Volodyk - Paolini2-Eldest

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«Queste tecniche sono così potenti e pericolose che non sono mai state insegnate a un Cavaliere novizio come te, ma le circostanze mi impongono di rivelartele e di confidare nel fatto che non ne abuserai.» Alzando il braccio destro, la mano chiusa ad artiglio, Oromis esclamò: «Adurna!»

Eragon guardò una sfera d'acqua levarsi dal ruscello che scorreva vicino al capanno, e fluttuare nell'aria fino a restare sospesa fra le dita aperte di Oromis.

Il ruscello era scuro e fangoso sotto il fogliame della foresta, ma la sfera estratta da esso era incolore come il vetro. Frammenti di muschio, terriccio e altri detriti galleggiavano nel globo trasparente.

Con lo sguardo ancora rivolto all'orizzonte, Oromis disse: «Prendi.» Scagliò la sfera all'indietro verso Eragon. Eragon cercò di afferrare la palla, ma non appena toccò la sua pelle, l'acqua perse coesione e gli schizzò sul petto. «Prendila con la magia» disse Oromis. Poi di nuovo gridò: «Adurna!» e una sfera d'acqua si materializzò sulla superficie del ruscello e volò sulla sua mano come un falco addestrato obbedisce al suo padrone. Questa volta Oromis scagliò il globo senza preavviso. Tuttavia Eragon era preparato, e disse: «Reisa du adurna» mentre allungava la mano. La sfera rallentò fino a fermarsi a un soffio dalla sua pelle.

«Una pessima scelta di parole» disse Oromis, «ma tuttavia accettabile.»

Eragon sorrise e mormorò: «Thrysta.»

La sfera invertì la rotta e sfrecciò verso la nuca argentata di Oromis, ma invece di finire dove Eragon avrebbe voluto, oltrepassò l'elfo, gli girò intorno e tornò da Eragon a velocità raddoppiata.

L'acqua rimase solida come il marmo quando urtò il cranio di Eragon, con un tonfo sordo. Il colpo lo mandò riverso sull'erba, dove rimase intontito, battendo le palpebre, mentre sciami di puntini luminosi gli danzavano davanti agli occhi.

«Già» disse Oromis. «Sarebbe stato meglio dire letta o kodthr.» Finalmente si volse per guardare Eragon e inarcò un sopracciglio con evidente sorpresa. «Che cosa stai facendo? Alzati. Non possiamo restare qui tutto il giorno.» «Sì, maestro» borbottò Eragon.

Quando si fu rimesso in piedi, Oromis gli fece manipolare l'acqua in diversi modi - fare dei nodi, cambiare il colore della luce che assorbiva o rifletteva, congelarla secondo una sequenza precisa - nessuno dei quali si rivelò difficile per lui. Gli esercizi continuarono così a lungo che l'iniziale interesse di Eragon cominciò a sfumare, rimpiazzato da impazienza e sconcerto. Non voleva rischiare di offendere Oromis, ma non capiva il punto di quello che stava facendo l'elfo; era come se Oromis stesse evitando qualunque incantesimo che richiedesse un minimo di impegno in più da parte sua. Ho sempre dimostrato la portata delle mie capacità. Perché insiste a farmi ripassare questi trucchetti da principiante? Ad alta voce, disse: «Maestro, queste cose le so già. Non possiamo fare qualcos'altro?»

I muscoli del collo di Oromis si tesero, e le sue spalle divennero di granito; persino il respiro dell'elfo si fermò, prima che esclamasse, indignato: «Non imparerai mai il rispetto, Eragon-vodhr? E sia!» Pronunciò quattro parole nell'antica lingua a voce così bassa che Eragon non riuscì a capirle.

Il giovane lanciò un grido allarmato quando le sue gambe subirono una pressione che gli strizzava i polpacci tanto da rendergli impossibile camminare. Le cosce e il torso erano liberi di muoversi, ma per il resto era come avviluppato in un blocco di malta rappresa.

«Liberati» disse Oromis.

Era una sfida con cui Eragon non si era mai cimentato prima: reagire all'incantesimo di un altro. C'erano due modi per recidere gli invisibili legacci che lo paralizzavano. Il più efficace sarebbe stato sapere come Oromis lo aveva immobilizzato - se agendo direttamente sul suo corpo o usando una fonte esterna - perché in questo modo avrebbe potuto indirizzare l'elemento o la forza per disperdere il potere di Oromis. Oppure poteva usare un incantesimo vago e generico per bloccare qualunque cosa Oromis stesse facendo. Lo svantaggio di questa tattica era che avrebbe portato a uno scontro diretto di potenza fra di loro. Doveva succedere, prima o poi, pensò Eragon. Non aveva alcuna speranza di prevalere su un elfo.

Mettendo insieme la frase necessaria, disse: «Losna kalfya iet.» Libera i miei polpacci.

La quantità di energia che abbandonò il suo corpo fu più grande di quanto avesse previsto; dalla moderata stanchezza per la crisi della mattina e gli esercizi della giornata passò alla sensazione di aver camminato su un terreno accidentato fin dall'alba. Poi la pressione svanì all'improvviso, facendolo barcollare mentre recuperava l'equilibrio. Oromis scrollò il capo. «Sciocco» disse, «molto sciocco. Se mi fossi impegnato davvero a mantenere l'incantesimo, ti saresti ucciso. Non usare mai gli assoluti.»

«Gli assoluti?»

«Non formulare mai un incantesimo che abbia soltanto due risultati: successo o morte. Se un nemico ti avesse intrappolato le gambe e fosse stato più forte di te, avresti speso tutte le tue energie per rompere il suo incantesimo. Saresti morto senza alcuna possibilità di interrompere il tentativo quando ti fossi accorto che era inutile.» «Come faccio a evitarlo?» chiese Eragon.

«È più sicuro fare dell'incantesimo un processo che puoi concludere a tua discrezione. Invece di dire lìbera i miei polpacci, che è un assoluto, avresti potuto dire riduci la magia che mi blocca i polpacci. Un po' prolisso, lo ammetto, ma in questo modo avresti potuto stabilire la quantità di incantesimo da ridurre per poi decidere se era sicuro eliminarlo del tutto. Proviamo di nuovo.»

Nell'istante in cui Oromis mormorò la sua inafferrabile invocazione, la pressione tornò a serrare le gambe di Eragon. Si sentiva così stanco che dubitava di poter opporre resistenza, ma provò ugualmente a evocare la magia. Prima ancora che l'antica lingua lasciasse la bocca di Eragon, si accorse di una curiosa sensazione mentre il peso che gli bloccava le gambe diminuiva a ritmo costante: un formicolio che gli dava l'impressione di essere estratto da una palude di freddo e denso fango. Scoccò un'occhiata a Oromis e vide che la faccia dell'elfo era contratta dallo sforzo, come se si aggrappasse a qualcosa di prezioso che non sopportava di perdere. Una vena gli pulsava su una tempia. Quando gli arcani ceppi si dissolsero, Oromis sussultò come se fosse stato punto da una vespa e rimase impalato a fissarsi le mani, il torace minuto che ansimava. Per forse un minuto non si mosse, poi raddrizzò le spalle e camminò fino all'orlo della rupe di Tel'naeir, una figura solitària che si stagliava contro il cielo pallido.

Eragon si sentì pervadere da rammarico e compassione, le stesse emozioni che aveva provato nel vedere per la prima volta la zampa mutilata di Glaedr. Si maledisse per essere stato così arrogante con Oromis, così dimentico della sua infermità, e per non aver riposto più fiducia nel giudizio dell'elfo. Non sono l'unico a dover convivere con le ferite del passato. Eragon non aveva pienamente compreso quando Oromis aveva detto che, tranne qualche semplice esempio, la magia sfuggiva al suo controllo. Ora capiva la gravità delle condizioni di Oromis e la sofferenza che dovevano causare, specie per uno della sua razza, nato e cresciuto nella magia.

Eragon si avvicinò a Oromis, s'inginocchiò e si prostrò alla maniera dei nani, premendo la fronte livida sul terreno. «Ebrithil, ti chiedo perdono.»

L'elfo non diede segni di aver sentito.

I due rimasero immobili, mentre il sole calava davanti a loro, gli uccelli cantavano le loro canzoni notturne, e l'aria diventava sempre più fredda e umida. Da nord provenivano i deboli tonfi delle ali di Saphira e Glaedr che tornavano. Con voce atona e distante, Oromis disse: «Cominceremo

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