Kingsley fece del suo meglio per accordarsi con quel ritmo insinuante, ma non riuscì ad ottenere l’approvazione della sua ballerina.
«Perchè non ti abbandoni, amore?» sospirò la voce.
Era proprio l’osservazione che ci voleva per impacciare ancor più Kingsley: come poteva abbandonarsi in quel poco spazio pieno di gente? Cosa doveva fare, lasciarsi andare a corpo morto fra le braccia di Vocedibasso?
Decise di rispondere con una sciocchezza di pari peso:
«Io non ho mai troppo freddo, e lei?»
«Dove vuole arrivare?» fece la donna con una voce che sembrò un bisbiglio amplificato.
La disperazione di Kingsley era al colmo: la trascinò via dallo spazio del ballo, afferrò il bicchiere, tirò giù un gran sorso, e balbettando qualcosa andò verso l’atrio dove ricordava di aver visto un telefono. Una voce dietro di lui fece:
«Ehi, cerca qualcosa?»
Era la ragazza bruna.
«Chiamo un tassì. Sono stanco e voglio andare a letto.»
«Le pare bello dir queste cose a una ragazza per bene? Ma è giusto, me ne vado anch’io. Ho una macchina e le do un passaggio. Lasci perdere il tassì.»
La ragazza guidava bene e presto furono nei sobborghi di Pasadena.
«È pericoloso guidare troppo piano,» spiegò. «A quest’ora i poliziotti sono in cerca di ubriachi e di gente che ritorna dalle feste. Non fermano le macchine che vanno veloci, ma si insospettiscono quando ne vedono una andar piano.» Accese le luci sul cruscotto per controllare la velocità. Allora vide il contatore della benzina
«Accidenti, è quasi finita. Dobbiamo fermarci al prossimo distributore.»
Solo quando fu per dare i soldi al ragazzo del distributore si accorse che sulla macchina non c’era la borsetta. La benzina la pagò Kingsley.
«Non so proprio dove l’ho lasciata,» disse. «Credevo che fosse nei sedili di dietro.»
«C’era molto?»
«Non molto. Ma il guaio è che non so proprio come rientrare a casa. Nella borsetta c’era anche la chiave.»
«È proprio una seccatura. Disgrazia vuole che io non sia molto esperto in serrature. È possibile entrare in qualche modo dalla finestra?»
«Be’, credo che sia possibile, se qualcuno mi aiuta. C’è una finestra che lascio sempre aperta, ma è piuttosto alta e non ci arrivo da sola. Forse se lei mi da una mano… Le dispiace? Non è molto lontano da qui.»
«Niente affatto,» disse Kingsley, «e mi piace l’idea di far lo scassinatore.»
La ragazza aveva ragione di dire che la finestra era alta. Per arrivarci
bisognava far salire una persona sull’altra, e la manovra non sarebbe stata per
nulla facile.
«È meglio che salga io,» disse la ragazza. «Sono più leggera.»
«E allora invece dell’agile scassinatore mi toccherà fare da tappeto.»
«Giusto,» disse la ragazza sfilandosi le scarpe. «E ora si abbassi, in modo che
io le possa salire sulle spalle. Ma non così, altrimenti non si risolleva più.»
La ragazza per un momento parve cader giù, ma riacquistò l’equilibrio
aggrappandosi ai capelli di Kingsley.
«Mi stacca la testa,» borbottò lui.
«Mi dispiace. Sapevo che non dovevo bere tanto.»
Finalmente ce la fece. La finestra era spalancata, e la ragazza sparì là dentro,
prima la testa e le spalle, i piedi per ultimo. Kingsley raccolse le sue scarpe
e Si avvio alla porta. La ragazza aprì. «Entri,» gli disse. «Mi si sono
smagliate le calze. Mica si vergogna di entrare, vero?»
«Non mi vergogno affatto. Ma se ha finito, mi renda i miei capelli.»
Era quasi ora di pranzo quando Kingsley giunse all’osservatorio, il giorno dopo.
Andò subito all’ufficio del direttore e vi trovò Herrick, Marlowe e l’Astronomo
Reale.
«Dio mio, che aria dissoluta,» pensò l’Astronomo Reale.
«Dio mio, il trattamento a base di whisky pare che l’abbia conciato per le
feste,» pensò Marlowe.
«Sembra più volubile che mai,» pensò Herrick.
«Bene, bene, sono finiti tutti quei rapporti?» chiese Kingsley.
«Tutto pronto, manca solo la sua firma,» rispose l’Astronomo Reale. «Ci chiedevamo dove fosse finito perchè abbiamo già fissato l’aereo di ritorno per stanotte.»
«Aereo di ritorno? No, no, prima giriamo mezzo mondo per tutti quei maledetti aeroporti, ed ora che siamo qui a goderci il sole vuole tornare subito a casa? Non dica sciocchezze, A. R. Perchè non si concede un po’ di respiro?»
«Mi sembra che lei dimentichi che noi ci dobbiamo occupare di una cosa molto importante.»
«La cosa è importante, d’accordo, A. R. Ma in tutta serietà le dico che è una cosa di cui non possiamo occuparci nè noi nè alcun altro. La Nuvola nera viaggia e nessuno la può fermare, nemmeno tutti gli uomini del re, anzi nemmeno il re. Vi consiglio di lasciar perdere questa stupida storia del rapporto. Godiamoci il sole, finchè ce n’è.»
«Ci eravamo resi conto delle sue idee, dottor Kingsley, ma poi l’Astronomo Reale ed io abbiamo deciso di prendere l’aereo dell’est,» interruppe Herrick che cercava di conservare la calma.
«Volete dire che intendete recarvi a Washington, dottor Herrick?»
«Ho già fissato un appuntamento col segretario del Presidente.»
«In questo caso credo che anche l’Astronomo Reale ed io dovremmo partire, subito, per l’Inghilterra.»
«Kingsley, è proprio quello che cercavo di dirle,» fece l’Astronomo Reale, pensando che sotto certi aspetti Kingsley era l’uomo più ottuso che avesse mai conosciuto.
«Forse a lei è parso così, A. R., ma non mi ha detto esattamente in questo modo. E ora sotto con le penne. Tre copie, vero?»
«No, sono soltanto due, una per me e una per l’Astronomo Reale,» rispose Herrick. «Vuol firmare qui?»
Kingsley tirò fuori la penna, scarabocchiò due volte il suo nome, poi disse:
«È proprio certo, A. R., che i posti sull’aereo per Londra sono prenotati?»
«Ma certo.»
«Allora tutto va bene. Signori, sarò a vostra disposizione al mio albergo dalle cinque in poi. Ma fino alle cinque ci sono varie cose importanti di cui mi debbo occupare.»
Detto questo Kingsley uscì dall’osservatorio.
Nella stanza di Herrick gli astronomi si guardarono in faccia sorpresi.
«Che cose importanti?» disse Marlowe.
«Lo sa il cielo,» rispose l’Astronomo Reale. «Io non arrivo a capire il modo di pensare e di comportarsi di Kingsley.»
Herrick scese dall’aereo dell’est a Washington. Kingsley e l’Astronomo Reale proseguirono fino a New York, dove rimasero tre ore prima di salire su quello per Londra. Ci fu qualche incertezza sulla partenza, a causa della nebbia. Kingsley era molto preoccupato, ma finalmente dissero loro di avviarsi al cancello T3 e di tener pronti i biglietti. Mezz’ora dopo decollarono.
«Sia ringraziato il Signore,» fece Kingsley quando l’aereo puntò decisamente verso nord-est.
«Secondo me ci sono molti motivi per cui lei dovrebbe ringraziare il Signore, ma non vedo perchè lo ringrazi ora,» osservò l’Astronomo Reale
«Glielo spiegherei volentieri, A. R., se fossi certo che la mia spiegazione le possa piacere. Ma ho paura di no, e in questo caso è meglio berci sopra. Cosa prende?»
Il governo degli Stati Uniti fu il primo ente ufficiale ad apprendere che la Nuvola nera si stava avvicinando alla Terra.
A Herrick occorsero alcuni giorni a perforare gli strati più alti dell’apparato governativo, ma alla fine ci riuscì, con risultati che gli parvero soddisfacenti. La sera del 24 gennaio fu avvisato di presentarsi, la mattina dopo alle nove e mezzo, nell’ufficio del Presidente.
«Situazione molto strana,» disse il Presidente. «Ma lei e il suo gruppo di Monte Wilson siete al di sopra di ogni sospetto ed io non voglio sprecar tempo a giudicare ciò che lei mi ha detto. Ho convocato invece alcuni signori, in modo che possiamo subito metterci a considerare quel che si può fare.»
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