Volodyk - Paolini2-Eldest

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«Entra» disse Eragon nella sua lingua. Chiuse la botola. «Ti prenderai un malanno lì fuori.»

Orik guardò Eragon con occhi rotondi e infossati. «Non ti ho mai visto nel mio eremo frondoscio, mai, dico. Mi hai abbandonato in compagnia degli elfi... una compagnia avvilente e noioscia, credi a me.»

Eragon nascose una punta di rimorso dietro un sorriso goffo. Vero, si era dimenticato del nano, con tutte le cose che aveva avuto da fare. «Mi dispiace di non essere venuto a cercarti, Orik, ma i miei studi mi tengono molto occupato. Coraggio, dammi il mantello.» Mentre aiutava il nano a liberarsi dal mantello marrone, gli chiese: «Che cosa stai bevendo?»

«Faelnirv» dichiarò il nano. «Che pozione meraviglioscia e corroborante. La migliore e più grande delle invenzioni elfiche; ti da il dono della favella. Le parole ti scorrono dalla lingua come banchi di alìci argentee, come stormi di leggiadri colibrì, come fiumi di scierpenti scinuosi.» Fece una pausa, sorpreso anche lui dalla magnificenza delle proprie similitudini. Quando Eragon lo sospinse in camera da letto, Orik salutò Saphira levando la bottiglia e disse: «Scialute a te, Zannediferro. Che le tue squame posciano brillare come i carboni della forgia di Morgothal.»

Salute a te, Orik, disse Saphira, appoggiando la testa sul bordo della pedana. Cosa ti ha ridotto in questo stato? Non è da te. Eragon ripetè la domanda ad alta voce.

«Coscia mi ha ridotto in questo stato?» disse Orik. Si lasciò cadere sulla sedia che Eragon gli offrì - i suoi piedi dondolavano a due palmi da terra - e cominciò a scuotere il capo. «Questo si fa, quest'altro non si fa, elfi qui ed elfi là. Sto annegando in un mare di elfi e nella loro stramaledetta cortescia. Non hanno sciangue nelle vene. Non parlano mai. Sci, scignore. No, scignore. Tre sciacchetti, scignore. Ma questo è il massimo che sciono riuscito a cavargli.» Guardò Eragon con un'espressione afflitta. «Che devo fare mentre tu gei occupato con quel tuo addestramento? Restare sceduto a rigirarmi i pollisci mentre divento pietra e raggiungo gli spiriti dei miei antenati? Dimmelo, sciaggio Cavaliere.»

Non hai qualche passatempo o interesse con cui tenerti occupato? chiese Saphira.

«Sì» rispose Orik, «non me la cavo male come fabbro, ma a chi vuoi che interesci? Perché dovrei fabbricare armi e armature per gente che non le scia apprezzare? Sciono inutile, qui. Inutile come una Feldùnost senza una zampa.» Eragon tese una mano verso la bottiglia. «Posso?» Orik fece guizzare gli occhi fra lui e la bottiglia, poi sogghignò e gliela diede. Il faelnirv era freddo come il ghiaccio mentre scorreva lungo la gola di Eragon, pungente e vivificante. Dopo una seconda sorsata, restituì la bottiglia a Orik, contrariato per quanto poco ne era rimasto. «E quali trucchetti» chiese Orik, «sciete riusciti a imparare da Oromisc nei vostri bucolici incontri?» Il nano alternò sonore risate e cupi borbottii mentre Eragon gli descriveva l'addestramento, la benedizione sbagliata nel Farthen Dùr, l'albero di Menoa, il dolore alla schiena, e tutto quello che era successo negli ultimi giorni. Eragon terminò con l'argomento che gli stava più a cuore: Arya. Reso audace dal liquore, confessò il suo affetto per lei e gli descrisse come l'elfa aveva ignorato le sue avance.

Agitando un dito sotto il naso di Eragon, Orik disse: «La roccia sotto i tuoi piedi è argilloscia, ragazzo. Non sfidare il destino. Arya...» S'interruppe, poi brontolò e bevve un altro sorso di faelnirv. «Ah, è troppo tardi per queste cosce. Chi sciono io per dire coscia è giusto e coscia no?»

Saphira aveva già chiuso gli occhi da un pezzo. Senza aprirli, domandò: Sei sposato, Orik? La domanda sorprese Eragon; lui non si era mai soffermato sugli aspetti personali della vita di Orik.

«Età» rispose il nano. «Anche se sciono promescio alla bella Vedrà, figlia di Thorgerd Monocolo e Himinglada. Dovevamo sposciarci in primavera, ma poi gli Urgali ci hanno attaccati e Rothgar mi ha spedito in questo maledetto viaggio.»

«Appartiene al Dùrgrimst Ingietum?» chiese Eragon.

«Naturale!» ruggì Orik, picchiando un pugno sul bracciolo della sedia. «Pensi che sposcerei una che non è del mio clan? È la nipote di mia zia Vardrùn, cugina di scecondo grado di Rothgar, con polpacci bianchi e rotondi e lisci come la scieta, guance roscie come mele. È la più bella nana che scia mai escistita.»

Senza dubbio, commentò Saphira.

«Sono sicuro che la rivedrai presto» disse Eragon.

«Hmf.» Orik fissò Eragon. «Credi nei giganti? Giganti alti, giganti forti, giganti grosci e barbuti con dita come badili?» «Non li ho mai visti» disse Eragon. «Ne ho sentito parlare solo nelle leggende. Se esistono, non sono in Alagaésia.» «Invece escistono, eccome!» esclamò Orik, scuotendo la bottiglia. «Dimmi, Cavaliere. See un terribile gigante ti incontrasele per strada, come ti chiamerebbe, see non cena?»

«Eragon, suppongo.»

«No. No. Ti chiamerebbe nano, perché un nano sciaresti per lui.» Orik ridacchiò e diede di gomito a Eragon nelle costole. «Capisci? Gli umani e gli elfi sciono i giganti. La terra pullula di giganti, che calpestano tutto con i loro enormi piedi, oscurandoci con le loro ombre sconfinate.» Continuò a ridere, dondolandosi sulla sedia fino a perdere l'equilibrio. Cadde sul pavimento con un tonfo sonoro.

Aiutandolo ad alzarsi, Eragon disse: «Credo che sia meglio se resti qui per stanotte. Non sei in condizioni di scendere le scale nel buio.»

Orik accettò con allegra indifferenza. Permise a Eragon di sfilargli la cotta di maglia e di farlo rotolare su un lato del letto. Infine Eragon sospirò, schermò le luci e si distese sul suo lato del materasso.

Si addormentò con la voce del nano che borbottava in sottofondo: «... Vedrà... Vedrà... Vedrà...»

La natura del male

Il radioso mattino arrivò troppo presto. Strappato al sonno dall'improvviso ronzio del segna tempo, Eragon balzò dal letto col pugnale in mano, pronto a sventare un attacco. Boccheggiò di dolore quando il corpo protestò per gli abusi che aveva subito negli ultimi due giorni.

Ricacciando indietro le lacrime, Eragon ricaricò il segnatempo. Orik non c'era; il nano doveva essersene andato alla chetichella alle prime luci dell'alba. Gemendo come un vecchio afflitto dai reumatismi, Eragon si avviò riluttante verso lo stanzino da bagno.

Lui e Saphira aspettarono per dieci minuti ai piedi dell'albero prima di veder arrivare un elfo con l'aria solenne e lunghi capelli neri. L'elfo s'inchinò e si portò due dita alle labbra - gesto che Eragon ricambiò - poi lo anticipò dicendo: «Che la fortuna vi assista.»

«E che le stelle ti proteggano» rispose Eragon. «Ti manda Oromis?»

L'elfo lo ignorò e si rivolse a Saphira. «Piacere di conoscerti, dragonessa. Io sono Vanir del Casato di Haldthin.» Eragon si accigliò, irritato.

Il piacere è mio, Vanir.

Soltanto allora l'elfo si rivolse a Eragon. «Ti mostrerò dove allenarti con la spada.» S'incamminò a grandi passi, senza aspettare che Eragon lo raggiungesse.

Il campo di allenamento era gremito di elfi di entrambi i sessi che combattevano a coppie o in gruppo. Le loro straordinarie capacità fisiche si manifestavano in un turbinio di colpi così fluidi e scattanti da risuonare come una pioggia di grandine su una campana di ferro. Sotto gli alberi che orlavano il campo, elfi solitari eseguivano la Rimgar con più grazia e flessibilità di quanta Eragon avrebbe mai potuto sperare di ottenere.

Dopo che tutti si furono fermati per inchinarsi a Saphira, Vanir estrasse la sua spada sottile e disse: «Se vuoi smussare la tua lama, Mano d'Argento, possiamo cominciare.»

Eragon osservava con trepidazione la prodigiosa maestria degli altri elfi con la spada. Perché devo farlo? disse. Sarò umiliato.

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