Volodyk - Paolini2-Eldest
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Quando Orik se ne fu andato, Oromis si sollevò l'orlo della tunica, s'inginocchiò e cominciò a raccogliere i pezzi della tavoletta. Eragon lo guardava, incapace di muoversi.
«Perché?» chiese nell'antica lingua.
«Può darsi» rispose Oromis «che Arya si sia spaventata.»
«Spaventata? Lei non si spaventa mai.» Nello stesso momento in cui pronunciava quelle parole, Eragon si accorse che non era del tutto vero. Arya era soltanto capace di nascondere la paura meglio degli altri. Cadde in ginocchio, prese un pezzo del fairth e lo mise nel palmo di Oromis. «Perché l'avrei spaventata?» chiese. «Ti prego, dimmelo.» Oromis si alzò e si avvicinò alla sponda del ruscello, dove sparse i frammenti di ardesia sui sassi, lasciando che la polvere grigia gli scorresse via dalle dita. «I fairth mostrano soltanto quello che tu vuoi che mostrino. È possibile mentire, con essi, creare una falsa immagine, ma per farlo è necessaria un'abilità che tu ancora non possiedi. Arya lo sa. E perciò sa anche che il tuo fairth era una fedele rappresentazione dei tuoi sentimenti per lei.»
«Ma perché questo dovrebbe spaventarla?»
Oromis sorrise mesto. «Perché rivela l'intensità della tua infatuazione per lei.» Congiunse le mani, portandosi gli indici alle labbra. «Analizziamo insieme la situazione, Eragon. Sebbene tu sia abbastanza grande da essere considerato un uomo fra la tua gente, ai nostri occhi tu non sei che un bambino.» Eragon si adombrò, ripensando alle parole di Saphira la sera prima. «Di norma, non metterei mai a confronto l'età di un umano con quella di un elfo, ma poiché tu condividi la nostra longevità, devi essere giudicato anche secondo i nostri criteri.
«E sei un Cavaliere. Noi contiamo su di te per sconfiggere Galbatorix; potrebbe essere una catastrofe per ogni abitante di Alagaésia se venissi distratto dai tuoi studi.
«Quindi» proseguì Oromis «come avrebbe dovuto reagire Arya davanti al tuo fairth? È più che evidente che tu la consideri in una luce romantica, ma, per quanto non abbia dubbi che Arya ti sia affezionata, una relazione fra voi due è impossibile, a causa della tua giovane età, della tua cultura, della tua razza e delle tue responsabilità. Il tuo interesse ha posto Arya in una posizione imbarazzante. Non osa affrontarti a cuore aperto, per paura di distrarti dal tuo addestramento. Ma come figlia della regina, non può nemmeno ignorarti e rischiare di offendere un Cavaliere, specie uno da cui tanto dipende... Anche se fossi un compagno adatto, Arya si asterrebbe dall'incoraggiarti, affinchè tu possa dedicare tutte le tue energie al compito che ti attende. Sacrificherebbe la propria felicità per il bene supremo.» La voce di Oromis si fece più profonda. «Devi capire, Eragon, che eliminare Galbatorix è più importante di qualsiasi persona. Nient'altro conta.» Fece una pausa, il suo sguardo si addolcì, poi aggiunse: «Date le circostanze, è così strano che Arya abbia paura che i tuoi sentimenti per lei possano mettere a repentaglio tutto quello per cui abbiamo lavorato?» Eragon scosse il capo. Si vergognava del proprio comportamento, che aveva messo a disagio Arya e si era dimostrato sventato e infantile. Avrei potuto evitare tutto questo pasticcio se mi fossi saputo controllare.
Sfiorandogli una spalla, Oromis lo guidò nel capanno. «Non pensare che io sia privo di compassione, Eragon. Prima o poi, nella vita, tutti sperimentano ardori come i tuoi. Fa parte della crescita. So anche che ti è difficile rinunciare ai consueti piaceri della vita, ma è necessario, per vincere.»
«Sì, maestro.»
Si sedettero al tavolo della cucina, e Oromis cominciò a disporre il materiale per scrivere perché Eragon si esercitasse con la Liduen Kvaedhi. «Sarebbe irragionevole da parte mia aspettarmi che tu dimentichi la tua infatuazione per Arya, ma mi aspetto che tu le impedisca di interferire di nuovo con i miei insegnamenti. Me lo prometti?» «Sì, maestro, te lo prometto.»
«E quanto ad Arya? Secondo te qual è la cosa più onorevole da fare in merito alla situazione?»
Eragon esitò. «Non voglio perdere la sua amicizia.»
«No.»
«Perciò... andrò da lei, le porgerò le mie scuse, e le garantirò che un episodio del genere non si ripeterà mai più.» Gli fu difficile pronunciare quelle parole, ma quando lo ebbe fatto, provò sollievo, come se aver riconosciuto il proprio errore lo avesse liberato.
Oromis parve compiaciuto. «Già questo dimostra che sei maturato.»
I fogli di carta erano lisci al tatto mentre Eragon li appiattiva sul tavolo. Fissò la bianca distesa, poi intinse un calamo nell'inchiostro e cominciò a trascrivere una colonna di glifi. Ogni linea intricata era come un raggio notturno sulla carta, un abisso nero in cui avrebbe desiderato perdersi per tentare di dimenticare i suoi confusi sentimenti.
L'Obliatore
Il mattino seguente, Eragon andò in cerca di Arya per scusarsi. La cercò per oltre un'ora, senza esito. Era come se fosse svanita in uno dei tanti anfratti nascosti di Ellesméra. La intravvide per un attimo mentre sostava davanti all'ingresso del Palazzo di Tialdari e la chiamò, ma lei sgusciò via prima che lui avesse il tempo di raggiungerla. Mi sta evitando, si rese conto, alla fine.
Col passare dei giorni, Eragon si dedicò alle lezioni di Oromis con uno zelo che l'anziano Cavaliere trovò encomiabile, impegnandosi negli studi al fine di distrarsi dal pensiero di Arya.
Notte e giorno si sforzava di fare del suo meglio. Mandò a memoria le parole del fare, del legare e dell'evocare; apprese i veri nomi delle piante e degli animali; studiò i pericoli della transmutazione; imparò a richiamare il vento e il mare; e si impegnò a sviluppare le miriadi di altre capacità necessarie a comprendere le forze del mondo. Negli incantesimi che riguardavano grandi energie - come la luce, il calore e il magnetismo - eccelleva, poiché possedeva il talento per giudicare con precisione quanta forza richiedesse una determinata azione e se superasse quella del suo corpo. Di tanto in tanto, Orik veniva ad assistere, restando in disparte senza commentare, mentre Oromis insegnava a Eragon, oppure Eragon si esercitava da solo in un incantesimo particolarmente difficile.
Oromis gli propose diverse sfide. Lo costrinse a cucinare con la magia, per insegnarli un più sottile controllo della negromanzia; i primi tentativi di Eragon ebbero come risultato una poltiglia bruciacchiata. L'elfo mostrò a Eragon come individuare e neutralizzare veleni di ogni sorta e, da quel momento in poi, Eragon dovette ispezionare ogni volta il cibo in cerca dei diversi veleni che Oromis avrebbe potuto propinargli. Capitò che Eragon restasse senza mangiare per non essere stato in grado di trovare il veleno o, non essendo riuscito a neutralizzarlo, per ben due volte ebbe male allo stomaco e il vecchio elfo dovette guarirlo. Oromis gli fece formulare diversi incantesimi simultaneamente; era necessario un enorme sforzo di concentrazione per dirigere gli incantesimi verso i rispettivi bersagli e impedir loro di spostarsi fra i diversi oggetti che Eragon voleva influenzare.
Oromis dedicò lunghe ore all'arte d'impregnare la materia di energia, per liberarla al momento opportuno o per conferire a un oggetto particolari attributi. Disse: «È in questo modo che Rhunòn stregò le spade dei Cavalieri perché non perdessero mai il filo o si rompessero; che facciamo crescere le piante cantando; che una trappola può essere messa in una scatola, per scattare solo quando la scatola viene aperta; che noi e i nani fabbrichiamo le Erisdar, le nostre lanterne; che puoi guarire un ferito... solo per citare alcuni esempi. Questi sono gli incantesimi più potenti, perché possono giacere dormienti per mille anni e oltre, e sono difficili da percepire o deviare.»
Eragon chiese: «Si può usare questa tecnica per alterare il corpo, o è troppo pericoloso?»
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