Volodyk - Paolini2-Eldest
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«No, maestro.»
«E tu hai combattuto così?»
«Sì, maestro.»
Gli occhi di Oromis si oscurarono, mentre si chiudeva in se stesso, restando immobile sul prato. Riprese a parlare di getto. «Mi sono consultato con Arya, e lei sostiene che i Gemelli dei Varden avevano ricevuto l'ordine di esaminare le tue capacità. Hanno detto ad Ajihad che eri esperto in ogni sorta di incantesimo, compresi quelli di protezione. Né Ajihad né Arya hanno dubitato del loro giudizio.»
«Quei luridi vermi, cani rognosi, serpi dalla lingua biforcuta» imprecò Eragon. «Hanno cercato di farmi uccidere!» Passando alla propria lingua, proseguì con altri insulti più coloriti.
«Non appestare l'aria» lo ammonì Oromis. «Non serve... A ogni buon conto, sospetto che i Gemelli ti abbiano fatto scendere in battaglia senza difese non per farti uccidere, ma perché Durza ti catturasse vivo.»
«Cosa?»
«Secondo il tuo racconto, Ajihad sospettava che i Varden fossero stati traditi quando Galbatorix cominciò a colpire i loro alleati nell'Impero con mira infallibile. I Gemelli erano a conoscenza dell'identità dei collaboratori dei Varden. Inoltre ti hanno attirato nel cuore di Tronjheim, separandoti da Saphira, per spingerti tra le grinfie di Durza. Che fossero loro i traditori è l'unica spiegazione logica.»
«Che fossero i traditori» disse Eragon «ormai non conta più: sono morti e sepolti.»
Oromis inclinò il capo da un lato. «E sia. Arya sostiene che gli Urgali avevano degli stregoni nel Farthen Dùr e che ne ha combattuti molti. Nessuno di loro ti ha attaccato?»
«No, maestro.»
«Prova ulteriore del fatto che tu e Saphira dovevate essere catturati da Durza per essere portati da Galbatorix. Una trappola ben congegnata.»
Durante l'ora seguente, Oromis insegnò a Eragon una dozzina di metodi per uccidere, nessuno dei quali richiedeva più energia di quanta ne occorresse per sollevare una penna. Quando ebbe finito di memorizzare l'ultimo, a Eragon sovvenne un pensiero che lo fece sogghignare. «La prossima volta che incroceranno la mia strada, i Ra'zac non avranno scampo.»
«Non devi sottovalutarli» lo ammonì Oromis.
«Perché? Tre parole, e saranno morti stecchiti.» «Che cosa mangiano i martin pescatori?» Eragon lo guardò stupito. «Pesce, naturalmente.» «E se un pesce fosse più svelto e più intelligente dei suoi simili, riuscirebbe a sfuggire a un martin pescatore?» «Ne dubito» disse Eragon. «Almeno non per molto.» «Proprio come i martin pescatori sono fatti per essere i migliori cacciatori di pesce, i lupi sono i migliori cacciatori di cervi e altra selvaggina, e ogni animale possiede i requisiti più idonei a perseguire il suo obiettivo, anche i Ra'zac sono perfetti per predare gli umani. Sono i mostri annidati nel buio, i viscidi incubi che tormentano le notti della vostra razza.»
Eragon si sentì formicolare la nuca dall'orrore. «Che razza di creature sono?»
«Non sono elfi, né umani, né nani, né draghi, né bestie di terra, di cielo o di mare, né rettili, né insetti, né qualsiasi altra categoria di animali.»
Eragon emise una risatina nervosa. «Sono piante, allora?» «Nemmeno questo. Si riproducono deponendo le uova, come i draghi. Quando queste si schiudono, i piccoli, detti pupe, sviluppano un esoscheletro nero che ricorda vagamente le sembianze umane. È un'imitazione grottesca, ma sufficiente a convincere le vittime a farsi avvicinare dai Ra'zac senza destare allarme. In tutti gli aspetti in cui gli umani sono deboli, i Ra'zac sono forti. Riescono a vedere in una notte nuvolosa, a fiutare una traccia come un segugio, a saltare più in alto e a muoversi più in fretta. Tuttavia la luce forte li infastidisce e hanno una paura morbosa dell'acqua, perché non sanno nuotare. La loro arma più potente è il loro fiato pestilenziale, che annebbia la mente degli umani, rendendoli incapaci di reagire, anche se ha meno effetto sui nani e gli elfi ne sono immuni.»
Eragon rabbrividì al ricordo di quando aveva visto per la prima volta i Ra'zac a Carvahall, e di come era stato incapace di fuggire quando lo avevano scorto. «Mi sembrava di trovarmi dentro un incubo in cui volevo fuggire, ma non riuscivo a muovermi, per quanto mi sforzassi.»
«Una buona descrizione» disse Oromis. «Sebbene i Ra'zac non sappiano usare la magia, non bisogna sottovalutarli. Se sapessero che dai loro la caccia, non si mostrerebbero, ma rimarrebbero nell'ombra, dove sono più potenti, in attesa di tenderti un agguato come hanno fatto a Dras-Leona. Persino l'esperienza di Brom non è riuscita a proteggerlo da essi. Non essere mai troppo sicuro di te, Eragon. Non diventare arrogante, perché compiresti azioni avventate, e i tuoi nemici approfitterebbero della tua debolezza.»
«Sì, maestro.»
Oromis piantò i suoi occhi severi su di lui. «I Ra'zac restano pupe per vent'anni, finché maturano. Al sorgere della prima luna piena del loro ventesimo anno, si liberano dall'esoscheletro, dispiegano le ali ed emergono come adulti pronti a cacciare tutte le creature, non soltanto gli umani.»
«Perciò le cavalcature dei Ra'zac, quei mostri su cui volano, sono...»
«Sì, i loro genitori.»
Immagine di perfezione
finalmente ho capìto la natura dei miei nemici, pensò Eragon. Temeva i Ra'zac da quando erano comparsi a Carvahall, non soltanto per le loro azioni scellerate, ma perché sapeva ben poco di quelle creature. Nella sua ignoranza, aveva attribuito ai Ra'zac molti più poteri di quanti ne possedevano in realtà, e li aveva considerati con un timore quasi superstizioso. Incubi. Ma adesso che la spiegazione di Oromis li aveva spogliati della loro aura di mistero, non gli sembravano più così formidabili. Il fatto che fossero vulnerabili alla luce e all'acqua lo portava all'assoluta convinzione che al loro prossimo incontro avrebbe distrutto i mostri responsabili dell'uccisione di Garrow e di Brom. «Anche i loro genitori si chiamano Ra'zac?» domandò.
Oromis fece no con la testa. «Lethrblaka, li chiamiamo. E laddove la loro progenie è di mente limitata, sebbene astuta, i Lethrblaka possiedono l'intelligenza di un drago. Un drago crudele, malvagio e perverso.»
«Da dove vengono?»
«Con ogni probabilità, dai territori che i tuoi antenati abbandonarono. È facile supporre che siano state le loro scorrerie a costringere re Palancar a emigrare. Quando noi Cavalieri ci accorgemmo della nefanda presenza dei Ra'zac in Alagaèsia, facemmo del nostro meglio per estirparli, come facciamo con la ruggine delle foglie. Purtroppo il nostro successo fu parziale. Due Lethrblaka riuscirono a fuggire, e sono stati loro, insieme alle pupe, la causa delle tue sofferenze. Dopo aver ucciso Vrael, Galbatorix li rintracciò e strinse con loro un patto perché lo servissero in cambio di protezione e del permesso di servirsi a volontà del loro cibo preferito. Ecco perché Galbatorix consente loro di vivere vicino a Dras-Leona, una delle maggiori città dell'Impero.»
Eragon serrò la mascella. «La pagheranno.» E la pagheranno cara, se andrà come dico io.
«Già» convenne Oromis. Tornando al capanno, varcò il vano oscuro della porta e ricomparve portando una mezza dozzina di tavolette di ardesia, larghe mezzo piede e lunghe uno. Ne porse una a Eragon. «Lasciamo stare questi argomenti sgradevoli per un po'. Ho pensato che forse ti va d'imparare a realizzare un fairth. È un eccellente metodo per focalizzare i pensieri. La tavoletta è abbastanza impregnata di inchiostro per coprirla con qualsiasi combinazione di colori. Ti basta quindi concentrarti sull'immagine che desideri catturare e dire "Quello che vedo con l'occhio della mente sia replicato sulla superficie di questa tavoletta".» Mentre Eragon osservava la lastra, Oromis indicò la radura. «Guardati intorno, Eragon, e trova qualcosa che valga la pena di preservare.»
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