi, dalla mano destra sprizzarono migliaia di minuscole fontane, mentre dalla sinistra, come un fiore capovolto, cadde una pioggia di fiocchi crostosi e di minuscoli cubetti.

Grida avide si levarono dalla moltitudine dei cittadini non appena toccarono con mano quei segni della misericordia divina.

Un secondo. Due. Tre. D’un tratto quelle grida si trasformarono in conati strozzati di vomito, mentre un odore ributtante di carne marcescente, burro rancido, pane ammuffito e oli per l’imbalsamazione, investiva le file serrate dei sacerdoti e i membri impassibili del Sommo Concilio.

E attraverso la medesima grande gola, in cui avevano fatto confluire le loro voci in un’unica corale preghiera, i cittadini presero a tossire, a sputare e a vomitare, mentre dalle mani del Grande Dio continuava a piovere senza tregua nettare ripugnante e ambrosia mefitica, che inzuppavano e impiastricciavano i loro miseri vestiti. Uomini e donne si affrettarono a tirare su il cappuccio. Chi prima aveva teso le lenzuola per raccogliervi il cibo se ne servì come riparo.

Chi aveva alzato in aria le ciotole, le capovolse e se le ficcò in testa a mo’ di cappello. E intanto dalla statua continuava a rovesciarsi sulla Piazza quella pioggia immonda, così fitta che in lontananza non si vedeva quasi più nulla.

Poi scoppiarono le proteste e le grida di rabbia. Prima circoscritte, poi sempre più diffuse. In diversi punti, frange di popolani si sollevarono e si lanciarono contro il doppio cordone dei diaconi.

Il predicatore che si trovava sul palco si rese conto del pericolo e reagì con grande prontezza di spirito. Grazie agli amplificatori regolati al massimo volume, la sua voce riuscì a superare il tumulto della folla.

— Il Grande Dio vi sta solo mettendo alla prova! — tuonò. — Fra di voi c’è chi non ha fede! Ecco perché il cibo miracoloso non sa di nettare e di ambrosia!

“Ma adesso il Grande Dio si è persuaso della vostra fede! — aggiunse subito dopo, senza curarsi dell’illogicità del suo discorso, ma preoccupato soltanto di giungere all’annuncio più importante: — Adesso il Grande Dio compirà il vero miracolo! Guardate come ricompensa le sue creature!

La pioggia puzzolente cessò.

Intanto, sulla tribuna, Goniface stava sbraitando rivolto al televisore: — Fermate il secondo miracolo!

Ma per tutta risposta, dal video il direttore tecnico gli rivolse uno sguardo assente. Non dava alcun segno di aver ricevuto l’ordine. Sembrava sbalordito, stupefatto. — Ma siamo isolati — continuava a ripetere come un automa. — Non abbiamo ricevuto neanche l’ombra di un segnale dai sistemi di controllo!

— E qualcuno ha attivato le radiazioni simpatiche — continuava con affanno Goniface. — Provvedete immediatamente! E fermate il secondo miracolo!

Con un sussulto, il direttore tecnico si riebbe dallo sconcerto e fece rapidamente segno a uno dei suoi assistenti, che un istante dopo gli rispose con frenetici gesti di impotenza.

Dapprima sembrò che i timori di Goniface fossero infondati, perché dalle mani aperte del Grande Dio cominciò a cadere una pioggia di minuscole monete d’oro.

L’ondata di uomini e donne che stava per dar l’assalto alla Cattedrale subì un brusco arresto e tutti alzarono gli occhi verso il cielo. Le abitudini consolidate dagli anni sono dure a morire; per i cittadini era naturale credere alle parole dei preti, e la pioggia che stava cadendo in quel momento luccicava davvero come oro.

Ma dopo la prima spruzzata, il colore delle monete si trasformò da giallo in rosso… rosso fuoco. Grida di dolore si mescolarono a rinnovate imprecazioni, mentre i minuscoli dischi roventi picchiettavano sulla pelle indifesa o, afferrati in aria da mani avide, venivano immediatamente lanciati via, e si infilavano negli abiti e sotto i piedi nudi che li calpestavano…

Con un rombo che sovrastò le grida di dolore, la folla si sollevò in una gigantesca onda frastagliata, che ruppe in avanti, in parte, ma solo in parte, per sfuggire a quella pioggia di fuoco, che cessava proprio all’altezza del cordone dei diaconi. Perché, quando, all’improvviso, quella misteriosa pioggia cessò, la folla inferocita non si fermò, ma continuò ad avanzare e il suo urlo riecheggiò ancor più potente e minaccioso nella Grande Piazza. Volarono i primi pugni e alcuni diaconi rovesciarono a terra. In diversi punti il doppio cordone si piegò verso l’interno e si spezzò.

Per evitare che anche a Megateopoli si verificasse la stupida tragedia che aveva avuto luogo a Neodolos il giorno innanzi, Goniface aveva impedito ai diaconi di portare le verghe dell’ira. Ma adesso, a un suo ordine immediatamente trasmesso, i sacerdoti del Primo e del Secondo Circolo si stavano precipitando in soccorso delle tonache nere e, mentre avanzavano da più direzioni in una lunga fila compatta per contenere il vasto fronte della folla, avevano attivato i campi di inviolabilità, e le loro vesti erano rigide e gonfie. La folla, che era riuscita ad annientare la barriera dei diaconi, cominciò a lanciare ciotole e brocche indicibilmente sudice contro i preti, ma le stoviglie rimbalzarono contro i loro campi di repulsione. Per contro, doveva esserci qualche guasto alle aureole, perché anziché risplendere come sempre di luce violetta, si accendevano e si spegnevano a intermittenza.

Poi, all’improvviso si creò una strana confusione fra i sacerdoti. La prima impressione fu che quelli al centro si fossero lanciati contemporaneamente gli uni verso gli altri e che poi si fossero dimenticati di separarsi. Ma subito dopo altri preti si catapultarono a grande velocità verso il gruppuscolo e vi rimasero attaccati, mentre le due estremità della fila venivano improvvisamente risucchiate all’indietro: alcuni sacerdoti caddero, ma la maggior parte continuò a slittare fino a quando si trovarono tutti aggrovigliati in un unico, impotente blocco scarlatto di forma vagamente circolare.

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