Jack trasse un respiro profondo e si raddrizzò. Di solito si allontanava o, peggio ancora, rientrava in casa. Quella sera rimase immobile e fissò Penderecki negli occhi, senza perdere il controllo.
Non passarono treni. Non si udì nessun rumore. Riflesse nelle finestre della casa, le chiare nuvole della sera fluttuavano sopra gli alberi. Un gabbiano, allontanatosi dal Tamigi, volò in circolo sopra di loro, osservandoli. E poi lo sguardo di Ivan Penderecki vacillò.
Fu poco più di un fremito, ma Jack lo notò.
L'ago della bilancia si era finalmente mosso.
Sorrise. Sorrise lentamente, provando un intenso sollievo. Arretrò di un passo e, con un unico movimento fluido, staccò la tavola dai ganci. La trasportò fino alla staccionata, si fermò per assicurarsi che Penderecki stesse ancora guardando e la lanciò a circa tre metri nella boscaglia. Lungo la «pista della morte». L'ultimo luogo in cui aveva visto Ewan.
La tavola toccò il suolo, rimbalzò due volte, riapparendo sopra l'erba e le primule gialle, fece un ultimo volteggio e sparì fra il verde. Jack si pulì le mani e alzò nuovamente lo sguardo.
Bene.
L'espressione di Penderecki era cambiata.
L'uomo esitò un attimo, tamburellando sul recinto, muovendo gli occhi da lucertola da una parte all'altra. Poi, improvvisamente, si tirò le bretelle, sputò nella trincea della ferrovia, si pulì la bocca e, senza sollevare gli occhi, si allontanò dalla staccionata. Si voltò, la schiena rigida e le braccia immobili lungo i fianchi, e s'incamminò verso casa. Poi si chiuse accuratamente la porta alle spalle.
Oltre la trincea della ferrovia, Jack – con indosso il secondo vestito da funerale della sua vita e la camicia bagnata di sudore – capì che era finita. Abbassò il capo e si appoggiò al recinto, le dita abbarbicate al filo. Il battito del suo cuore rallentò. La sera lo avvolse.
Improvvisamente passò, rombando, un treno di pendolari, stipato d'impiegati che rientravano tardi dall'ufficio. Jack lo fissò, sorpreso, come se il treno fosse l'ultima cosa che si sarebbe aspettato di vedere su una ferrovia. Si sporse in avanti e guardò il giallo posteriore del treno rimpicciolire in lontananza. Quando scomparve sotto il ponte di Brockley, Jack continuò a guardare quel tenue scintillio, finché non seppe più se si trattava del cielo, della calura serale o di un gioco di luci.
Rientrò in casa, si tolse il vestito, fece una doccia e andò al Lewisham General.
Ringrazio tutto il personale dell'AMIP Thornton Health, soprattutto il commissario D. Reeve, il sergente S. Porter, l'agente M. Little, e anche il dottor Ian West del reparto di medicina legale del St. Thomas and Guy's, la dottoressa Elizabeth Wilson e Doug Stowton dei Forensic Science Services, nonché Ed Friedlander, patologo dell'University of Health Sciences, nel Kansas, che hanno dimostrato grande professionalità e mi hanno aiutata anche più del dovuto.
Un ringraziamento speciale va al detective capo Steve Gwilliam, per la pazienza e per la collaborazione dimostratemi.
Per l'amicizia e la fiducia ringrazio: Jimmy Brooks, Karen Catling, Rilke D, Linda Downing, Jon Fink, Jo Goldsworthy, Jane Gregory, Dave e Deborah Head, Sue e Michael Laydon, Michael Motley, Doreen Norman, Lisanne Radice e Sam Serafy. Grazie anche a Caroline Shanks, che anni fa mi ha salvato la vita, a Mairi Hitomi, che continua a farlo, alla mia meravigliosa, straordinaria famiglia, composta dalle persone più intraprendenti e colte che abbia mai incontrato. E, soprattutto, grazie a Keith Quinn.
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