Volodyk - Paolini2-Eldest

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I primi soggetti che Eragon notò gli parvero troppo ovvi, troppo banali: un giglio giallo vicino ai suoi piedi, il capanno di Oromis, il ruscello, e il panorama. Non c'era niente di particolare. Non c'era niente che avrebbe fornito all'osservatore un'introspezione del soggetto del fairth o di chi lo aveva creato. Le cose che cambiano e vanno perdute, ecco cosa vale la pena di preservare, pensò. Il suo sguardo si posò sui germogli verde pallido che crescevano sulla punta dei rami di un albero, e poi sulla profonda, stretta ferita che marchiava il tronco dove una tempesta aveva spezzato un ramo, portando via un pezzo di corteccia. Gocce di resina trasparente incrostavano la cicatrice, catturando e rifrangendo la luce.

Eragon si dispose a fianco del tronco, perché le galle rotonde della linfa rappresa dell'albero sporgessero di profilo, incorniciate da un ventaglio di nuovi aghi. Poi fissò la scena nella sua mente meglio che potè e mormorò la formula magica.

La superficie della tavoletta grigia s'illuminò di lampi di colore, che si mescolavano per produrre la giusta gamma di sfumature. Quando alla fine i pigmenti cessarono di muoversi, Eragon si ritrovò a guardare una strana copia di quanto aveva voluto riprodurre. La linfa e gli aghi erano resi con vibranti e precisi dettagli, mentre tutto il resto era sfuocato e scuro, come visto attraverso le palpebre socchiuse. Era lontano mille miglia dalla limpidezza universale del fairth di Ilirea che aveva realizzato Oromis.

A un cenno dell'elfo, Eragon gli porse la tavoletta. Oromis la studiò per un minuto, poi disse: «Hai un insolito modo di pensare, Eragon-finiarel. La maggior parte degli umani ha difficoltà a raggiungere la giusta concentrazione per creare un'immagine riconoscibile. Tu, d'altro canto, osservi con attenzione minuziosa tutto quello che ti interessa, ma il tuo fuoco è ristretto. È lo stesso problema che hai con la meditazione. Devi rilassarti, allargare il campo della tua visuale, e lasciarti assorbire da tutto quello che ti circonda senza giudicare che cosa è importante e che cosa no.» Mettendo da parte la lastra, Oromis ne raccolse una seconda da terra e la porse a Eragon. «Riprova...»

«Salve, Cavaliere!»

Sorpreso, Eragon si volse e vide Orik e Arya sbucare fianco a fianco dalla foresta. Il nano sventolò il braccio per salutarlo. La sua barba era rasata di fresco e intrecciata, i capelli tirati indietro in una coda ordinata, e indossava una nuova tunica - dono degli elfiche era rossa e marrone, e ricamata con fili d'oro. Il suo aspetto non conservava alcuna traccia delle miserevoli condizioni della notte precedente.

Eragon, Oromis e Arya si scambiarono il saluto tradizionale, poi, abbandonando l'antica lingua, Oromis chiese: «A cosa devo l'onore di questa visita? Siete entrambi i benvenuti nella mia dimora, ma come potete vedere sono impegnato con Eragon in una lezione, ed è molto importante.»

«Ti porgo le mie scuse per averti importunato, Oromiselda» disse Arya, «ma...»

«La colpa è mia» intervenne Orik. Scoccò una rapida occhiata a Eragon prima di continuare. «Sono stato mandato qui da Rothgar per assicurarmi che Eragon riceva la dovuta istruzione. Non ho dubbi al riguardo, ma sono obbligato ad assistere con i miei stessi occhi, affinchè, quando tornerò a Tronjheim, io possa riferire al re quanto e avvenuto.» Oromis disse: «Ciò che insegno a Eragon non dev'essere divulgato ad altri. I segreti dei Cavalieri riguardano lui soltanto.»

«Comprendo benissimo. Tuttavia viviamo in tempi incerti; la pietra che un tempo era salda e solida, adesso è instabile. Dobbiamo adattarci per sopravvivere. Molto dipende da Eragon, e pertanto noi nani abbiamo il diritto di verificare che il suo addestramento proceda come promesso. Non ritieni che la nostra richiesta sia ragionevole?» «Ben detto, mastro nano» disse Oromis. Si tamburellò le dita fra loro, imperscrutabile come sempre. «Presumo quindi che sia una questione di dovere per te.»

«Dovere e onore.»

«E niente ti farà recedere dalla tua posizione?»

«Temo di no, Oromis-elda» disse Orik.

«E sia. Puoi restare a guardare per tutta la durata di questa lezione. Dopo ti riterrai soddisfatto?» Orik aggrottò la fronte. «Lavorate da molto?»

«Abbiamo appena iniziato.»

«In questo caso sì, mi riterrò soddisfatto. Per il momento, almeno.»

Mentre i due parlavano, Eragon cercava di incrociare lo sguardo di Arya, ma lei aveva occhi soltanto per Oromis. «... Eragon!»

Il giovane trasalì, immerso com'era nelle proprie fantasticherie. «Sì, maestro?»

«Non ti distrarre, Eragon. Voglio che tu faccia un altro fairth. Tieni la mente aperta, come ti ho detto prima.» «Sì, maestro.» Eragon prese la tavoletta, le mani un po' sudate al pensiero che Orik e Arya avrebbero giudicato il suo lavoro. Voleva fare qualcosa di bello per dimostrare che Oromis era un buon maestro. Tuttavia non riusciva a concentrarsi sugli aghi di pino e sulla linfa; Arya lo attirava come una calamita, rubandogli l'attenzione ogni volta che tentava di pensare a qualcos'altro.

Alla fine si rese conto che era inutile resistere all'attrazione. Compose un'immagine di lei nella mente - che gli richiese non più tempo di un battito di cuore, poiché conosceva i suoi lineamenti meglio dei proprie formulò l'incantesimo nell'antica lingua, riversando tutta la sua adorazione, il suo amore, e la sua paura nel flusso della magia. Il risultato lo lasciò esterrefatto.

Il fairth ritraeva la testa e le spalle di Arya su uno sfondo nero e indistinto. Un raggio di luce la colpiva da destra, e lei guardava l'osservatore con occhi saggi; appariva non come era, ma come lui la pensava: misteriosa, esotica, la più bella donna che avesse mai visto. Ancora una volta era un fairth imperfetto, con troppe zone d'ombra, ma possedeva una tale intensità e una tale passione che turbò Eragon nel profondo. È così che la vedo? Chiunque fosse quella donna, era così saggia, così potente, così affascinante da consumare qualunque uomo di minore fermezza.

Da una grande distanza, sentì Saphira sussurrare: Sta' attento...

«Cos'hai fatto, Eragon?» gli chiese Oromis.

«Io... non lo so.» Eragon esitò quando Oromis tese la mano per prendere il fairth, riluttante a lasciare che gli altri esaminassero il suo lavoro, specie Arya. Dopo una lunga, terrificante pausa, Eragon aprì le dita dalla tavoletta e la lasciò a Oromis.

L'espressione dell'elfo si fece sempre più severa con il passare dei minuti, mentre esaminava il fairth. Poi guardò Eragon, che tremò sotto il peso del suo sguardo. Infine, senza dire una parola, Oromis passò la lastra ad Arya. I capelli le piovvero sul viso quando chinò il capo sulla tavoletta, ma Eragon vide i nervi e le vene gonfiarsi sulle sue mani nello stringere la lastra. Tremava nella sua stretta. «Be', cos'è?» chiese Orik.

Alzando il fairth sopra la testa, Arya lo scagliò sul terreno, fracassando il ritratto in mille pezzi. Poi raddrizzò le spalle e con grande dignità oltrepassò Eragon, percorse la radura e si allontanò nel cuore aggrovigliato della Du Weldenvarden.

Orik raccolse uno dei frammenti di ardesia. Era grigio. L'immagine era svanita quando la lastra si era infranta. Il nano si lisciò la barba. «In tutti gli anni che la conosco, Arya non si è mai arrabbiata così. Mai. Cos'hai fatto, Eragon?» Confuso, Eragon rispose: «Un suo ritratto.» Orik si accigliò, perplesso. «Un ritratto? E perché mai...» «Credo sia meglio che tu te ne vada, a questo punto» disse Oromis. «La lezione è finita, comunque. Torna domani, o il giorno dopo ancora, se vuoi farti un'idea migliore dei progressi di Eragon.»

Il nano guardò Eragon, poi annuì e si spazzolò il terriccio dalle mani. «Sì, credo che lo farò. Ti ringrazio per il tempo che mi hai dedicato, Oromis-elda. L'ho apprezzato molto.» Mentre tornava a Ellesméra, si rivolse a Eragon da sopra una spalla. «Sarò nella sala comune del Palazzo di Tialdari, se vorrai parlarmi.»

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