— Quante storie — commentò Mezzabarba. — Dì che ti piace la Bambola Nera e facciamola finita.
— Perché? Che cos'hai contro di lei? Vuoi che scenda in picchiata a bombardarti? Vuoi che coli a picco la tua vecchia carcassa?
Ma la battaglia aeronavale non ci fu. Penna d'Argento, con un semplice gesto della sua pipa, costrinse i contendenti a far pace. Il Pilota Seduto atterrò, fece salire la Bambola Nera sul suo aeroplano, la invitò ad allacciarsi la cintura di sicurezza e si levò nuovamente in volo, per atterrare definitivamente poco dopo sullo scendiletto della bambina Livia.
La Bambola Nera, al suo primo volo, si comportò con molto coraggio. In compagnia del Pilota Seduto, del resto, non avrebbe avuto paura nemmeno se le fosse toccato di gettarsi col paracadute.

Mezzabarba si mette a navigare
Alla fermata successiva toccò al Capitano Mezzabarba.
Ecco come andò. Il Motociclista alzò il braccio e fece arrestare la carovana.
— Casa di Marino Rossi — annunciò, senza nemmeno spegnere il motore.
— Marino? C'è un bambino che si chiama Marino? — si sentì esclamare. — Corpo di mille balene marinate! Questo tocca a me.
Avrete riconosciuto la voce di Mezzabarba, no?
— Se si chiama Marino gli deve piacere il mare. E se gli piace il mare gli occorre un bastimento. E se gli occorre un bastimento, ecco qua il due alberi più veloce e resistente del mondo. Amici, aiutatemi a sbarcare.
Per entrare in casa di Marino si dovevano salire tre gradini. L'Ingegnere Capo del Meccano costruì in un batter d'occhio una funicolare e il veliero vi salì a vele gonfie.
— Grazie, ora ci penso io — dichiarò Mezzabarba. — Andatevene pure per gli affari vostri. Ho fretta di dare un'occhiata alla mia sistemazione. Su, andate, che cosa aspettate? Corpo di mille balene lacrimogene, che cosa vi safta adesso?
Stavano tutti là, con le mani in mano e gli occhi rossi. Mezzabarba era caro a tutti. È vero che lanciava tanti accidenti, ma, come dice il proverbio, capitano che abbaia non morde.
— Noi stare tutti commossi — disse Penna d'Argento, levandosi la pipa di bocca.
— Commossi? Commossi? Che cosa vuol dire? Non capisco questa parola, e non ho un vocabolario per vedere che cosa significhi. Ed anche se avessi un vocabolario non avrei nessuna voglia di guardarlo.
Ma in realtà era commosso anche lui, il vecchio lupo degli oceani, il semibarbuto comandante del glorioso due alberi.
— Ci rivedremo — disse — la terra gira, o forse non avete studiato la geografia? Soltanto le montagne restano al loro posto. Ed io qui di montagne non ne vedo.
Ma tutti vollero restare a guardarlo fin che fu entrato in casa, trascinandosi dietro con le catene il due alberi, come se fosse un carrettino.
Con gli occhi abituati a scrutare le tempeste e i tifoni, Mezza-barba non faticò molto ad orientarsi nella stanza in cui era capitato. Vide subito, anzi, quel che gli occorreva: un bel catino, grande giusto per un due alberi, pieno d'acqua.
— Benone — disse Mezzabarba — voglio vedere che faccia farà domattina il nostro Marino, quando verrà qui di corsa per lavarsi. Sarà ancora mezzo assonnato, ci scommetto. Avrà ancora gli occhi chiusi e in principio non si accorgerà di nulla. Ficcherà le mani nel catino, con una gran paura di trovarci l'acqua fredda, e invece che cosa toccherà? Il più alto pennone della mia nave. Allora sì che spalancherà gli occhi. Ed io sarò lì pronto a fargli il saluto. Sono il Capitano Mezzabarba. dirò, e metto la mia flotta ai vostri ordini.
Così borbottando, aiutandosi con le catene dell'ancora, Mezza-barba varò il due alberi nel catino, e si lasciò dondolare placidamente nella bonaccia.
— Finalmente in acqua — mormorò allora soddisfatto. — La notte è serena, la neve è cessata, la stagione dei monsoni è ancora
lontana, non vedo pescicani né pirati: in attesa dell'alba posso schiacciare un pisolino.
E così fece.
E al suo risveglio andò tutto come aveva pensato.


Mezzabarba varò i due alberi nel catino e si lasciò dondolare placidamente nella bonaccia.
Storie meravigliose di una scatola di pastelli
Cosi, porta per porta, casa per casa, la nostra comitiva si andava assottigliando. Intere vetture della Freccia Azzurra erano ormai rimaste senza passeggeri. I pochi rimasti scorrazzavano su e giù per il treno, con grande scandalo del capitano, che intendeva far rispettare i regolamenti ferroviari.
— I viaggiatori non debbono attraversare le carrozze — diceva.
— Non sporgetevi dal finestrino perché è pericoloso.
— Chi ha il biglietto di terza non si faccia nemmeno vedere in prima, perché gli farò pagare la multa.
Ma tutti i suoi sforzi erano inutili. I passeggeri erano irrequieti come un treno di bambini di ritorno dalla colonia.
Ad ogni fermata qualcuno scendeva, trillavano gli addii, la corsa riprendeva.
Non è possibile raccontare una per una le storie di tutti i passeggeri della Freccia Azzurra. Ma si sa, per esempio, che i pezzi del Meccano — quelli che si erano salvati dal crollo del ponte nella pozzanghera — si allinearono al comando dell'Ingegnere Capo e in un batter d'occhio costruirono un mulino a vento sul letto del bimbo a cui erano toccati. Il bimbo, appena sveglio, smontò il mulino e si
fabbricò un bulldozer, cosi perfetto che l'Ingegnere Capo non trovò nulla da criticare.
Il Motociclista ebbe qualche noia al carburatore e dovette fermarsi: scelse la casa di un piccolo meccanico, di quelli che riparano le gomme delle biciclette, sperando che si intendesse anche di motori, e passò il taccuino con gli indirizzi al Macchinista della Freccia Azzurra, che finalmente potè guidare il treno a suo piacimento, senza dover marciare dietro la coda di un cane o il tubo di scappamento di una motocicletta.
Gli indiani e i cow-boys faticavano, ormai, a tener dietro alla Freccia Azzurra. Un treno non si stanca mai, questa è la questione: i cavalli invece ad un certo punto hanno bisogno di riposo. I cavalli degli indiani ce l'avrebbero forse fatta ancora a pesticciare la neve; ma i cavalli dei cow-boys non ne potevano più.
Così, quando arrivarono davanti ad una casupola che al posto dei vetri aveva dei giornalini a fumetti, di quelli dove si vedono sempre indiani e cow-boys, i nostri eroi si sentirono in patria. Smontarono da cavallo, entrarono nella stamberga e si accamparono su un pagliericcio disteso per terra, dove dormivano abbracciati due bambini piuttosto sporchi, ma dal viso allegro e simpatico anche nel sonno.
Non accesero i fuochi di campo per non incendiare il pagliericcio, ma drizzarono le loro tende, legarono i cavalli e si sdraiarono placidamente a dormire. Solo Penna d'Argento non dormì. I grandi capi indiani non dormono mai, continuano a fumare la pipa, notte e giorno, e pensano. Chissà che cosa pensano, perché parlano pochissimo: su dieci pensieri che fanno, nove li tengono per sé. Per questo diventano così saggi. C'è un proverbio indiano che dice: «Quelli che tacciono la sanno due volte più lunga dei chiacchieroni».
Sul treno restavano ormai soltanto il Capostazione, il Capotreno, il Macchinista e i pastelli, che erano usciti dalla scatola e occupavano uno scompartimento ciascuno. Così non si davano noia: perché, come sapete, i pastelli hanno le gambe lunghissime ed hanno bisogno di spazio. Nel taccuino degli indirizzi non restavano che due nomi: quello di un certo Franco e quello di un tal Roberto.
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