Volodyk - Paolini2-Eldest

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Ancora una volta, Saphira volò via insieme a Glaedr, mentre Eragon rimase sulla rupe, anche se questa volta lui e Saphira badarono a mantenere il contatto per assorbire le lezioni dell'altro.

Quando i draghi si allontanarono, Oromis osservò: «Oggi hai la voce roca, Eragon. Sei ammalato?» «La schiena mi ha fatto di nuovo male, stamattina.»

«Ah. Hai tutta la mia compassione.» Gli fece un cenno con l'indice. «Aspetta qui.»

Eragon guardò Oromis entrare nel capanno e tornare con aria fiera e guerresca, la capigliatura d'argento che fluttuava nel vento, e la spada color bronzo in mano. «Oggi» disse «metteremo da parte la Rimgar e incroceremo le nostre due lame, Naegling e Zar'roc. Sfodera la tua spada e smussa la lama come ti ha insegnato il tuo primo maestro.» Eragon avrebbe voluto rifiutarsi, ma non aveva alcuna intenzione di infrangere la promessa o di mostrarsi timoroso davanti a Oromis. Inghiottì la sua trepidazione. Questo significa essere un Cavaliere, pensò.

Attingendo alle sue riserve, localizzò nel profondo della mente il nucleo che lo collegava al selvaggio flusso della magia. Vi entrò, e l'energia lo soffuse. «Géuloth du knìfr» disse, e una tremolante stella azzurra gli guizzò fra il pollice e l'indice, saltando dall'uno all'altro mentre lui li faceva scorrere lungo il filo pericoloso di Zar'roc.

Nell'istante in cui le due spade s'incrociarono, Eragon capì di essere inferiore a Oromis, come lo era stato rispetto a Durza e ad Arya. Era uno spadaccino umano straordinario, ma non poteva competere con guerrieri dal sangue denso di magia. Il suo braccio era troppo debole, i suoi riflessi troppo lenti. Eppure questo non gli impedì di provare a vincere. Si battè ai limiti delle sue possibilità, anche se alla fine si rivelò un futile tentativo.

Oromis lo mise alla prova in ogni modo possibile, costringendolo a utilizzare il suo intero arsenale di colpi, reazioni e finte. Tutto inutile. Non riuscì mai nemmeno a toccare l'elfo. Come ultima risorsa, cercò di variare il suo stile di combattimento, perché questo poteva disorientare anche il più incallito dei veterani. Non ottenne altro che una violenta botta su una coscia.

«Muovi i piedi più in fretta» gridò Oromis. «Chi resta fermo come un pilastro, muore in battaglia. Chi si piega come una canna, trionfa!»

L'elfo in azione era uno spettacolo, una perfetta miscela di controllo e violenza. Saltava come un gatto, colpiva come un airone e si destreggiava per schivare gli attacchi con la grazia di un furetto.

Si stavano allenando da una ventina di minuti quando Oromis esitò, i lineamenti affilati contratti in una smorfia fugace. Eragon riconobbe i sintomi della misteriosa malattia di Oromis e roteò Zar'roc per colpire. Sapeva che era una cosa meschina, ma si sentiva così frustrato da voler approfittare di quell'occasione, per quanto scorretta, solo per avere la soddisfazione di toccare Oromis almeno una volta.

Zar'roc non raggiunse mai il suo bersaglio. Nel voltarsi, Eragon si stirò la schiena.

Il dolore lo aggredì senza preavviso. L'ultima cosa che sentì fu Saphira che gridava: Eragon!

Nonostante l'intensità del dolore, Eragon rimase cosciente durante tutta la crisi. Non era consapevole di quanto aveva intorno, ma soltanto del fuoco che gli bruciava le carni e prolungava ogni secondo in un'eternità. La cosa peggiore era che non poteva far niente per porre fine a quello strazio, se non aspettare...

... e aspettare...

Eragon giaceva ansante nel fango. Battè le palpebre per rimettere a fuoco la vista e vide Oromis seduto su uno sgabello accanto a lui. Alzandosi su un ginocchio, si guardò la tunica nuova con un misto di rammarico e disgusto: la raffinata stoffa color ruggine era incrostata di sudiciume per le sue convulsioni sul terreno. Aveva perfino i capelli insozzati.

Percepì Saphira nella sua mente, che irradiava angoscia nell'attesa che lui la notasse. Come puoi continuare così? gli disse. Ti distruggerà.

La sua apprensione minò gli ultimi residui di fermezza di Eragon. Saphira non aveva mai dubitato del suo successo, non a Dras-Leona, non a Gil'ead o nel Farthen Dùr, né davanti ad alcun pericolo che avevano incontrato. La sua fiducia gli aveva infuso coraggio. Senza di essa, Eragon ebbe davvero paura.

Dovresti concentrati sulla tua lezione, le disse.

Devo concentrarmi su di te.

Lasciami in pace! Il suo tono brusco era quello di un animale ferito che desidera leccarsi le ferite nel silenzio e nel buio. Lei tacque, mantenendo un labile contatto mentale sufficiente perché lui potesse vagamente sentire Glaedr che le parlava dell'epilobio, una pianta utile da masticare per facilitare la digestione.

Eragon si tolse frammenti di fango secco dai capelli, poi sputò un grumo di sangue. «Mi sono morso la lingua.» Oromis annuì come se già lo sapesse. «Hai bisogno di guarirti?»

«No.»

«Molto bene. Recupera la spada, poi lavati e vai al ceppo nella conca, per ascoltare i pensieri della foresta. Ascolta, e quando non sentirai più niente, torna da me a raccontarmi cosa hai imparato.»

«Sì, maestro.»

Seduto sul ceppo, Eragon scoprì che il groviglio turbolento di pensieri ed emozioni gli impediva di concentrarsi abbastanza da aprire la mente e percepire le creature della conca. Né aveva voglia di farlo.

Tuttavia, la pace che regnava intorno a lui a poco a poco placò il suo risentimento, la sua confusione e la testarda rabbia. Non lo rendeva felice, ma gli donava una sorta di accettazione fatalista. Questo è quanto mi è toccato nella vita, e farò meglio ad abituarmici perché non andrà migliorando nel prevedibile futuro.

Dopo un quarto d'ora, le sue facoltà riacquistarono la loro consueta acutezza, così ricominciò a studiare la colonia di formiche rosse che aveva scoperto il giorno prima. Cercò anche di percepire tutto il resto che viveva nella conca, come Oromis gli aveva detto.

Eragon riscontrò un limitato successo. Se si rilassava per assorbire informazioni da tutte le coscienze attorno a sé, migliaia di immagini e sensazioni gli scorrevano nella testa, accumulandosi in fulminei sprazzi di suoni e colori, contatti e odori, piaceri e dolori. La quantità di informazioni era impressionante. Per abitudine, la sua mente balzava da un soggetto all'altro del flusso, escludendo tutto il resto prima che lui si rendesse conto di averlo fatto, e allora si concentrava per tornare in uno stato di passiva ricettività. Il ciclo si ripeteva ogni qualche secondo. Eppure fu in grado di approfondire la sua comprensione del mondo delle formiche. Scoprì il primo indizio sulla loro specie quando dedusse che l'enorme formica al centro della loro tana stava deponendo le uova, uno ogni minuto, il che significava che era una femmina. E quando accompagnò un gruppo di formiche rosse su per lo stelo di una rosa, ebbe una vivida dimostrazione del tipo di nemici che dovevano affrontare: qualcosa sbucò da sotto una foglia e uccise una delle formiche che stava seguendo. Non riuscì a determinare che tipo di creatura fosse, poiché le formiche ne vedevano soltanto frammenti, e si affidavano più all'olfatto che non alla vista. Se fossero state persone, avrebbe detto che erano aggredite da un mostro terrificante delle dimensioni di un drago, con mascelle potenti quanto le saracinesche acuminate di Teirm, in grado di muoversi alla velocità del lampo.

Le formiche circondarono il mostro come garzoni di stalla che cercano di catturare un cavallo imbizzarrito. Gli saltavano addosso senza paura, mordendogli le zampe articolate e facendosi indietro un istante prima di essere colpite dalle ganasce di ferro del mostro. Sempre più formiche si aggiungevano alla battaglia. Lavoravano insieme per sconfiggere l'intruso, senza mai esitare, anche quando due furono catturate e uccise, e quando parecchie sorelle caddero dallo stelo sul terreno.

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