Il semaforo stava per diventare verde. Jack tolse la freccia a sinistra e sterzò bruscamente davanti a una macchina. Qualcuno suonò il clacson. «Marilyn? Sei ancora lì?»
«Come sempre.»
«Di' a Maddox da parte mia che arriverò tardi. Lo farai, vero? Starò via circa mezz'ora…E fagli le mie scuse, capito?»
Quel giorno, Greenwich le ricordava Parigi. Le auto schizzavano sulle gambe dei passanti, i negozi avevano i tendoni a righe blu abbassati e i negozianti osservavano la strada da dietro le vetrine, le facce illuminate da una strana luce verde, tropicale. Pedalava veloce, come se potesse liberarsi della sua ansia pungente espellendola col sudore.
A Lewisham il traffico era intenso, ma le fu facile trovare Brazil Street. I muratori, riparati sotto i ponteggi eretti intorno alla vecchia scuola, la salutarono con fischi di approvazione quando la videro passare in T-shirt e calzoncini. Becky lasciò la bicicletta nel parcheggio del numero 34, accanto alla Peugeot di Bliss. Suonò il campanello e rimase in attesa, ascoltando il ticchettio della pioggia sulla tettoia di plastica.
«Sì?» Bliss batté nervosamente le palpebre quando aprì la porta d'ingresso e se la ritrovò davanti. «Sì? Che vuoi?»
«Joni.» Rebecca si asciugò la faccia e guardò oltre le spalle dell'uomo, nell'appartamento. Un solitario palloncino verde, simile a un fantasma, fluttuava nel corridoio. «È qui? Voglio parlare con Jo…»
«Sì. Ti ho sentito. Cosa ti fa pensare che sia qui? Eh?»
«Non so… Talvolta finisce qui da te… Quand'è sbronza…»
«Hmm…»
«Ascolta, Malcolm…» disse lei, scuotendo la testa, esasperata. «È importante. Sai dov'è andata?»
«Pinky…» mormorò lui, muovendo la lingua sotto le labbra carnose, come se stesse masticando qualcosa. Poi si chiuse bene il cardigan, coprendo lo stomaco prominente, e proseguì: « Sai perfettamente che Joni non ha tempo per me».
«Va bene.» La ragazza sollevò le mani e si girò. Il suo vittimismo la irritava. «D'accordo, scusami. Se la vedi, dille di chiamarmi. È importante.»
Stava per appoggiare il piede sul pedale della mountain bike quando percepì che Bliss, sulla soglia, la stava ancora osservando. Allora sollevò lo sguardo. «Sì?»
«Io…» borbottò lui, lanciando un'occhiata furtiva alla strada, «…io non ho detto che non è qui. Non ho detto questo.»
Rebecca aggrottò le sopracciglia. «Scusa?»
«Hai frainteso quello che ho detto. » Bliss arretrò di un passo e indicò il corridoio. «Sta ancora dormendo. Entra, le dirò che sei qui.»
Rebecca riappoggiò lentamente la bici al muro. Dio mio, Malcolm, sei la persona più stramba che conosca. Davvero. E tornò verso la porta, scuotendo il capo.
Brazil Street era una via residenziale immersa nel verde, fiancheggiata da pruni che, in quel momento, gocciolavano di pioggia. Le case bifamiliari in stile vittoriano ostentavano graziosi vialetti d'entrata e giardini ampi, fitti di cespugli. Con i loro garage privati, le distese di caprifogli e le auto davanti all'ingresso, era facile capire che quelle case appartenevano a solide famiglie della buona borghesia. Jack parcheggiò la Jaguar all'inizio della strada e, con la giacca sopra la testa, seguì il complesso diagramma lasciato dai pneumatici sporchi d'argilla dei camion. Raggiunse così il cancello della Korner-Mackelson, oltre il quale c'erano due betoniere gialle, simili a leoni guardiani, una per parte. Poco più in là si scorgeva una scavatrice JBC con le fiancate piene di fango e rigate dalla pioggia. Il cantiere si estendeva per un centinaio di metri, fino all'angolo dell'edificio scolastico in mattoni rossi, dove svoltava bruscamente e continuava per circa mezzo chilometro lungo il margine dei giardini. Jack si appoggiò alla rete di protezione e osservò i muratori accalcati sotto le impalcature, che fumavano e bevevano caffè dai thermos, in attesa che la pioggia cessasse. Il semplice fatto di essere lì, così vicino a Birdman, forse addirittura prossimo a toccarlo, gli fece aumentare le pulsazioni. Con le prove della Scientifica sarebbe stato facile ottenere un mandato per aprire i file del personale dell'azienda; Marilyn avrebbe potuto confrontarli, mettere in pista HOLMES… Eppure, in quel momento, là sotto la pioggia, Jack gli era vicino. Mai nessuno gli era stato così vicino.
La tentazione, come sempre, era quella di prendere in mano la situazione, di agire subito senza aspettare, senza attenersi agli ordini. Ma Jack sapeva cosa avrebbe rischiato, oltrepassando quella linea. Si staccò dalla rete, si diresse verso la Jaguar, le scarpe e i calzini inzuppati, aprì la portiera, entrò, inserì le chiavi, poi improvvisamente, con un movimento rapido, ridiscese dall'auto.
Raggiunse una Polo verde parcheggiata dietro la sua macchina, e si chinò per osservare il parabrezza. Quindi si raddrizzò, si girò per guardare le automobili vicine e corse a esaminarle una a una: una Volvo, una Corsa e una vecchia Land-Rover.
Tutte erano parcheggiate lì da molto: sul parabrezza e sulla carrozzeria, la pioggia, mescolandosi con la polvere di cemento giunta dal cantiere, aveva formato un'intricata rete di linee.
Jack fece scorrere un dito lungo il bordo della portiera della Polo e lo esaminò per qualche istante, mentre i pensieri si susseguivano rapidi. Poi si voltò e guardò lungo Brazil Street.
La casa era umida e i pavimenti erano appiccicosi. Pareva che Bliss avesse acceso il riscaldamento in quella piovosa giornata quasi estiva. L'uomo era fermo in corridoio e, con le braccia allargate, le bloccò l'accesso alla parte posteriore dell'appartamento.
«No… Da questa parte, da questa parte. In cucina», esclamò, aprendo la porta.
«Va bene. Voglio solo parlare con Joni», rispose lei, facendo un passo per superarlo. «Non mi fermerò a lungo.»
Ma di nuovo l'uomo allargò le braccia. «Sì, sì… Da questa parte, entra, entra.»
Con un sospiro, Rebecca entrò. La cucina era calda e puzzava di latte acido. La condensa gocciolava dalle finestre e bagnava il davanzale punteggiato di mosche morte, che galleggiavano nell'acqua. Su un piccolo tavolo, fiancheggiato da tre sedie, spiccavano pile di piatti sporchi, una tazza di tè e varie scodelle, tutti ricoperti da una polvere fine, cinerea. Altre mosche svolazzavano sul soffitto.
Bliss prese una sedia e iniziò ad armeggiare, infilando il dito nella plastica rotta. «Non va bene, è rotta. Non posso farti sedere su una sedia rotta.» Dopo si mise a frugare in un cassetto. «Ecco qui.» Si voltò, tenendo in mano un nastro da pacchi, e ne cercò l'estremità con le unghie sporche. «Ho sempre avuto difficoltà con queste cose», borbottò, porgendole il rotolo. «Forse tu… Sai, le unghie.»
Rebecca emise un sospiro esasperato. «Dai qua.» Glielo prese di mano e staccò l'inizio del nastro con le unghie fragili, dopodiché glielo restituì. «Allora… Dov'è Joni?»
«Va bene! Va bene!» Bliss riparò velocemente lo squarcio nella sedia, infilò il rotolo nella tasca dei pantaloni e spinse la sedia verso di lei. «Vado! Vado!» Con le mani in alto, in un gesto di resa, uscì dalla stanza. Rebecca scorse la testolina schiacciata dell'uomo dietro la lunetta di vetro smerigliato posta sopra il lavandino. Stava considerando la possibilità di seguirlo in corridoio per fargli fretta, allorché quella strana faccia dalle labbra carnose riapparve al di là della lunetta e le mani si aggrapparono al vetro, facendola trasalire.
«Permetti?» Aprì il vetro di pochi centimetri, infilò il viso nella fessura e indicò il tavolo. «Ti dispiacerebbe passarmi la tazza di tè che le ho preparato? È laggiù, me n'ero scordato.»
«È sveglia?»
«Sì, sì. Ma vuole del tè. La tazza, per favore.»
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