Volodyk - Paolini2-Eldest

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Continuando a stringere il pugnale, Nasuada si accomodò sul pavimento di pietra. «Quando è stato?» «La settimana scorsa.» Elva s'intrecciò le dita in grembo. Fissava Nasuada con i suoi occhi spettrali, inchiodandola con la forza innaturale del suo sguardo. Nasuada aveva la sensazione che una lancia violetta le avesse trafitto il cranio per rimestare nella sua mente, fra pensieri e ricordi. Si sforzò di non mettersi a urlare.

Elva si protese verso di lei e le posò una mano delicata su una guancia. «Sai, Ajihad non avrebbe saputo guidare i Varden meglio di te. Hai scelto la via giusta. Il tuo nome sarà ricordato nei secoli per aver avuto il coraggio e la saggezza di spostare i Varden nel Surda, e di attaccare l'Impero quando tutti gli altri pensavano che fosse una pazzia.» Nasuada rimase a bocca aperta, sbalordita. Come una chiave giusta per la sua serratura, le parole di Elva aderivano perfettamente alle sue primordiali paure, ai dubbi che la tenevano sveglia di notte, a sudare freddo nel buio. Si sentì pervadere da un'intensa emozione, un senso di fiducia e di pace che non aveva mai più provato dalla morte di Ajihad. Lacrime di sollievo le sgorgarono dagli occhi, rotolando giù per le guance. Era come se Elva avesse saputo esattamente che cosa dire per confortarla.

Nasuada la odiò per questo.

La sua euforia lottava contro la repulsione per quel momento di debolezza, per come era stato indotto e da chi. Né si fidava delle ragioni della bambina.

«Cosa sei?» le disse.

«Sono ciò che Eragon mi ha fatto.»

«Ti ha benedetta.»

I terribili occhi saggi si oscurarono per un momento. «Lui non ha capìto le sue azioni. Da quando Eragon mi ha stregata, ogni volta che vedo una persona avverto tutte le sofferenze che l'affliggono o che l'affliggeranno. Quando ero più piccola non potevo farci niente. Perciò sono cresciuta.»

«Perché avresti...»

«La magia che scorre nel mio sangue mi costringe a proteggere le persone dal dolore... indipendentemente dal male che infliggo a me stessa, o dal fatto che voglia aiutarle o meno.» Il suo sorriso prese una piega amara. «Mi costa caro resistere a quest'impulso.»

Mentre Nasuada rifletteva sulle implicazioni, si rese conto che l'inquietante aspetto sofferenze a cui era stata esposta. Nasuada rabbrividì al pensiero di quello che Dev'essere stato terribile provare questo impulso e non essere capace di controllarlo. Ancora una volta, malgrado la propria diffidenza, cominciò a provare una certa compassione per Elva.

«Perché mi dici questo?»

«Pensavo che avresti dovuto sapere chi sono e cosa sono.» Elva fece una pausa, e il fuoco del suo sguardo divampò come un incendio. «E che combatterò per te a ogni costo. Usami come faresti con un sicario... nel buio, in incognito, senza pietà.» Rise con voce acuta e agghiacciante. «Ti domandi perché; lo vedo. Perché se questa guerra non finirà, prima o poi - piuttosto prima che poi - diventerò pazza. Già mi è difficile avere a che fare con le sofferenze della vita di tutti i giorni, senza dovermi anche confrontare con le atrocità di una battaglia. Usami per porre fine a questa guerra, e io ti garantisco che la tua vita sarà lunga e felice quanto un umano ha avuto il privilegio di sperimentare.» In quel momento tornò la vecchia, trafelata. S'inchinò davanti a Elva e le porse un nuovo vassoio di cibo. Fu un sollievo fisico per Nasuada quando Elva distolse lo sguardo per addentare un cosciotto di montone, spingendosi la carne in bocca con le mani. Mangiava con la voracità di un lupo affamato, senza un briciolo di decoro. Con gli occhi violetti nascosti, e la frangetta scura che le copriva il marchio del drago, parve di nuovo una qualunque bimbetta innocente.

di Elva era un prodotto delle

la bambina aveva sopportato. Nasuada aspettò finché non comprese che Elva aveva detto tutto quanto aveva in mente. Poi, richiamata da un cenno di Angela, accompagnò l'erborista attraverso una porta laterale, lasciando la bimba pallida al centro della stanza oscurata dai tendaggi, come un piccolo feto annidato nell'utero, che aspetta il momento di emergere. Angela si assicurò di aver chiuso bene la porta, poi disse: «Non fa altro che mangiare e mangiare. Non riusciamo a saziare il suo appetito con le razioni concesse. Puoi...» «Sarà nutrita. Non devi preoccuparti di questo.» Nasuada si massaggiò le braccia, cercando di sradicare il ricordo di quei terribili occhi...

«Grazie.»

«È mai successo a qualcun altro?»

Angela fece di no con il capo; i riccioli neri le rimbalzarono sulle spalle. «Mai, nell'intera storia della magia. Ho cercato di vedere il suo futuro, ma è un guazzabuglio insondabile - bella parola, guazzabuglio - perché la sua vita s'intreccia con moltissime altre.»

«È pericolosa?»

«Siamo tutti pericolosi.»

«Sai che cosa voglio dire.»

Angela fece spallucce. «È più pericolosa di alcuni, e meno di altri. Ma la persona che è più probabile che uccida è se stessa. Se incontrasse qualcuno che sta per morire e l'incantesimo di Eragon la cogliesse impreparata, prenderebbe il posto della persona predestinata. Ecco perché resta chiusa qui tutto il tempo.»

«Con che ampiezza riesce a prevedere gli eventi?»

«Due o tre ore al massimo.»

Appoggiandosi al muro, Nasuada riflettè su questa nuova complicazione nella sua vita. Elva poteva rivelarsi un'arma potente, se guidata nella maniera corretta. Attraverso di lei potrei scoprire i crucci e le debolezze dei miei avversari, come anche i loro desideri, e piegarli ai miei voléri. In caso di emergenza, la bambina avrebbe potuto anche agire come infallibile guardia del corpo, se uno dei Varden, come Eragon o Saphira, avesse avuto bisogno di protezione. Non la si può lasciare senza controllo. Ho bisogno di qualcuno che la sorvegli. Qualcuno che capisca la magia e abbia abbastanza fiducia nella propria identità da resistere all'influenza di Elva... e di cui io mi possa fidare. Subito scartò Trianna. Poi guardò Angela. Anche se diffidava dell'erborista, sapeva che Angela aveva aiutato i Varden in questioni della più delicata importanza - come la guarigione di Eragon - e non aveva chiesto nulla in cambio. Nasuada non riusciva a pensare a nessun altro che avesse il tempo, la disposizione e l'esperienza per badare a Elva. «Mi rendo conto» disse Nasuada «che è presuntuoso da parte mia, poiché non sei sotto il mio comando e so poco della tua vita e dei tuoi impegni, ma ho un favore da chiederti.»

Angela fece un cenno con la mano. «Va' avanti.»

Nasuada esitò, sconcertata, poi proseguì. «Vorresti tenere d'occhio Elva per me? Ho bisogno...» «Ma certo! Terrò tutti e due gli occhi su di lei, se potrò. Mi attira l'idea di studiarla.»

«Dovrai riferirmi tutto» l'ammonì Nasuada.

«Già, la ciliegina avvelenata sulla torta di panna montata. Oh, be', d'accordo, immagino di poterlo fare.» «Ho la tua parola, dunque?»

«Hai la mia parola.»

Sollevata, Nasuada gemette e si accasciò su una sedia lì accanto. «Oh, che disastro. Che guazzabuglio. Come signora di Eragon, sono responsabile dei suoi atti, ma non avrei mai pensato che avrebbe fatto una cosa terribile come questa. È una macchia sul mio onore, oltre che sul suo.»

Una sequela di lievi scoppiettii risuonò nella stanza, quando Angela si fece schioccare le nocche. «Già. Intendo parlargli quando tornerà da Ellesméra.»

La sua espressione era così feroce che Nasuada si allarmò. «Non avrai intenzione di fargli del male, spero. Abbiamo bisogno di lui.»

«Non gliene farò... nulla di permanente.»

Ritorno di fiamma

Una violenta raffica di vento strappò Eragon dal sonno.

Le coperte gli svolazzavano intorno, mentre una tempesta infuriava nella sua stanza, scagliando gli oggetti per aria e facendo cozzare le lanterne contro le pareti. Fuori, il cielo era fosco di nubi.

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