Volodyk - Paolini2-Eldest
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Le labbra di Oromis si arcuarono in un debole sorriso. «Ahimè, hai toccato la più grande debolezza degli elfi: la nostra vanità. Noi amiamo la bellezza in tutte le sue forme, e cerchiamo di rappresentare quell'ideale nel nostro aspetto. Per questo siamo chiamati il Leggiadro Popolo. Ogni elfo appare esattamente come desidera. Quando gli elfi imparano le formule per far crescere e plasmare la materia vivente, spesso scelgono di modificare il proprio aspetto per meglio riflettere la propria personalità. Alcuni elfi sono andati oltre i meri cambiamenti estetici e hanno alterato la propria anatomia per adattarsi ai diversi ambienti, come vedrai durante la Celebrazione del Giuramento di Sangue. Spesso sono più animali che elfi.
«Tuttavia, trasferire il potere a una creatura vivente è diverso che farlo con un oggetto inanimato. Sono pochi i materiali adatti a immagazzinare energia; la maggior parte o la disperdono troppo presto o si caricano di una tale forza che alla minima sollecitazione sprigionano un fulmine. I materiali migliori che abbiamo trovato a questo scopo sono le pietre preziose. I quarzi, le agate e le altre pietre semipreziose non sono efficienti quanto, diciamo, un diamante, ma qualunque gemma va bene. Ecco perché le spade dei Cavalieri hanno sempre una gemma incastonata nel pomo. Ed ecco perché la catena che ti hanno dato i nani, fatta interamente di metallo, deve attingere alla tua energia per alimentare il suo incantesimo, poiché non può conservare energia da sé.»
Quando non era con Oromis, Eragon integrava la sua istruzione leggendo i molti rotoli che l'elfo gli aveva dato, abitudine che ben presto gli divenne irrinunciabile. Era cresciuto con Garrow, che gli aveva insegnato quel tanto che bastava a mandare avanti una fattoria. Le informazioni che scoprì sulle sconfinate distese di carta lo impregnarono come la pioggia impregna un arido deserto, saziando una sete prima sconosciuta. Divorò testi di geografia, biologia, anatomia, filosofia e matematica, e poi memoriali, biografie e storie. Più importante dell'assimilazione dei fatti nudi e crudi fu la scoperta di modi alternativi di pensare, che sfidavano le sue convinzioni e lo costringevano a riesaminare le sue certezze su ogni argomento, dai diritti dell'individuo in seno alla società a ciò che fa muovere il sole nel cielo. Notò che un certo numero di rotoli riguardavano gli Urgali e la loro cultura. Li lesse, ma non ne fece parola, né Oromis accennò all'argomento.
Grazie ai suoi studi, Eragon imparò molto anche sugli elfi, oggetto che lo interessava particolarmente perché avrebbe potuto aiutarlo a comprendere meglio Arya. Rimase sorpreso nell'apprendere che gli elfi non si univano in matrimonio, ma sceglievano un compagno per il tempo desiderato, che fosse un giorno oppure un secolo. I figli erano rari, e avere un bambino era considerato dagli elfi il più grande pegno d'amore.
Eragon imparò anche che da quando le due razze si erano incontrate, erano esistite soltanto pochissime coppie miste, composte soprattutto da Cavalieri umani che avevano trovato un compagno adeguato fra gli elfi. Tuttavia, da quanto riuscì a capire dai criptici archivi, la maggior parte delle relazioni era finita in tragedia, o perché gli amanti non erano riusciti a continuare la relazione, o perché gli umani invecchiavano e morivano mentre gli elfi erano immuni dalle devastazioni del tempo.
Oltre ai testi di carattere non narrativo, Oromis gli fornì copie delle più grandi ballate, poesie e composizioni epiche degli elfi, che catturarono l'immaginazione di Eragon. Le uniche storie che conosceva erano quelle che Brom recitava a Carvahall: perciò assaporò l'epica come un pasto prelibato, gustando a poco a poco Le Gesta di Cèda o La Ballata di Umhodan per prolungare il piacere.
L'addestramento di Saphira procedeva di pari passo. Grazie al loro legame mentale, Eragon vide come Glaedr la sottoponeva a un regime di allenamento duro quanto il suo: decolli con l'impaccio di un peso, scatti di potenza, voli in picchiata e altre acrobazìe. Allo scopo di sviluppare la resistenza, per ore intere Glaedr la costrinse a sputare fuoco contro un pilastro di roccia naturale, nel tentativo di scioglierlo. All'inizio Saphira riusciva a mantenere le fiamme soltanto per qualche minuto di seguito, ma ben presto la lunga vampa di fuoco ruggì dalle sue fauci per mezz'ora ininterrotta, arroventando il pilastro. Eragon apprese anche le tradizioni orali dei draghi che Glaedr insegnò a Saphira, dettagli sulla vita e sulla storia dei draghi che integravano la sua conoscenza istintiva. La maggior parte era incomprensibile per Eragon, e sospettava che Saphira gli nascondesse qualcosa, segreti della sua razza che i draghi non condividevano con nessuno. Una cosa riuscì ad afferrare, una cosa che Saphira riteneva molto preziosa, ossia il nome di suo padre, Iormùngr, e di sua madre, Vervada, che significa Squarciatempeste. Mentre Iormùngr era legato a un Cavaliere, Vervada era una dragonessa selvatica che aveva deposto molte uova, ma ne aveva affidato soltanto uno ai Cavalieri: Saphira. Entrambi erano morti durante la caduta dei Cavalieri.
Certi giorni Eragon e Saphira volavano con Oromis e Glaedr, allenandosi in combattimenti aerei o visitando rovine nascoste nel cuore della Du Weldenvarden. Altri giorni invertivano i ruoli, ed Eragon accompagnava Glaedr, mentre Saphira restava sulla rupe di Tel'naeir con Oromis.
Ogni mattina Eragon si allenava alla scherma con Vanir, e ogni mattina, senza eccezione, subiva uno o più attacchi alla schiena. Per colmo di misura, l'elfo continuava a trattare Eragon con sprezzante condiscendenza; gli scoccava occhiate oblique che in apparenza non eccedevano mai i confini della cortesia, e si rifiutava di arrabbiarsi, per quanto Eragon lo provocasse. Eragon odiava lui e le sue maniere gelide e controllate. Sembrava che Vanir lo insultasse con ogni movimento. E i compagni di Vanir - che, a un primo giudizio, erano di una generazione più giovane di elfi - condividevano il suo velato disprezzo per Eragon, anche se non mostrarono mai altro che rispetto per Saphira. La loro rivalità raggiunse il culmine quando, dopo aver sconfitto Eragon sei volte di fila, Vanir abbassò la spada e disse: «Sei ancora morto, Ammazzaspettri. Che noia. Vuoi davvero continuare?» Il suo tono indicava che sarebbe stato inutile.
«Certo» grugnì Eragon. Aveva già sofferto di un attacco alla schiena, e non aveva voglia di chiacchiere. Eppure quando Vanir disse: «Dimmi, sono curioso: come hai fatto a uccidere Durza quando sei così lento? Non riesco proprio a capirlo» Eragon si sentì costretto a rispondere: «L'ho colto di sorpresa.»
«Perdonami; avrei dovuto immaginare che c'era qualche trucco.»
Eragon strinse i denti. «Se io fossi un elfo e tu un umano, non avresti scampo con la mia lama.»
«Può darsi» ribatte Vanir. Riprese la posizione e nel giro di tre secondi e due fendenti disarmò Eragon. «Ma non credo. Non dovresti vantarti davanti a uno spadaccino migliore di te, altrimenti potrebbe decidere di punirti per la tua impudenza.»
Eragon perse le staffe e attìnse al torrente di magia che scorreva nel suo profondo. Liberò l'energia repressa con una delle dodici parole minori del legare, gridando: «Malthinae!» per incatenare le gambe e le braccia di Vanir e chiudergli la bocca perché non potesse pronunciare un controincantesimo. L'elfo sgranò gli occhi, offeso.
Eragon disse: «E tu non dovresti vantarti con uno che è più esperto di te nelle arti magiche.»
Le sopracciglia scure di Vanir s'incresparono.
Senza una mossa o un sussurro, una forza invisibile colpì Eragon al petto, mandandolo a finire sul prato, a dieci iarde di distanza. Il brusco impatto col terreno lo lasciò senza fiato, e turbò il controllo che Eragon esercitava sull'incantesimo, liberando Vanir. Come ha fatto?
Marciando verso di lui, Vanir disse: «La tua ignoranza ti tradisce, umano. Non sai di cosa stai parlando. E pensare che sei stato scelto per succedere a Vrael, che ti sono stati concessi i suoi alloggi, che hai avuto l'onore di servire il Saggio Dolente...» Scosse il capo. «Mi viene la nausea al pensiero che tali privilegi siano stati concessi a una persona così indegna. Non capisci nemmeno che cosa sia o come funzioni la magia.»
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