Arkadi Strugatzki - È difficile essere un dio

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È difficile essere un dio: краткое содержание, описание и аннотация

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La repressione impazza ad Arkanar, nel paesaggio si stagliano le forche.
Il Re ha messo al bando tutti gli intellettuali.
Gli studiosi inviati dal pianeta terra, ormai pacifico ed evoluto,  cercano di confondersi tra gli abitanti di Arkanar, studiano, osservano, trasmettono informazioni.
Intervenire? Creare forzatamente nuovi equilibri, nuove alleanze?
Funzionerebbe? Sarebbe giustificabile eticamente?
Com'è difficile essere un dio!

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«Chiedo umilmente scusa, signore. Non vi avevamo riconosciuto, da così lontano…

Ordini ufficiali, sapete… È facile sbagliarsi. I camerati hanno bevuto un po’, e sono pieni di entusiasmo…» fece girare il cavallo, pronto ad andarsene. «Capirà, signore, di questi tempi… Siamo alle calcagna di quei topi di biblioteca… Spero che non si lamenterà di noi, signore…»

Rumata gli voltò le spalle. «Buon viaggio, nobile signore!» gli gridò l’uomo, sollevato.

Non appena i due cavalieri furono scomparsi alla vista, Rumata chiamò piano Kiun.

Nessuno rispose.

«Ehi, Kiun!»

Nessuna risposta. Ascoltò più attentamente; riuscì a sentire un lontano fruscio nei cespugli, che il ronzio incessante delle zanzare e dei moscerini non riusciva a coprire.

Kiun stava attraversando la campagna verso ovest, in direzione del confine irukano.

«Così è» rifletté Rumata. «A che scopo questa conversazione? E sempre la stessa cosa, sempre, sempre. Dapprima l’esplorazione cauta, poi uno scambio guardingo di osservazioni ambigue… Un giorno dopo l’altro si sprecano energie in chiacchiere stupide con pezzenti di tutte le risme; ma se si è abbastanza fortunati da incontrare una persona vera non c’è tempo per parlare a cuore aperto. Si vorrebbe proteggerla, aiutarla a trovare un rifugio… E questa persona se ne va senza neppure sapere se ha incontrato un amico o un mascalzone. E neanche tu hai scoperto niente di lei… i suoi desideri, i suoi talenti, i suoi valori, le sue mete…» Cominciò a pensare ad Arkanar. Case di pietra lungo le vie principali, lanterne cordiali accese sulla porta delle taverne, negozianti gentili e soddisfatti che bevono birra ai tavolini puliti e chiacchierano della vita, che dopotutto non è male, o del prezzo del pane in ribasso, o di quello delle bardature in rialzo; qua e là si svela un complotto, topi di biblioteca e maghi vengono arrestati; il Re è grande e munifico come sempre; Don Reba, comunque, è straordinariamente intelligente, e sta sempre in guardia. «Non mi dire!» «Sembra che sia proprio così» «Il mondo è rotondo!» «Per quanto mi riguarda, potrebbe anche essere quadrato, ma non toccare i nostri scienziati!» «Credimi, fratello, tutte le nostre disgrazie vengono da quei sapientoni!» «Il denaro non dà la felicità; anche il contadino è un essere umano, dicono. Bene, ma continuate così… dopo un po’ di queste poesie che li eccitano iniziano a scatenare il finimondo, sommosse, insurrezioni» «Mandateli tutti in galera, fratelli. Io, per esempio, sapete che cosa farei? Gli chiederei subito: sai leggere e scrivere? In gattabuia! Sei esperto di diagrammi? In gattabuia! Sai troppe cose!» «Bina, tesoro, altri tre boccali di birra e una lepre arrosto!» E fuori dalla finestra, tum tum tum, marciano gli scarponi chiodati dei robusti camerati con il naso rosso e la camicia grigia. Sulla spalla destra, l’ascia. Fratelli!

Ecco i nostri protettori! Loro tengono lontane quelle canaglie istruite!… E quello là è il mio ragazzo, mio figlio. Là, sul fianco destro! Sì, fratelli, viviamo in un’epoca meravigliosa! La nostra monarchia è stabile, prosperità, legge e ordine incrollabili, e giustizia. Urrà per le nostre Truppe Grigie! Urrà, Don Reba! Lunga vita al Re! Questa è vita, fratelli!

Sulle pianure buie del regno di Arkanar, però, illuminate dagli incendi, centinaia di sventurati sono in fuga, intenti a eludere i posti di blocco correndo, inciampando e ricominciando a correre. Punti dalle zanzare, con i piedi sanguinanti, coperti di polvere e di sudore, tormentati, terrorizzati e torturati dalla disperazione, ma forti come l’acciaio e incrollabili. Sono accusati e perseguitati ingiustamente. Perché?

Perché curano e istruiscono il loro popolo decimato dalle malattie e schiacciato dall’ignoranza. Perché, come dèi, creano una seconda natura dalla pietra e dall’argilla spinti dal desiderio di abbellire l’esistenza, e tutto per un popolo che non conosce la bellezza. Perché penetrano i segreti della natura sperando di metterli al servizio del popolo ottuso e apatico, per il suo bene, dopo che è stato mantenuto nell’ignoranza dalle antiche arti magiche. Sono indifesi, generosi e pericolosi, molto in anticipo sul loro tempo…

Rumata si tolse un guanto e colpì sonoramente il suo cavallo tra le orecchie.

«Avanti, brutto ronzino!» disse.

Quando entrò nella foresta era ormai passata la mezzanotte.

Nessuno avrebbe saputo dire con certezza da dove veniva quello strano nome, «Foresta del Singhiozzo». Circolava una voce, accreditata da fonti ufficiali, secondo la quale circa tre secoli prima le Squadre di Ferro del Maresciallo Imperiale Totz, poi primo Re di Arkanar, erano penetrate nella foresta inseguendo le orde in ritirata dei barbari pelle-di-rame. Là quei valorosi avevano ricavato una specie di birra rudimentale dalla corteccia degli Alberi Bianchi, che si era rivelata tanto scadente da provocare continuamente a chi la beveva rutti e singhiozzo. Il mattino dopo, continuava la leggenda, quando il Maresciallo Totz era andato a ispezionare il campo, aveva arricciato il suo naso di sangue blu dicendo: «È veramente insopportabile! La foresta intera ha il singhiozzo e puzza di birra!». Si diceva che quella fosse l’origine di un nome tanto insolito.

Che la leggenda avesse qualche fondamento poteva essere discutibile, ma in ogni caso quella non era una foresta come tutte le altre. Vi crescevano alberi giganteschi dal tronco bianco, di una specie che non si trovava più in nessun altro luogo della regione. Neppure nel ducato di Irukan, e neanche nella Repubblica Mercantile di Soan, dove tutti gli alberi erano stati abbattuti da tempo per costruire navi. Si diceva che molti boschi simili a quello esistevano ancora al di là delle Montagne Rosse, nella terra dei barbari, ma si sa che sui barbari si raccontano molte storie…

Un paio di secoli prima, nella foresta, era stato aperto un sentiero che portava alle miniere d’argento. In base alla legge feudale, la nobile famiglia dei Baroni di Pampa, discendenti da un camerata del Maresciallo Totz, ne aveva l’appalto. Secondo la legge feudale i Baroni di Pampa avrebbero dovuto pagare ai re di Arkanar solo dodici pud di argento puro all’anno. Così di solito tutti i nuovi re, subito dopo essere saliti al trono, si facevano venire in mente di reclutare un esercito e di marciare contro il Castello di Bau, residenza dei Baroni. Ma le mura del castello erano inespugnabili e i Baroni combattevano valorosamente. E ogni anno, come sempre, il regno di Arkanar doveva accontentarsi di dodici pud di argento puro. Dopo il ritorno dell’esercito, i re sconfitti dovevano confermare un’altra volta i diritti dei Baroni, tra cui quello di mettersi le dita nel naso sedendo alla tavola del Re, di cacciare nelle regioni occidentali di Arkanar, e infine di chiamare i principi per nome senza aggiungere il loro titolo.

La Foresta del Singhiozzo pullulava di segreti strani. Durante il giorno venivano inviati verso sud pesanti carichi di minerale d’argento. Ma di notte la strada era deserta, perché pochi osavano attraversarla alla luce delle stelle. Si raccontava che di notte l’uccello Siu cantasse sui rami dell’Albero Alto. Nessuno l’aveva mai visto, perché occhi umani non potevano vederlo, non essendo un uccello come tutti gli altri.

Si raccontava che dai rami degli alberi balzassero a terra grandi ragni pelosi che in un attimo succhiavano il sangue dal collo dei cavalli. Si raccontava anche che nella foresta si aggirasse il mostruoso drago primigenio Pech, coperto di squame enormi.

Ogni dodici anni generava un altro drago, e aveva dodici code sempre madide di sudore. Si diceva anche che qualcuno avesse visto con i suoi occhi, di giorno, la scrofa Y, maledetta da san Michele, che vagava gemendo e grugnendo lungo la strada. Era un feroce predatore, invulnerabile al ferro ma indifeso di fronte a un osso.

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